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 2002  dicembre 27 Venerdì calendario

Bush, la guerra e la solitudine, Corriere della Sera, venerdì 27 dicembre 2002 Il 15 febbraio del 1898 la nave da guerra americana Maine saltò in aria nel porto dell’Avana, uccidendo 254 marinai e fungendo da scintilla per la guerra contro la Spagna, debutto degli Stati Uniti come potenza mondiale

Bush, la guerra e la solitudine, Corriere della Sera, venerdì 27 dicembre 2002 Il 15 febbraio del 1898 la nave da guerra americana Maine saltò in aria nel porto dell’Avana, uccidendo 254 marinai e fungendo da scintilla per la guerra contro la Spagna, debutto degli Stati Uniti come potenza mondiale. Combattuto con le divise cucite dai sarti di Brooks Brothers, è rimasto quello il solo, importante, conflitto che gli americani abbiano combattuto senza alleati. La forza e la debolezza della Casa Bianca, al Capodanno 2003, derivano dalla solitudine del comando. Il presidente George W. Bush ha la leadership nel mondo e il primato in patria. I critici giudicano arrogante il suo atteggiamento, gli amici lo collegano all’orgoglio del Texas, nazione indipendente dal 1836 al 1845. C’è sì insofferenza per i vincoli delle alleanze e dell’Onu e certo Bush è cresciuto lontano dall’Atlantico e vicino al pragmatismo della prateria. Ma divinare la strategia americana solo da elementi di colore è deviante. Davanti ai tre pericoli che la circondano, guerra asimmetrica contro il terrorismo, conflitto per fermare la corsa alle armi in Iraq e minacce della Corea del Nord, le scelte di Washington deriveranno dall’intesa con gli alleati. Gli Stati Uniti combatterono nel Golfo Persico, tra il 1990 e il 1991, a fianco dell’Onu e di una coalizione, che scese in campo e pagò il conto, 80 miliardi di euro. Da soli contro Saddam Hussein, gli Usa dovranno coprire un fronte militare e uno economico. «Ci sono due scenari - spiega lo studioso di strategia John Pike - Al 90 per cento la Guardia Repubblicana non resiste, entriamo a Bagdad e installiamo una giunta. Centinaia di morti americani, migliaia irakeni. Al 10 per cento, Saddam lancia gas nervini, bombarda Israele che reagisce con il nucleare. Decine di migliaia di vittime, il petrolio da 30 a 80 dollari al barile». Al Pentagono sono convinti che il primo scenario prevarrà, ma per ricordarsi quanto le guerre siano sempre tragiche, il sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, falco dei falchi, ha appeso nello studio un quadro che raffigura la battaglia di Antietam, 17 settembre 1863, il giorno più tragico per l’esercito americano, quando sul campo rimasero tra morti e feriti 25.854 soldati. La scelta, ammonisce l’ex analista della Cia Kenneth Pollack nel suo formidabile saggio The threatening storm (tempesta minacciosa), non è solo «se combattere», ma soprattutto «come combattere». Consideriamo allora tre fattori: la sorpresa Corea, il costo della guerra e i sentimenti della pubblica opinione americana. I nordcoreani hanno deciso che l’escalation è la migliore strategia e hanno già ottenuto un successo, con la vittoria elettorale in Sud Corea del presidente antiamericano Roh Moo Hyun. Ma gli Stati Uniti non riusciranno a contenere la minaccia del feroce regime di Pyongyang senza l’aiuto della Cina, madrina del dittatore Kim Jong Il, senza le basi in Corea del Sud e senza il Giappone, contro cui sono puntati i missili nucleari Taepodong, capaci anche di colpire l’Alaska. Quanto al costo della guerra in Iraq ci sono tre stime, una del Congresso, una dello studioso Anthony Cordesman e una del professor William Nordhaus, la più completa. Se il conflitto sarà vinto secondo i piani del Pentagono, il peso sulla borsa degli americani sarà di 121 miliardi di euro. Se le ostilità si protrarranno, il conto sale a 1.595 miliardi. La necessaria ricostruzione costerà 100 miliardi. L’università di Harvard ha chiesto ai suoi studenti se sono d’accordo con la guerra e il 70 per cento ha detto di sì, ma con l’Onu. Il resto della popolazione condivide: combattere da soli è impopolare. L’hanno compreso i Democratici che nel giorno di Natale, e sull’eco del discorso del Papa, hanno per la prima volta dall’11 settembre 2001 criticato il Presidente sulla strategia antiterrorismo. Due influenti senatori, il democratico Joe Biden e il repubblicano Chuck Hagel, hanno preso la rara iniziativa di lanciare un appello congiunto: «Non siamo preparati alla guerra e al dopoguerra. Abbiamo bisogno di una coalizione di alleati, per dividere i costi, guadagnare in legittimità e pacificare infine il Medio Oriente». Nessuna crisi può essere risolta senza gli Stati Uniti, ma gli Stati Uniti da soli non bastano a risolvere nessuna crisi. «Sperare non è una strategia», è il motto del Segretario di Stato Colin Powell. Giusto: avere alleati, in pace e in guerra, è una migliore strategia. Gianni Riotta