Gabriele Villa il Giornale, 21/12/2002, 21 dicembre 2002
A Soweto vigilantes dallo sparo facile difendono i neri ricchi da quelli poveri, il Giornale, sabato 21 dicembre 2002 Troppo caro
A Soweto vigilantes dallo sparo facile difendono i neri ricchi da quelli poveri, il Giornale, sabato 21 dicembre 2002 Troppo caro. Scuote il capo Nillie: «It’s a fortune». Ventitré rand, poco più di due Euro, è un prezzo salato per quel piccolo Babbo Natale che sorride. Troppo caro per Nillie, per Russel. E per tutta questa gente che si ostina a frequentare, «Wandie’s plac» il più sbrindellato e popolare «shebeen» che sorge sui centocinquanta chilometri quadrati della South West Township, meglio nota al mondo con la somma delle prime due lettere della tre parole: So-we-to. Cominciamo dalla birra al «Wandie’s place». Finito l’apartheid e il proibizionismo riservato ai neri, da «sheeben» si è passati oggi ad una definizione più gentile:«tavern». Ma il risultato non cambia. Altro che luci ad intermittenza, regali, decorazioni. Qui si rimane ai margini. Ai margini di Johannesburg, ai margini della vita. E a Soweto, come ad Alexandra, altro groviglio di povere case che, giust’appunto, sta proprio appiccicato all’elegante quartiere di Sandton, che in settembre ha ospitato il Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, la sbronza rappresenta ancora il massimo del divertimento. Per dimenticare. Per dimenticare tutti quei tradimenti, vecchi e nuovi, che il popolo della township è costretto ad incassare dal 1976. Da quando Hector Pieterson, tredici anni, fu ucciso dalla polizia nei disordini divampati per respingere al mittente l’imposizione dell’afrikaans come lingua ufficiale del Sudafrica. Oggi Hector Pieterson è un Memoriale e le altre vittime di quegli scontri riposano nell’Avalon Cemetery, puntualmente zeppo di fiori freschi. Perché freschi sono sempre i tradimenti. Come la pugnalata di Winnie Madikizela, ex signora Mandela, che si è messa a imbottigliare la terra di Soweto per venderla ai turisti. L’ultima, inammissibile speculazione che qui nessuno le ha perdonato, né le perdonerà mai. O come la beffa indotta che «il Summit sullo sviluppo sostenibile» ha inevitabilmente inflitto: la crescita esponenziale dei tour «nella città della disperazione»: costo da 190 a 415 rand in base all’opzione di cenare o no nei locali trash dei disperati medesimi. Sosta obbligata davanti alla casa del premio Nobel. Acquisto invece tutt’altro che obbligatorio, della «famosa» terra imbottigliata da Winnie. Resta il fatto che Soweto oggi è qualcosa di molto diverso dalla bidonville da cui uscì a testa alta Nelson Mandela. è una ragnatela di contraddizioni a cielo aperto dove, sulle bancarelle della miseria, ci sono sì i sacchettini di scarafaggi essiccati e i rivoltanti pezzi di carne macellata non si sa quando, né dove, né da chi. Ma dove pure c’è spazio per due campi di golf, per le migliaia di casette dai mattoni rossi, linde ed eleganti, di Orlando West o di Dube, che potrebbero benissimo venire traslocate in blocco in un quartiere neanche troppo periferico di Londra o di Toronto. Con una differenza sostanziale: che le casette linde ed eleganti di Soweto oggi sono rigorosamente difese da cani ben poco mansueti, da chilometri di filo spinato, da vigilantes dallo sparo facile. Eccolo il tradimento più tradimento di tutti: i neri che si difendono dagli altri neri, i neri ricchi che, per immagine o convenienza, hanno scelto di abitare nella township più popolare al mondo, ma che tengono bene a distanza i neri più derelitti. In mezzo c’è un abisso di incomprensioni e di amarezza. Che Jane, passando la spugna sui tavoli del locale che ha appena aperto in Kumalo road, sintetizza efficacemente: «Non mi fido più. Non mi fido degli amici, né di quelli che dicono di volermi bene, di volermi sposare. Ma non mi fido nemmeno delle parole che ho sentito pronunciare dai potenti del Summit. Che ne sanno i capi del mondo di che cosa è l’Africa? Di cosa vuol dire non avere acqua sicura da bere, di cosa vuol dire morire e veder morire per l’Aids parenti e amici. Io ho trentun anni e non ho più voglia di sognare. L’Aids si è portato via anche mia sorella. Con i suoi sogni, i suoi sorrisi. Ora tocca a me far crescere i suoi figli». Per un attimo gli occhi tristi di Jane si illuminano: «Guarda questo locale, tutto nuovo, in legno: tavoli puliti, bagni puliti, difesi da un lucchetto grosso più di una mano, perché restino puliti. E poi la tv a colori a far compagnia alla gente giusta che vuol soltanto passare qualche ora in pace davanti ad una buona bistecca. è questa la mia scommessa sulla vita, non posso permettermi di fallire. Voglio che nel 2003 qualcosa cambi». Chilometri, molti più chilometri più a sud, alle porte di Citta del Capo, mi trovo di fronte altre dieci, cento Jane. è la gente di Khayelitsha, altra e più autentica, gigantesca bidonville sudafricana che non è mai riuscita a strapare il primato di notorietà a Soweto. Qui non arrivano i tour coi turisti. E i bambini hanno ancora l’ingenuità o l’orgoglio, di non inventarsi una canzoncina per farsi fotografare e rimediare qualche rand. Non ci sono case coi mattoni rossi né filo spinato, ma soltanto baracche di lamiera che ospitano fino a sei, sette persone. Il loro ultimo Sos è stato raccolto dalla «Pn energy», sintesi imprenditoriale tra la compagnia elettrica statale sudafricana Eskom e la francese Edf. La «Pn» ha già allacciato circa sessantamila delle 80 mila baracche della bidonville e il cliente paga l’equivalente di quattro centesimi di euro al chilowattora con un sistema semplice: un abbonamento prepagato ricaricabile. Come le schede per i telefonini: quando il credito è esaurito si compra un’altra tessera. E i contatori sono telecontrollati dalla centrale. Con questo sistema le «perdite non tecniche», come in modo edulcorato vengono definiti i furti di elettricità, si sono ridotte, giurano a Città del Capo, dal 70 al 9 per cento. Lo scopo, apprezzabile, è di alleviare la miseria di questa gente dandole quella scintilla che permetta di far funzionare frigoriferi e dare un po’ di luce. Per leggere, per lavorare, magari studiare. O forse perché con un po’ di luce si può credere, almeno per un giorno, che il Presepe sia arrivato anche qui. A proposito, dimenticavo, Nillie lo troverà in un pacchetto il suo Babbo Natale. Un nostro piccolo pensiero. Perché anche per un Babbo Natale non è facile sorridere, da queste parti. Gabriele Villa