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 2005  maggio 19 Giovedì calendario


Io e mia madre - Flavio Caroli. Il Messaggero 19/05/2005. Il primo ricordo che gli viene in mente della madre, Bianca Ghetti, è la sua morte nell’estate del 1971: a 56 anni

Io e mia madre - Flavio Caroli. Il Messaggero 19/05/2005. Il primo ricordo che gli viene in mente della madre, Bianca Ghetti, è la sua morte nell’estate del 1971: a 56 anni. <Sono stato l’unico a sapere della malattia che l’aveva aggredita: un’epatite evolutiva, progressiva, che sfociò in cirrosi>, ricorda Flavio Caroli. Per tre anni non ha informato neanche il padre: si chiamava Guido, aveva un albergo, è scomparso 15 anni fa. <Mi son portato addosso questa pena. All’inizio era tutto più complicato, perché abitavo a Roma. La cosa precipitò verso maggio. Lei stava a Ravenna (dove sono nato), la portammo al Sant’Orsola, a Bologna, dove intanto mi ero trasferito. Parve, alla fine di giugno, che si fosse ripresa: difatti la riportammo a casa e mio padre, che aveva cominciato a capire, ma non ancora del tutto, si era fatto anche un po’ di illusioni. L’andai a trovare con mia moglie il 1° luglio perché compiva gli anni. Ma sentivo questa cappa, come ho raccontato nel primo romanzo, Mayerling amore mio!, che andò in finale allo Strega. Sentivo la lenza dell’amo che tirava>. Dopo essere stato a Ravenna per il compleanno, deve partire: <Una galoppata, attraverso l’Europa, Norimberga (per una mostra di Durer), Aachen, Waterloo, Liegi, Calais, Dover, Canterbury.... Anche per fuggire dalla cosa>. Ma telefona di continuo. E, a Londra, il padre l’avverte che la madre era stata nuovamente ricoverata. Si precipita a Bologna: <La vidi. Stava, in quel momento, cominciando il coma. Il giorno dopo notai un ematoma sul fianco: chiesi al professore, che scosse la testa>, si commuove Caroli, 60 anni, ordinario di storia dell’arte moderna al Politecnico di Milano, direttore scientifico di Palazzo Reale, autore di una trentina fra libri e grandi mostre, <con due ricadute nel vizio della letteratura>. Si è sentito in colpa? <Mi sentii impotente>, risponde lapidario. Il secondo ricordo tenace risale a quando, presa la laurea, decide di spostarsi a Roma. <Mi volevano come assistente a Bologna, era tutto costruito attorno a me, e mio padre, che era una personalità vigorosa, si opponeva alla mia scelta. Lei mi prese da parte e mi disse: ”Vai”... Era la dolcezza pura. E la sicurezza assoluta. Sospetto che fosse anche fortissima>. Ricorda delle vanità? <Amava essere sempre in ordine. Le piaceva si dicesse che aveva delle belle gambe. E c’era una lotta sorda tra lei e l’altra mamma della mia vita, che è ancora viva ed è mia zia, la sorella di mio padre, su chi le avesse più belle. Mia madre ci teneva a primeggiare>. Era sensibile ai regali? <Gradiva riceverli da mio padre. Ma non siamo in un quadro di ostentazione. Erano i maschi della famiglia che esibivano... Mio nonno era un gran cacciatore, un gran donnaiolo. Anche mio padre lo è stato, un giorno me l’ha confessato. Lei me lo aveva fatto capire. La ricordo anche mentre racconta a una sua amica di averlo sorpreso una volta con una signora e lui si era difeso: ”Ma no, che cosa pensi?...”. ”Niente. Ma quella mano fra le gambe che cosa faceva?”>, Caroli adesso ride. La seguiva negli studi? <Era attentissima. Quando alle medie facevo il tema di italiano lo leggevo a tutt’e due: mio padre era ossessionante; mia madre più distaccata>. Aveva delle preoccupazioni? <Le preoccupazioni gliele ho date fortissime, perché ho avuto la poliomielite a 18 mesi. Il suo assillo, mentre crescevo, era che ne uscissi fuori. Mio padre lo traduceva in incitamenti pratici: ”Fai l’avvocato”. Lei, più in generale, sperava che me la cavassi nella vita. Il mio destino è stato segnato da una poesia dello scrittore spagnolo Manuel Machado: alle medie, avevo 12 anni. Un compagno di banco mi chiese: ”La conosci?”. Provai una sensazione stranissima, simile a un orgasmo psichico. Ero bravino in matematica, diventai immediatamente bravissimo in italiano; poi cominciai a divorare libri>. Non coltivava un’idea sul suo futuro? <Era assolutamente discreta. Mi ribadiva: ”Fai quello che vuoi”. Mio padre, che era molto intelligente, avrebbe voluto che facessi l’avvocato: desiderava, è comprensibile, un mestiere concreto. Mia madre non ha mai cercato di influenzare le mie scelte, neppure in seguito, nonostante avesse amore per l’arte, la letteratura e leggesse tanto. Mi volevano all’università e mi immaginavano brillantissimamente laureato. Ma mi hanno permesso tutto>. Che cosa stimava, di lei, e che cosa non gradiva? <Verso mio padre ho avuto sentimenti fortissimi e mi è facile dire ciò che mi piaceva e ciò che non mi piaceva: il rapporto è stato di grandissimo amore e anche di tensioni continue; non c’è più da 15 anni e discuto ancora con lui. Con mia madre è stato l’amore piano, la sicurezza: un basso costante che, quando è venuto a mancare, mi ha procurato un taglio terribile. Per un anno ho avuto una specie di depressione, mi mandarono, credo, da uno psicoterapeuta, ma non c’entrava un tubo: era una perdita di energia, si era fatto un buco nella bombola>. Parlavate? <A modo nostro>. Si confidava? <Non più di tanto. Ma i messaggi me li lanciavo: più che con mio padre. Quando già sapevo della sua malattia, misi incinta una mia fidanzata. Dovevo ancora laurearmi e non volli sposarmi subito. La ragazza volle far nascere il bambino. Io andai a Roma. L’anno dopo tornai e, vinto dai complessi di colpa, mi sposai: sbagliando, perché il matrimonio durò pochissimo. Sulla vicenda mia madre mi faceva delle domande, ma sempre fuggevoli, e, fuggevolmente, le davo delle risposte, dicendole comunque la verità su quello che avevo nel cuore>. Ha intravisto il suo successo? <Il successo scolastico, al liceo classico Dante Alighieri di Ravenna. Il Rotary Club mi dette la medaglia d’oro come miglior diplomato e apparve la foto sul giornale. E’ arrivata fin lì. Ne era orgogliosa: me la stavo cavando>. Quali dei suoi insegnamenti le sono stati utili? <’Tu vai pure, che qui ci penso io” credo che sia stato l’insegnamento fondamentale. ”Fai la tua strada”. Avevo 22 anni, mi ero appena laureato. Ma forse è un messaggio che mi aveva già lanciato quando ero piccolissimo: ”Cavatela”>. Quando è cresciuto, e si è sposato, una prima e una seconda volta, per lei era sempre un bambino? <Più per mio padre. Mia madre leggeva la mia crescita con grande saggezza... Si legò moltissimo alla mia seconda moglie>. Litigavate mai? <Con mio padre, sì. Che possa mori’, un litigio con lei non me lo ricordo. Al punto che mi chiedo, facendo degli esami di coscienza: ”Non l’avrò rimosso?”. No, non l’ho rimosso. Un vero e proprio litigio non me lo ricordo>. Quando ha saputo dell’irreparabilità del suo male ha pregato? <Non ho detto il Padre Nostro, ma ho fatto appello a tutte le potenze celesti. Ho anche offerto la mia vita>. Sua madre ha capito che la vita la stava abbandonando? Le ha parlato? <Mah... Mah...>, Caroli cede alle lacrime. <Un attimo prima di entrare in coma, era già mezza addormentata, mi disse: ”Voglio fare testamento”. Badai di dirle: ”Ma dài, ma figurati, piantala”... Il che creò anche problemi, in seguito. Mi preoccupai soltanto di negare. In precedenza, non saprei collocarlo con esattezza, aveva detto: ”Non vi vedo più”. Sono gli unici segnali che forse aveva capito. Io spero che si sia addormentata senza averne coscienza>. Prova il desiderio di rivederla? <Infinito. L’ho anche scritto: ”... non ci rivedremo più, ma che cosa succederebbe se lei mi venisse incontro con le sue pantofole e mi rivedesse?...”. Dev’essere accaduto, molto vagamente, in sogno... Dopo la sua morte, non ho ricordato i sogni per 30 anni. Ho chiesto agli psicanalisti, mi hanno risposto che sognavo cose orribili e le rimuovevo>. Le assomiglia? <Fisicamente, molto. Soltanto le mani sono di mio padre, e la voce: ci scambiavano uno per l’altro. Anche la parte impetuosa l’ho presa da lui; soprattutto da mio nonno, suo padre. La parte malinconica viene da mia madre>, si commuove ancora Caroli: <Ci si commuove, parlando di alcune persone che non ci sono più, perché, con la loro scomparsa, scopri il nonsenso della vita: la tua vita ha avuto un piccolo significato in quanto c’era questo rapporto, che era anche una protezione, con loro. Se ti manca, tutto galleggia nel mare del nulla>. E conclude: <Forse ci si commuove per il nostro destino>. Luigi Vaccari