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 2004  luglio 25 Domenica calendario


A cavallo della storia: centoventi lapidi ricordano i destrieri appartenuti agli zar. Il primo fu L’Ami

A cavallo della storia: centoventi lapidi ricordano i destrieri appartenuti agli zar. Il primo fu L’Ami. Il Messaggero, 25/07/2004 San Pietroburgo. Anubis, proprio come la divinità egizia dei morti ritratta sempre in forma di sciacallo seduto, era tutto nero; «servì l’Imperatore Zar Aleksandr Nicolajevich» (cioè Alessandro II figlio di Nicola, 1818-81, che cancellò la servitù della gleba e concesse le terre ai contadini), per quattro anni, «dal 1878 al 1881»; Anubis è morto il 28 marzo 1906. Era invece un baio Donez, come il fiume ucraino che sfocia nel Don: morto il 2 novembre 1907, dopo essere stato, dal 1891 al 1894, il preferito di Alessandro III (1845-94), quello che inizia a costruire la Transiberiana. E poi, il grigio Kabardinez, che trae il nome da una regione russa verso i Balcani: montato per dieci anni da Alessandro II e defunto il 15 giugno 1893; il suo padrone, 12 anni prima, era stato ucciso da un anarchico. E tanti altri ancora: esattamente 120. Sono i cavalli degli Zar; forse, gli unici al mondo che possiedano un cimitero identico a quelli di noi umani: lapidi di marmo grigio, quasi due metri per 70 centimetri, allineate tra loro; se l’erba non fosse troppo alta, certo si vedrebbero anche i vialetti in ghiaia, ben ordinati. Su ogni lapide, il colore e il nome del defunto; il periodo di servizio; la data di nascita quando è nota, e sempre quella della morte: spesso, anche con il giorno preciso. L’’ultimo domicilio” dei cavalli degli zar è in un angolo nascosto del parco di Tsarkoe Selo, che significa Villaggio dello Zar, 25 chilometri da San Pietroburgo, dove è nato anche Aleksandr Puskin: 567 ettari in cui, nel 1752, la zarina Elisabetta vuole uno stupendo palazzo, 300 metri di facciata, progetto di Bartolomeo Rastrelli: contiene anche la sala d’ambra, pannelli donati da Guglielmo I di Prussia a Pietro I; pochi anni dopo, Caterina la Grande fa invece edificare uno tra i primi giardini all’inglese e poi un grande giardino all’italiana. Ci vive anche l’ultimo zar, Nicola II Romanov (1868-1918), trucidato a Ekaterinburg il 17 luglio 1918 con tutti i suoi, ora sepolto in una assai venerata cappella della cattedrale nella Fortezza di Pietro e Paolo: non lontano (scherzi del destino) è ancorato l’incrociatore Aurora , che diede il via alla Rivoluzione, con il primo colpo di cannone sul Palazzo d’Inverno, ora museo dell’Ermitage. Gli equini giacciono in un angolo ai limiti del parco: tanto ben nascosto, che 34 persone del luogo, interpellate durante tre ore, non sanno indicare dov’è; anzi, due, che abitano nel paese, l’hanno anche già cercato, ma senza mai trovarlo. L’ha identificato, 14 anni fa, il francese Jean Louis Gouraud. I cavalli degli zar vivono - si fa per dire - l’estremo riposo vicino a uno strano castello a due piani, assai decrepito, come del resto pure il cimitero: quasi un pezzo di Scozia trasferito qui. Nel 1826, l’architetto Adam Adamovich Menelas riceve dallo zar, Nicola I, l’incarico di costruire un ospizio: 12 stalle al piano terra, e sopra le stanze per gli stallieri, dove i quadrupedi che avevano ben meritato potessero trascorrere l’onorata pensione. è uno degli oltre 100 edifici, molti diroccati, che popolano l’immenso parco: tra loro, anche il palazzo che Caterina ordinò per il nipote, e futuro zar Alessandro II, all’italiano Giacomo Quarenghi. E tutto, a causa di L’ami. L’ami (amico) era davvero amico del fratello maggiore di Nicola, Alessandro I Romanov, che Napoleone aveva sconfitto ad Austerlitz, Elyau e Friedland; ma che poi, avrà un ruolo decisivo nell’abbatterlo. Tanto che, proprio in sella a L’ami, va a Parigi, a raccoglierne la resa: abdicazione, e primo esilio, all’Elba; era il 31 marzo 1814. Undici anni dopo, Alessandro muore; e, insieme all’impero, lascia al fratello, 18 anni meno di lui, anche L’ami. è per lui che il nuovo zar fa erigere l’ospizio; è lui a inaugurare il singolare cimitero, nel 1831, quando se ne va per sempre. Ma la lapide di L’ami non si può vedere: «è tra quelle che ho già restaurato; è in una di queste pile verticali: troppo peso per poterle spostare», spiega Aleksandr Vassiliev, 48 anni, officina di marmi (anche per i cimiteri normali della zona) e ferri battuti dentro l’ex castello-ospizio, dominata da una grande scritta sulla porta: «Dovete lavorare, firmato Gorbaciov». Dice: «Da 20 anni, restauro queste lapidi; paga l’amministrazione del palazzo e del parco: ognuna costa 170 dollari. Circa due terzi, le ho già rimosse dal cimitero, dove ho lasciato le tombe, annotandomi la collocazione d’ogni lapide; le altre sono ancora lì, in attesa che venga il loro turno». Ci sono anche Hamlet (nove anni con Alessandro III); Flora e la giumenta Poltava (preferite dello zar Nicola I); Biouta (24 anni d’onorato servizio); il «marrone scuro Ariol», che è il nome d’un uccello: «Nato nel 1883, dal 1889 al 1890 ha servito l’imperatore Nicolai Aleksandrevich», cioè l’ultimo zar, ed è morto, a 28 anni, nel settembre 1911; e un altro cavallo dell’ultimo Romanov, Krasini (che vuol dire bello), andatosene il 2 marzo 1893, due anni di servizio; o Blubel, montato da due zar e deceduto l’ultimo giorno del 1901. E poi Abas, «nove anni con Alessandro III», mancato nel 1904; Iastryb, che significa falco, morto nel 1912, a 31 anni; la cavalla Praga, montata per due anni da Maria Fiodorovna, la moglie di Alessandro III, e deceduta l’11 dicembre 1890. Se potessero parlare, chissà che cosa racconterebbero; perché lo scrittore inglese R.S. Surtees (1805-’65) diceva che «non esiste segreto più intimo di quello tra un cavaliere e il suo cavallo». Sulla tomba di L’ami, da ieri c’è un fiore. Fabio Isman