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 2005  dicembre 22 Giovedì calendario

Era il 20 luglio 1944. La notizia dell’attentato a Hitler giunse nella mia famiglia attraverso il giornale, subito nascosto e poi sparito

Era il 20 luglio 1944. La notizia dell’attentato a Hitler giunse nella mia famiglia attraverso il giornale, subito nascosto e poi sparito. A me bambina, nessuno si sarebbe rivolto per parlarmi di cose serie, figurarsi se tragiche! Colsi i sussurri fra mio padre e mio nonno, passando e ripassando nella stanza fingendo di giocare con il gatto, lo sgomento sui loro volti e la promessa del segreto per proteggere dalla tragedia mia nonna Gemma von Hagen. Ma presto lei capì. Arrivò presto anche l’altra nonna, Elena von Hagen: la domenica veniva a colazione da noi accompagnata da suo figlio Ermanno con una delle prime auto, forse una Balilla: a lei fu difficile trasmettere la notizia perché era completamente sorda e capiva solo attraverso il movimento delle labbra. Il cugino Albrecht fu subito arrestato dalle SS. Era stato lui a entrare nel bunker insieme con il colonnello Stauffenberg, portando la borsa con l’esplosivo. Già un anno prima si era offerto, partecipando a una sfilata per nuovi modelli di divise, di portarsi addosso una bomba e di gettarsi sul Führer premendo il detonatore, ma la sfilata era stata annullata per un improvviso fuori programma di Hitler. Subito dopo l’attentato nel bunker, il colonnello Stauffenberg riuscì ad allontanarsi in aereo giungendo a Berlino, ma lì fu catturato e fucilato assieme ad altri. Non così per mio cugino Albrecht, che non si allontanò dal luogo dell’attentato e fu subito individuato assieme ad altri giovani cospiratori. Interrogati, confessarono e dopo pochi giorni fu emessa la sentenza, che fu eseguita entro due ore: denudati, avviliti e scherniti, e infine lentamente strangolati con un filo di ferro. L’UFA, il cinegiornale tedesco, filmò la scena per ordine di Goebbels: essa doveva essere proiettata in tutta la Germania a monito di ciò che sarebbe successo ad altri possibili ”criminali traditori”. La pellicola fu presa poi dagli americani e certamente si troverà in un archivio di Washington. Terrificante e mostruosa, la morte di mio cugino Albrecht. Confesso che non vorrei mai vedere quelle immagini. Anche perché da allora ho cominciato ad avere un incubo terrificante: vedevo in sogno la sedia di ferro dove mio cugino era stato legato dai suoi carnefici e dove dondolava in moto perpetuo. Il processo, ovviamente, era stato una farsa. Il 7 e l’8 agosto un primo scaglione di imputati - che comprendeva il maresciallo Witzleben, i generali Hase, Stieff e Hopper, il colonnello von Bernardis, il capitano Klausing, i tenenti von Wartenburg e von Hagen (mio cugino) - era comparso davanti ai giudici. Erano tutti aristocratici, portavano il monocolo, il loro contegno fu «di esemplare dignità...», come scrisse Indro Monatelli nel suo libro-reportage del 1947. Ma non era finita. La repressione fu terribile. I familiari degli attentatori furono perseguitati, i von Hagen (del ramo tedesco) si dovettero uccidere, le tombe e le memorie cancellate. Negli anni successivi, intorno al 1954, ci venne a trovare da Berlino una signora, che era stata amica della famiglia von Hagen, e ci portò altre notizie sull’attentato a Hitler. La più importante era questa: vicino al gruppo, senza sapere niente della preparazione dell’attentato, ma opponendosi coraggiosamente al regime hitleriano, c’era anche il cardinale von Balthazar, a quel tempo soltanto vescovo, rammentato ultimamente da Papa Ratzinger e proposto per una futura beatificazione. La signora berlinese ci confermò lo sterminio della nostra famiglia. Di lei non avemmo più notizie, scomparve come era apparsa. All’Accademia Militare di Berlino dovrebbe esserci ancora una lapide con incisi i nomi di tutti quegli eroi. Non ci sono più tornata, anche se ne ho avuto spesso l’intenzione. La memoria, però, non si è attenuata, anzi. Quel lontano cugino, giovanissimo eroe, è sempre nel mio cuore.