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 2003  novembre 23 Domenica calendario

In auto Maria ”Pilotino” volava come un tappo di champagne, Il Mattino, 23 novembre 2003 Anni Cinquanta

In auto Maria ”Pilotino” volava come un tappo di champagne, Il Mattino, 23 novembre 2003 Anni Cinquanta. Non c’erano solo il battito del motore e il grigio della pista, come oggi. Spesso si correva, e si correva tanto, su strade normali. Per prevedere una curva i piloti si orientavano seguendo gli alberi e i pali della luce. [...] Epoca bella, nel ricordo di Maria Teresa De Filippis, la prima donna della Formula Uno. Nata in via Caracciolo, di fronte a Castel dell’Ovo, oggi vive in mezzo a un bosco dalle parti di Bergamo col marito austriaco Theo Huschek, chimico e gentiluomo. Ha appena compiuto 77 anni [...]. Come cominciò, signora? "Cominciò per una sfida con due dei miei tre fratelli, Antonio e Giuseppe. Chi di noi è più veloce? All’epoca amavo i cavalli, non le automobili. Mi fecero esercitare sulla Costiera Amalfitana. Poco dopo feci la prima corsa, Sorrento-Cava de’ Tirreni e arrivai seconda. Riprovai alla Sorrento-Sant’Agata e vinsi. Era 1948, guidavo una Topolino beige. Decisi di fare sul serio. Andai da Taraschi a Teramo e comprai un’Urania 750 sport". Allora bisognava essere ricchi per correre. "Quasi tutti i campioni erano più che benestanti. Ognuno si portava dietro due meccanici, due carrelli. Costava. Nascevano leggende. Quella del napoletano Giuseppe Ruggiero detto Peppe ’a frizione, ad esempio. Dicevano che faceva la discesa di Posillipo a motore spento perché non aveva i soldi per la benzina, invece era figlio di un notaio, un po’ matto". Una donna al volante era una rarità. "Prima di me solo la baronessa romana D’Avanzo, una pioniera; fece furore all’epoca in cui ancora correva Enzo Ferrari. Con me, Anna Maria Peduzzi detta la marocchina, nelle 750". La chiamarono subito ”Pilotino”. "Ero piccola, 1 e 59, pesavo sì e no 50 chili. Con orgoglio dico che quella linea l’ho mantenuta, non mi sono mai mascolinizzata". Un fisico alla Nuvolari. Però per farla stare comoda al volante le infilavano sotto un cuscino. "Accadde quando arrivai alla Maserati, un bestione. Gli altri piloti erano altissimi. Il cuscino lo fece il tappezziere Fantuzzi; il capo dei collaudatori, Guerino Bertocchi, aggiunse un nastro blu portafortuna". Quanto durò l’esperienza nelle Sport? "Quattro anni, magnifici. Vincevo spesso. Quelle auto le chiamavano ”barchette”, avevano ruote coperte, filavano. Nel 1953 mi decisi al salto e passai all’Osca 1100 dei fratelli Maserati. Correvo coi migliori, si diventava amici, andava insieme a ballare. Lo svedese Bonnier lanciava sfide a chi reggeva meglio il whisky, certe volte la sera prima di correre; poi a tavola beveva latte. Alle prove del circuito di Posillipo ruppi e mi fermai [...]; Alberto Ascari passava veloce e mi cacciava la lingua. Vinsi ancora. Nel 1954 persi il titolo italiano per un punto e mezzo. Ero in testa alla categoria quando ebbi un incidente in Sardegna". Ne ha avuti altri? "Tanti, ma l’unico a lasciare il segno fu quello, perché persi l’udito all’orecchio sinistro. Magari ero un po’ matta, ma non c’erano neppure circuiti sicuri. Nelle corse di adesso sbatti a 300 all’ora e esci tutto di un pezzo. Allora o morivi oppure restavi invalido. Nei primi anni mancava anche il casco; correvamo con maglietta, pantaloni, guanti e basta. Gli occhiali si pulivano con lo sputo; il raffinato Luigi Musso usava le patate. Era faticoso e pericoloso, non guadagnavi nulla e rischiavi la vita". Perché passò alla Formula Uno? "Fu il collaudatore Bertocchi a dirmi che sull’Osca 1100 oramai valevo quanto i migliori [...]. E comprai una Maserati". Quanto la pagò? "Lasciamo stare, pazzie di gioventù. Però era usata, l’aveva presa di seconda mano pure Bonnier. Nel 1955 persi ancora per un soffio il campionato italiano". Una donna al volante di una Formula Uno. "1958, Gran Premio di Siracusa..." [...] Fu un successo: arrivò quinta. "Quando salii in macchina per le prove, si fermarono tutti pensando ”Questa si ammazza”. Non l’avevo mai guidata prima, il cambio aveva la leva centrale, freno e frizione erano invertiti. Partii, boom. Era un circuito cittadino molto veloce, a un certo punto la rotaia del tram. Feci un paio di giri e mi fermai. Venne Musso, un asso, e disse: ”Pilotino, seguimi, così vedrai come faccio io”. Lo seguii. Arrivati a un punto pericolosissimo [...] vidi che gli stop di Luigi non si accendevano. Spinsi pure io senza frenare, non volevo fare brutta figura. Sentii gli urli degli spettatori. Tornata ai box, gli dissi: ”Ma sei pazzo o cretino? Non hai frenato”. E lui: ”Ma non lo sai che nella Formula uno gli stop non esistono?”. Rideva. La gara la vinse lui". stato Musso il suo maestro? "Ho imparato da tutti, piloti e uomini straordinari. Gigi Villoresi lo chiamavo papà. Manuel Fangio mi insegnò davvero tanto". Quante volte corse in Formula Uno? "Due a Siracusa. A Monaco. In Belgio. A Monza. In Portogallo, dove andai a sbattere contro un palo della luce in cemento armato; mi tirai le ginocchia in bocca, altrimenti le lamiere mi avrebbero tranciato le gambe in due. Conservo le foto dei rottami". Ci fu una brutta avventura in Argentina. "Alla Mille chilometri di Buenos Aires, 1956. Ero in testa alla mia classe e sesta in assoluto. Vidi la bandiera blu, andai tranquilla e fuori della curva trovai due auto appaiate. Davanti la morte sicura, a destra un muro, a sinistra un palo. Scelsi il palo. I giornali scrissero ch’ero volata come un tappo di champagne. Mi ruppi un braccio, mi ferii alle gambe. Volevo tornare in corsa, mi misero sulla barella d’autorità". Lei smise nel 1959. L’anno prima, a Reims, era morto Musso. Fu quel lutto a convincerla? "Non solo quello. [...] In pochi mesi morirono in pista cinque-sei amici e dissi basta". Pietro Gargano