Cesare G. Romana il Giornale, 24/11/2003, 24 novembre 2003
Juliette Gréco "aveva in gola poesie mai scritte", il Giornale, 24/11/2003 Anche nella morsa della Gestapo Parigi era smagliante
Juliette Gréco "aveva in gola poesie mai scritte", il Giornale, 24/11/2003 Anche nella morsa della Gestapo Parigi era smagliante. Ai piedi di boulevard Saint Michel la statua dell’Arcangelo era un inno alla luce, nei giardini del Luxembourg il verde straripava. La ragazza, sedici anni, passò rapida, con i seni da matriarca in affanno e i pantaloni da uomo sformati dall’incuria. Si fermò soltanto nel pronao del teatro, tra le colonne dove i clochard passavano la notte e dove ogni giorno andava a sognare un futuro di palco scenici, per diluire i livori del presente. la prima immagine che i biografi ultimo lo splendido libro di Bertrand Dicale, intitolato all’artista e fresco di stampa per l’editrice Le Lettere ci tramandano di Juliette Gréco. L’antefatto è invece a Bordeaux, nel quartiere iperborghese di Talence che nel ’27 le dà i natali: un’infanzia da bambina ostica, per padre un poliziotto corso, per madre una letterata altera, distante, persa tra i miraggi di grandezza e utopie da femminista avant lettre. La donna chiama la figlia Toutoute e le inventa origini da trovatella: "Non t’ho fatta io le ripete, t’ho comprata dagli zingari". Quando il padre se ne va, solo amico di Juliette resta un soave orso di pezza: la madre glielo butta via, "era fatta per cose gloriose dirà la figlia, la tenerezza le era estranea". Ancora implume, in vacanza a Périgord, Toutoute s’innamora. Lui è un gitano sordomuto, vive in una roulotte ed è malato, come lei, di libertà. Ma è un amore di sguardi: muto, platonico. A svelare a Juliette il mistero del sesso è, in collegio, la suora che una notte si infila nel suo letto, e la notte dopo e altre ancora. Poi Toutoute, accusata di furto, litiga e l’espellono. Tornata in famiglia vive con la madre, le sue amanti e i suoi amanti. Viene su come un cardo selvatico, solitaria, spinosa. A tredici anni prende a schiaffi la signora Gréco e fugge in un fienile: i gendarmi la ritrovano a notte fonda, tremante di gelo e di terrore. A scuola i giochi dei coetanei la irritano, passa ore nella toilette a declamare Racine, un’insegnante ne nota "gli occhi di marmo nero, da Cleopatra, e la voce da attrice tragica". Intanto Hitler ha invaso la Francia, la madre di Juliette entra nella Resistenza e l’arrestano. Una mattina Toutoute aspetta la sorella, Charlotte, in place de la Madeleine, quando quattro figuri l’afferrano. Trascinata su un cellulare prende a schiaffi gli uomini della Gestapo e ne è picchiata con foga selvaggia. Nella prigione di Fresnes una robusta kapò, perquisendola, la deflora, poi la chiude, sanguinante, in una cella, con tre puttane che ne odiano da subito il riserbo insolente, poi finiscono per amarne la fragilità. Tornata libera Toutoute alloggia in una pensione vicino a Saint Sulpice, a un fiato da SaintGermain desPrés. Nell’appartamento si gela, il cibo manca e per scaldarsi non resta che sradicare pezzi di parquet e dargli fuoco. Uno studente, Bernard Quentin, offre a Juliette i suoi vestiti e il suo letto, per mangiare Toutoute deruba chiunque abbia una baguette o una fetta di formaggio. Quando, a diciannove anni, resta incinta una mammana maldestra l’aiuta ad abortire: uno strazio di ferri adunchi, carni offese, emorragie che si susseguono per giorni e giorni. Juliette è un bucaniere alla deriva, ma è proprio l’indole da bucaniere a salvarla dal naufragio. E un chirurgo di buon cuore: che la vede svenire per strada, la soccorre e la cura, gratuitamente. Finisce la guerra, i tedeschi sfollano via, De Gaulle annuncia la riacquistata libertà. E sulla Francia soffia un vento d’allegria ritrovata: " la dittatura del piacere", titola un pisciafogli, come i buontemponi della Rive Gauche chiamano i giornalisti. Nei bar di SaintGermain si reimpara a ridere, si ama, s’inventa. E si beve, a fiumi: "Un po’ perché l’alcol non mancava racconta Simone de Beauvoir , un po’ per sfogo, per festa, per oblio". Juliette e Quentin vivono, ora, in una mansarda da vie de bohème, oltre l’abbaino fumano i comignoli di Parigi, lui dipinge e lei sogna. O legge: Kierkegaard, Marx, Gide, Teresa d’Avila. Si iscrive al partito comunista, vende l’’Humanité”, con Marguerite Duras, tra il Pantheon e Notre Dame, poi scopre che la militanza è una gabbia, non s’addice al suo animo volatile. Fa la comparsa alla Comédie Française in un dramma di Claudel, intona "costruiremo un domani che canta" in un concerto di Trenet e Josephine Baker, recita in Victor o i bambini al potere, di Vitrac, con la regia di Antonin Artaud. Il dramma racconta, dice quest’ultimo, "la disgregazione del pensiero moderno in favore di chissà cosa", Juliette se ne accende con tale veemenza che un critico le riconosce "una precoce autorevolezza". Ora i copains di Toutoute sono un professore gentile e ironico, uscito da un lager tedesco, che si chiama JeanPaul Sartre, e con lui la Beauvoir, Camus, Queneau, Prévert. E Boris Vian, fresco dello sdegnato successo di Sputerò sulle vostre tombe, che suona la tromba in un gruppo jazz e le è maestro di euforie e depressioni. Senza avere mai girato un film o inciso un disco, Juliette si ritrova famosa: per le sue risse, gli amori spiazzanti, le amicizie eterodosse. Per aver preso a ceffoni un ministro troppo galante, per aver messo al tappeto il figlio d’Alfred Cortot, per "la furia selvaggia con la quale fa a pugni", scrive France Dimanche. Ma soprattutto perché nessuno, nella Francia rinata, sa impersonare, come lei, lo scandalo, la gloria, il frastuono della libertà. Declinano intanto, nell’ebbrezza e nell’incertezza del futuro, i tumultuosi anni Quaranta e a Juliette portano in dono il più grande amore della sua vita, e il più feroce dolore. Lui è un campione automobilista, eroe della Resistenza, ingegnere, si chiama JeanPierre Wimille, ha gli occhi verdi, le tempie grigie e ventitré anni più di lei. mondano quanto lei è schiva, allegro quanto lei è ombrosa. Li avvince la legge degli opposti: si conoscono, si guardano ed è già passione. Insieme girano Parigi, Antibes, Capri. Dopo la prima notte d’amore, in un sogno, Toutoute vede l’uomo morire sulla sua auto, col cuore squarciato dal volante. Ed è esattamente così che JeanPierre se ne va il 29 gennaio ’49, sul circuito di Buenos Aires, slittando su una cunetta. Per Juliette è una fine senza fine, una disperazione che dilaga sugli anni a venire. Si guarda vivere con occhi da estranea, si fa ancor più introversa, le leggendarie baruffe sono solo un ricordo. Cerca sollievo, vanamente, in liaisons provvisorie. Con Miles Davis, per esempio: lui, ventitré anni, è soltanto un cupo, misogino genio in fieri, ma Juliette lo vede "bello come un dio egizio" e gli suscita un amore senza scampo. Per addolcirle il risveglio Davis, immerso nella vasca da bagno, suona Bach, insieme ciondolano ore e ore, mano nella mano, su e giù per il Lungosenna. Finisce tre settimane dopo: Miles torna a New York e sprofonda nell’eroina. Poi Marlon Brando: giovane, bellissimo e già famoso, sfreccia per Parigi con la sua moto enorme. La conquista senza fatica, e senza fatica la perde. Passano tre anni e Toutoute sente incombere il momento d’annullarsi e reinventarsi. Lascia i pantaloni sformati e le scarpe da uomo, s’inguaina in tubini neri, muta le forme tozze in una magrezza da naufrago. E trasforma la ragazzaccia della rive gauche in una lady altera. Comincia col cinema: è Circe in Ulysse, di Alexandre Astruc, con Simone Signoret che fa Penelope, Jean Cocteau che è Omero e Jean Genet che dovrebbe essere Polifemo, ma non si fa vedere. Poi l’inducono a diventare cantante. Sartre la guida nella scelta dei brani: liriche di Queneau (Si tu t’imagines), Laforgue (L’éternel féminin), Prévert (Les feuilles mortes) e dello stesso JeanPaul (La rue des BlancsManteaux). Joseph Kosma scrive le musiche e al debutto, in un club della rive droite, applaudono Mauriac, Allégret, Resnais, Erskine Caldwell. Juliette canta con Wimille nel cuore, neppure l’innata alterigia argina l’urgenza del rimpianto. Azzarda Les Feuilles mortes e, quando canta "en ce temps là la vie était plus belle", dalla gola filtra solo un sussurro: il resto è pianto rattenuto. La voce è fosca e imprecisa, ma Sartre ne scrive: "Le parole hanno una bellezza sensuale, e Juliette ce la ricorda: attizza il fuoco che nascondono, ha nella gola milioni di poesie mai scritte". Il dado è tratto, il successo di Juliette Gréco dilaga nel mondo, i maggiori teatri l’accolgono e, tra i primi, quello dei suoi sogni di bambina ostica. Il resto è storia: successi, scandali e un rosario lungo di mariti ed amanti. Musicisti come Sacha Distel, produttori come Darryl Zanuck, attori come Michel Piccoli, Rolande Alexandre che s’uccide col gas, accusandola di disamore, Philippe Lemaire che la sposa e ne nasce Laurence Marie, bionda e luminosa come un cherubino. Poi gli amici: Françoise Sagan, Eddie Constantine, Brassens, Léo Ferré, Serge Gainsbourg, Yves Montand, Aznavour. Più un giovane belga con gli occhi di febbre e il viso scarnito, che le fa ascoltare le proprie canzoni e lei dice: "Non saprei interpretarle come te, cantale tu". Lui si chiama Jacques Brel, suo pianista e coautore è un tale Gérard Jouannest. Ha modi cortesi, è schivo e tenace. Quando Brel si ritira a morire nella quiete delle Marchesi, diventa il pianista di Juliette e il suo nuovo marito. Lo è ancora. Cesare G. Romana Juliette Gréco "aveva in gola poesie mai scritte". Ora i copains di Toutoute sono un professore gentile e ironico, uscito da un lager tedesco, che si chiama JeanPaul Sartre, e con lui la Beauvoir, Camus, Queneau, Prévert. E Boris Vian, fresco dello sdegnato successo di Sputerò sulle vostre tombe, che suona la tromba in un gruppo jazz e le è maestro di euforie e depressioni. Senza avere mai girato un film o inciso un disco, Juliette si ritrova famosa: per le sue risse, gli amori spiazzanti, le amicizie eterodosse. Per aver preso a ceffoni un ministro troppo galante, per aver messo al tappeto il figlio d’Alfred Cortot, per "la furia selvaggia con la quale fa a pugni", scrive France Dimanche. Ma soprattutto perché nessuno, nella Francia rinata, sa impersonare, come lei, lo scandalo, la gloria, il frastuono della libertà. Declinano intanto, nell’ebbrezza e nell’incertezza del futuro, i tumultuosi anni Quaranta e a Juliette portano in dono il più grande amore della sua vita, e il più feroce dolore. Lui è un campione automobilista, eroe della Resistenza, ingegnere, si chiama JeanPierre Wimille, ha gli occhi verdi, le tempie grigie e ventitré anni più di lei. mondano quanto lei è schiva, allegro quanto lei è ombrosa. Li avvince la legge degli opposti: si conoscono, si guardano ed è già passione. Insieme girano Parigi, Antibes, Capri. Dopo la prima notte d’amore, in un sogno, Toutoute vede l’uomo morire sulla sua auto, col cuore squarciato dal volante. Ed è esattamente così che JeanPierre se ne va il 29 gennaio ’49, sul circuito di Buenos Aires, slittando su una cunetta. Per Juliette è una fine senza fine, una disperazione che dilaga sugli anni a venire. Si guarda vivere con occhi da estranea, si fa ancor più introversa, le leggendarie baruffe sono solo un ricordo. Cerca sollievo, vanamente, in liaisons provvisorie. Con Miles Davis, per esempio: lui, ventitré anni, è soltanto un cupo, misogino genio in fieri, ma Juliette lo vede "bello come un dio egizio" e gli suscita un amore senza scampo. Per addolcirle il risveglio Davis, immerso nella vasca da bagno, suona Bach, insieme ciondolano ore e ore, mano nella mano, su e giù per il Lungosenna. Finisce tre settimane dopo: Miles torna a New York e sprofonda nell’eroina. Poi Marlon Brando: giovane, bellissimo e già famoso, sfreccia per Parigi con la sua moto enorme. La conquista senza fatica, e senza fatica la perde. Passano tre anni e Toutoute sente incombere il momento d’annullarsi e reinventarsi. Lascia i pantaloni sformati e le scarpe da uomo, s’inguaina in tubini neri, muta le forme tozze in una magrezza da naufrago. E trasforma la ragazzaccia della rive gauche in una lady altera. Comincia col cinema: è Circe in Ulysse, di Alexandre Astruc, con Simone Signoret che fa Penelope, Jean Cocteau che è Omero e Jean Genet che dovrebbe essere Polifemo, ma non si fa vedere. Poi l’inducono a diventare cantante. Sartre la guida nella scelta dei brani: liriche di Queneau (Si tu t’imagines), Laforgue (L’éternel féminin), Prévert (Les feuilles mortes) e dello stesso JeanPaul (La rue des BlancsManteaux). Joseph Kosma scrive le musiche e al debutto, in un club della rive droite, applaudono Mauriac, Allégret, Resnais, Erskine Caldwell. Juliette canta con Wimille nel cuore, neppure l’innata alterigia argina l’urgenza del rimpianto. Azzarda Les Feuilles mortes e, quando canta "en ce temps là la vie était plus belle", dalla gola filtra solo un sussurro: il resto è pianto rattenuto. La voce è fosca e imprecisa, ma Sartre ne scrive: "Le parole hanno una bellezza sensuale, e Juliette ce la ricorda: attizza il fuoco che nascondono, ha nella gola milioni di poesie mai scritte". Il dado è tratto, il successo di Juliette Gréco dilaga nel mondo, i maggiori teatri l’accolgono e, tra i primi, quello dei suoi sogni di bambina ostica. Il resto è storia: successi, scandali e un rosario lungo di mariti ed amanti. Musicisti come Sacha Distel, produttori come Darryl Zanuck, attori come Michel Piccoli, Rolande Alexandre che s’uccide col gas, accusandola di disamore, Philippe Lemaire che la sposa e ne nasce Laurence Marie, bionda e luminosa come un cherubino. Poi gli amici: Françoise Sagan, Eddie Constantine, Brassens, Léo Ferré, Serge Gainsbourg, Yves Montand, Aznavour. Più un giovane belga con gli occhi di febbre e il viso scarnito, che le fa ascoltare le proprie canzoni e lei dice: "Non saprei interpretarle come te, cantale tu". Lui si chiama Jacques Brel, suo pianista e coautore è un tale Gérard Jouannest. Ha modi cortesi, è schivo e tenace. Quando Brel si ritira a morire nella quiete delle Marchesi, diventa il pianista di Juliette e il suo nuovo marito. Lo è ancora. Cesare G. Romana