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 2003  dicembre 20 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 22 DICEMBRE 2003

Dal buco nero di Parmalat spunta la teoria dello scarafaggio.
La giornata più nera nella storia di Parmalat (venerdì scorso) è iniziata la mattina presto, con la notizia di un buco. La Bank of America ha dichiarato di non avere in deposito i 3,95 miliardi di euro di liquidità dichiarati da Bonlat, società delle Isole Cayman che fa ca-po al gruppo alimentare di Collecchio. Nel pomeriggio, a Piazza Affari, Parmalat ha per-so il 66,3 per cento. [1]
Da oggi le azioni sono fuori dal Mib30. Nelle ultime due settimane il titolo ha bruciato 1,6 miliardi di capitalizzazione, pari all’87 per cento del capitale. [2] Le procure di Milano e Parma hanno aperto due inchieste. Tra le ipotesi di reato: false comunicazioni sociali, falso commesso dalle società di revisione nelle comunicazioni, ag-giotaggio e truffa. [3]
"Quei soldi dovevano essere su un conto della filiale caraibica della Bank of America e la loro consistenza doveva essere verificata dai revisori dei conti della Grant Thornton [...] Ma venerdì la banca statunitense ha ri-conosciuto come falso il documento che agli occhi dei revisori provava l’esistenza di quei 3,95 miliardi di euro [...] Una cifra stratosferica su cui forse troppo tardivamente si è concentrata l’attenzione della Consob. Il documento in questione è datato 6 marzo 2003. Solo il 15 dicembre scorso, dopo ben nove mesi, l’Autorità di vigilanza, presieduta da Lamberto Cardia, ha messo alle strette i re-visori della Grant Thornton e la Bank of America. Troppo tardi, perché i dubbi degli investitori sulla liquidità della Parmalat ri-salgono almeno a un anno fa". [4]
"Quale fine abbiano fatto questi soldi è ancora presto per dirlo anche se l’ipotesi più ve-rosimile è che la proprietà abbia tentato negli ultimi anni anni di sostituire gli utili industriali con quelli finanziari. Prendendo dal mercato soldi al 6-7 per cento, probabilmente, Tanzi ha tentato di speculare sui derivati di ogni tipo bruciando così nella fornace finanziaria i soldi dei risparmiatori italiani e esteri e il suo stesso destino. L’alternativa sarebbe ancora più drammatica e getterebbe un’ombra lunga su pezzi importanti del capitalismo italiano" (Geronimo). [5] "Le incredibili storie del cavalier Calisto, con quegli strampalati investimenti nel fondo Epicurum e quegli incomprensibili finan-ziamenti infragruppo di ferruzziana memo-ria, stanno precipitando in una crisi di cre-dibilità l’intero sistema finanziario italiano. I Cirio people sono 34 mila. I Parmalat peo-ple ancora non si sa". [6]
Sempre venerdì, "Standard & Poor’s ha di-chiarato fallita la società. Il giudizio su Par-malat è stato abbassato da ”CC” direttamen-te a ”D”, l’ultimo gradino della scala". [4] "’D” come default, che significa fallimento. Un provvedimento che giunge forse tardivo, visto che fino a poche settimane fa Standard & Poor’s era nel coro di coloro che riteneva-no affidabili i numeri di Parmalat, ma che ora suona come ineluttabile". Dopo l’annuncio del buco, "gli 814 milioni di azioni in circolazione, di cui il 50,2% ancora in mano alla famiglia Tanzi, non hanno più alcun valore. E la stessa sorte subiranno le obbligazioni, il cui ammontare è di circa 7 miliardi di euro. Il debito netto della società è ormai negativo. Il debito è elevatissimo. Un salvataggio del gruppo appare davvero difficile". [2]
"Bondi non molla". Ufficialmente alla guida della Parmalat da lunedì (al posto di Calisto Tanzi) il neopresidente non è "mai sfiorato" dall’idea di lasciare. Nella serata di venerdì il consiglio di amministrazione, gli ha dato mandato di rivolgersi al tribunale per concordare, in sede civile, una procedura concorsuale che tuteli la continuità aziendale [...] Una via d’uscita può essere quella dell’amministrazione controllata, che concede del tempo, qualche settimana perché il giudice decida e nomini i commissari da affiancare al consiglio, altri tre mesi prima che ci sia l’adunanza dei creditori. Giusto il tempo perché Bondi possa stendere il piano di salvataggio". [7]
Che fine ha fatto Fausto Tonna? "L’ex di-rettore finanziario del gruppo di Collecchio e braccio destro di Calisto Tanzi, l’unico forse in grado di spiegare le fondamenta su cui poggia questo castello di carte che improvvisamente si è sbriciolato, è scomparso. Forse è in fuga, nei giorni scorsi non ha certo collaborato con gli uomini di Enrico Bondi entrati a Parma per far luce sulla vicenda. Anzi, qualche consulente ammette di aver sentito Bondi urlare a squarciagola perché non riusciva a rintracciare Tonna". [8]

"La questione in fondo è semplice. Il 30 settembre la Parmalat nei suoi bilanci ha scritto: abbiamo una cassa gonfia di un miliardo di euro. Liquidità. Oppure chiamatela come vi pare: conto corrente, pacchetti da 500 euro, libretti postali, Bot. Insomma danaro fresco. A disposizione. Dopo sessanta giorni si scopre che la stessa Parmalat non è in grado di pagare un prestito in scadenza per 150 milioni di euro e financo stipendi e fornitori. Ren-diamo il concetto ancora più semplice: il gruppo alimentare ha bruciato negli ultimi due mesi qualcosa come 35 miliardi di vec-chie lire al giorno. Un miliardo e mezzo all’o-ra. Delle due l’una: o il bilancio pubblicato a settembre era falso e quei soldi freschi non ci sono mai stati. O in due mesi la società ha fat-to tante di quelle stupidaggini da distruggere un impero creato in quarant’anni". [9]
"Un crack devastante che ci ha fatto torna-re alla mente il fallimento del Banco Ambro-siano di Calvi" (Rinaldo Gianola). [10]
"Parmalat come o forse peggio di Enron?". [11] Rampini su Repubblica: "La ”nostra En-ron” chiama in causa diversi livelli di re-sponsabilità e di colpe. Prima di tutto a li-vello aziendale: i conti della Parmalat sono stati falsificati dall’azienda con una ragnate-la di complicità interne ed esterne, fino a coinvolgere uomini delle banche che si pre-stavano a far sembrare ricca e liquida una società che non lo era. L’impresa alimentare continuava a emettere una quantità anoma-la di bond (obbligazioni), spesso riacquistan-dole attraverso società fantasma alle isole Cayman. Già questo avrebbe dovuto accen- dere sospetti molto tempo fa. Invece tutti i controlli di prima linea sono saltati: consiglio d’amministrazione, sindaci. Lo stesso è acca-duto con i revisori dei conti, la società di au-diting Deloitte. A un livello superiore la so-cietà di rating Standard&Poor’s [...] ha taciu-to a lungo e ha degradato la Parmalat solo in extremis. Le banche hanno continuato a fi-nanziare il gruppo di Tanzi: ignare o irre-sponsabili? Il tonfo dei loro titoli in Borsa -primo fra tutti Capitalia - esprime il verdetto del mercato. Il sistema bancario dovrebbe essere un’ancora di stabilità, il depositario della fiducia dei risparmiatori: l’ha tradita e questa è una ferita profonda per la sicurezza degli italiani. Infine gli organi di vigilanza so-no venuti meno al loro compito. Le emissio-ni di obbligazioni, in quanto sollecitazioni di pubblico risparmio, vengono comunicate al-la Banca d’Italia e alla Consob. La Banca d’I-talia, attraverso la centrale dei rischi, ha an-che i mezzi per misurare esposizioni ecces-sive del sistema creditizio verso un’azienda. Tutti questi argini sono saltati, tutti i disposi-tivi di tutela sono rimasti inattivi. Ora gli os-servatori internazionali parlano di ”rischio argentino” per la Parmalat, e l’intera econo-mia italiana pagherà le conseguenze di que-sto disastro". [12]
Tremonti parla di "Enron europea" (come ”The Economist”), coglie l’occasione per pun-tare l’indice contro Fazio e (forse) si prepara a portare in Consiglio dei ministri il suo vecchio progetto per la costituzione di una nuova Au-torità unica per il risparmio che assorba gran parte dei poteri di Consob e Bankitalia. [13] "Una decisione che molti interpretano come l’ultimo e decisivo affondo contro Fa-zio". Del resto "l’accusa è netta: non aver vi-gilato su quei 4 miliardi di euro depositati in un conto corrente e poi scomparsi". "Il siste-ma va rivisto, i risparmiatori vanno tutelati", ha detto venerdì il ministro dell’Economia, annunciando che tornerà ad approfondire la questione nella riunione di martedì 23. Poi ha avuto un lungo incontro con Berlusconi, che gli avrebbe dato pieno appoggio. [14]
Parmalat ha fatto crack, come Cirio. "Ormai è un’azienda di creditori e basta, senza più capitale né azionisti. Il suo patrimonio netto, alla luce di questo grave ammanco, è negati-vo per 2,2 miliardi; le sue azioni, compresa la quota di maggioranza assoluta della famiglia Tanzi, non hanno più alcun valore. Il prezzo delle obbligazioni è crollato vertiginosa-mente. Di fronte a questo sfracello, la scelta di portare i libri in Tribunale e di avviare una raffica di azioni di responsabilità contro chi ha provocato il tracollo sembra l’unica strada percorribile. L’azienda Parmalat, con gli stabilimenti, i marchi, le quote di merca-to, genera cassa e utili, spiega chi ha il filo di-retto col quartier generale del gruppo. Essa ha tuttora un discreto valore. Dunque c’è spazio per tentare il concordato con i credi-tori: banche e obbligazionisti. Il ritorno in bo-nis, secondo gli esperti, avrebbe buone pro-babilità di andare in porto se i creditori ac-cettassero di sacrificare una parte consi-stente del capitale. Per raggiungere l’intesa, però, Bondi e i suoi consulenti debbono guardare e incidere in profondità nella in-frastruttura ”deviata”, all’origine del disse-sto, costruita dai vecchi amministratori con l’aiuto di primari istituti esteri durante la precedente gestione. Ciò che rimane dell’at-tivo dovrà essere, infatti, il più possibile va-lorizzato e reso liquido, per poi essere ripar-tito tra i creditori in fase di concordato. Solo così l’azienda avrà qualche speranza di ri-tornare in bonis". [15]
Sta arrivando lo spezzatino? "Un boccone troppo grosso. Forse per i big internazionali dell’alimentare quali Danone, Nestlé, Kraft o Sara Lee. Di sicuro per le aziende italiane. Ecco allora che per il colosso Parmalat - nel-l’ipotesi di una vendita forzata - potrebbe aprirsi la strada dello ”spezzatino” societa-rio. Il riflettore principale è acceso sul core business - il latte fresco e quello Uht - ma al-tre luci stanno inquadrando le restanti atti-vità: prodotti da forno (Mister Day), derivati del latte (panna Chef, coppa Malù, Optimus, yogurt Kyr), succhi di frutta (Santal), e pomo-doro (Pomì)". [16]
"La crisi della Parmalat arriva alla vigilia del rinnovo dei contratti per la fornitura del lat-te, le cui scadenze si concentrano tra gennaio e febbraio. Dalle sorti del colosso parmigiano dipende il futuro non solo di migliaia di alle-vatori, ma anche l’assetto di un settore ali-mentare che, tra le recenti polemiche sulle etichette e la lunga fase calante dei consumi, non sta certo attraversando un momento mol-to felice". Negli ultimi anni, Parmalat e Gra-narolo hanno assorbito le più importanti cen-trali municipalizzate e ormai controllano da sole il 60 per cento del latte fresco e oltre il 40 di quello a lunga conservazione: "Alle loro spalle, una cinquantina di aziende di piccole e medie dimensioni, che si dividono un mer-cato che vale alla produzione circa 2,7 mi-liardi di euro. Numeri che indicano chiara-mente come sia difficile trovare una soluzio-ne all’interno dell’industria italiana del set-tore, senza un intervento del governo". [17]
Dalle notizie ancora incomplete di questi giorni esce un quadro stravolto: ci sono due Parmalat. "Una si occupa di industria, pro-duce latte Uht e merendine, ha normali rap-porti col sistema bancario, coi sindacati, il mondo del risparmio, gode di grande presti-gio. Poi c’è una seconda Parmalat, parallela alla prima, che vive nei paradisi fiscali, con società apparentemente separate ma domi-ciliate nello stesso edificio che custodiscono e trasferiscono, almeno nominalmente, capi-tali per milioni e milioni di euro. Qual è la vera Parmalat? Qual è il vero Tanzi? L’im-prenditore di Collecchio è quel galantuomo riservato, sereno, abile, tanto devoto da por-tarsi in barca vescovi, cardinali, esponenti dell’Opus Dei, oppure ha una doppia perso-nalità, è stato tanto abile da nascondere una insospettabile vocazione predatoria?". [10]
Scarafaggi. "Come nel caso Enron, è inevi-tabile evocare the cockroach theory, la teoria dello scarafaggio: quando ne spunta uno, non è mai solo. Con Cirio e Parmalat siamo già a due scarafaggi. Di solito vivono in colonie". [12]