[1] Alberto D’Argenzio, ཿil manifesto 2/3/2004; [2] Giuseppe Sarcina. ཿCorriere della Sera 1/3/2004; [3] Maria Maggiore, ཿLa Stampa 4/3/2004; [4] Franco Papitto, ཿla Repubblica 2/3/2004; [5] Maria Maggiore, ཿLa Stampa 1/3/2004; [6] Rita Di Giovacchin, 21 ottobre 1996
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 8 MARZO 2004
Un’orribile favola belga con orco: Marc Dutroux.
Dalle 9.40 di lunedì scorso il Belgio rivive il suo incubo peggiore. Alberto D’Argenzio: «Un incubo che risponde al nome, cognome e soprattutto alle gesta di Marc Dutroux, elettricista che mai lavorò con i watt preferendo fin da giovanissimo il traffico d’auto e di droga per convertirsi a metà degli anni 90 nel pedofilo più famoso del continente». [1] Giuseppe Sarcina: «Il ”caso Dutroux” suscitò, a metà degli anni Novanta, l’indignazione, la rabbia di tutta l’Europa. Nel giro di pochi mesi il Belgio visse la paura che la Toscana ha conosciuto all’epoca del ”mostro di Firenze”; i sospetti di complicità ”altolocate” simili a quelle che circondarono il ”delitto Montesi” (Torvaianica, 1953); la vergogna per istituzioni inette, come accadde a Roma con la fuga del nazista Kappler e, infine, una stagione di rivalsa morale, come fu ai tempi di ”Mani pulite”, a Milano. Tutto insieme, tutto in una volta». [2]
Dutroux, oggi 47enne (è nato il 6 novembre 1956), tra il 1995 e il 1996 ha sequestrato e violentato bambine e adolescenti, quattro di queste sono state uccise o lasciate morire in una stanzetta minuscola ben nascosta nella sua «casa degli orrori», a Marcinelle, un paesotto grigio attaccato a Charleroi e famoso per le miniere. Ad Arlon, nel sud del paese, è in corso l’atteso processo: Dutroux si è presentato in aula (giacca di lana con sotto un maglione, occhialini rotondi, baffi ben tagliati [3]) chiedendo di non essere ripreso, poi, annoiato dalla selezione della giuria popolare, si è addirittura addormentato. Oltre a lui, sono sotto accusa l’ex moglie Michelle Martin, che l’ha aiutato e coperto; Michel Leliévre, un tossicodipendente che si occupava di bassa manovalanza; Michel Nihoul, un oscuro uomo d’affari che lo pagava per i sequestri, che lo riforniva di amfetamine e che soprattutto sarebbe la cerniera tra «l’uomo più odiato del Belgio» e una presunta rete di pedofili. [1]
In Belgio parlano di «processo del secolo»: 1.300 giornalisti accreditati, 500 testimoni citati da accusa e difesa, 450.000 pagine di verbali [4], 300 militari incaricati della sicurezza [5]. La polizia si aspettava manifestazioni, ma ha dovuto fermare solo una persona che stava issando una forca simbolica davanti al palazzo di giustizia [4] (secondo un sondaggio, due terzi dei belgi vorrebbero che il processo si chiudesse con la condanna a morte [2]). Il pubblico è costituito da 38 «fortunati» che ogni mattina alle sei si mettono in fila al gelo pur di conquistare un posto. [3] Ha scritto la ”Gazette Van Antewerpen”, giornale tra i più letti della provincia fiamminga: «Il processo Dutroux esordisce lunedì come l’affaire Dutroux, debutta all’interno di una guerra mediatica, tutti i segreti dell’istruttoria sono stati svelati e c’è da chiedersi se noi viviamo ancora in uno stato di diritto». [6]
Dutroux ha esordito ammettendo colpe («Ho fatto degli errori e anche commesso crimini»), rammaricandosi («Se potessi tornare indietro... Ma non si può») [7], dando la colpa alla madre, una donna «troppo autoritaria» che gli avrebbe fatto vivere un’«infanzia infelice». [2] Lei, Jeanine Lauwens, l’ha sempre descritto come un disgraziato, uno che rubacchiava, scappava, andava in cerca di cassette pornografiche che poi rivendeva ecc. [8] A sua discolpa, può citare il figlio quando dice che, fino al 1996, «la parola pedofilia» per lui «era cinese». Poi qualcosa è cambiato, nella sua personalità, ma neanche lui sa dire come né perché. [7]
Dicono sia colpa della seconda moglie, Michelle Martin. costei, pare, la vera pedofila, la cosiddetta ”pedofila pura”. La prima moglie di Dutroux giura che con lei a letto era assolutamente normale, che tutto dev’essere cambiato nel 1985, quando «quella» entrò nella sua vita. [8] Chi l’ha vista al processo, dice che oggi Michelle «appare quasi una donna bella ed elegante». Ai giornalisti che l’assediavano, ha detto: «Mi faccio schifo». [9] E poi: «Mi picchiava ogni giorno, era come stare in una setta. Lui era il mio guru, faceva a tutti il lavaggio del cervello». [3]
I guai di Dutroux cominciano nel 1989, quando lo arrestano per il sequestro e lo stupro di cinque adolescenti. La tecnica è sempre la stessa: un sequestro lampo, giusto il tempo di addormentare la vittima, violentarla e filmarla. [1] Aveva anche preso a rasoiate la vagina di una donna. Lo processano, lo condannano a 13 anni di carcere. Ma nell’aprile del 1992 lo scarcerano per buona condotta. La procura generale si oppone alla liberazione, ma il ministro della Giustizia Melchior Wathelet non ne tiene conto e firma lo stesso il decreto. Il re, a sua volta, lo controfirma. libero e, a rigore, non dovrebbe passarsela troppo bene. Dovrebbe tirare a campare con una pensione di invalidità, diciamo due milioni di lire dell’epoca, invece va di continuo all’estero, possiede undici case. La stranezza non attira l’attenzione di nessuno. [8] per questo che molti parlano di analogie col caso Pacciani. [10]
Nel dicembre 1995 lo arrestano per un furto. Dopo tre mesi lo rilasciano. Il 9 agosto, a Bertrix, due uomini rapiscono Laetitia Delhez di quattordici anni, la sbattono dentro un furgone e scappano. C’è però un meccanico che ha visto il furgone parcheggiato e ne ricorda la targa per una strana combinazione: ha come numero l’anno di nascita di sua sorella. Lo dice alla polizia. Si scopre che il furgone appartiene a Dutroux. Il giorno di Ferragosto gli agenti fanno irruzione nella casa di Marcinelle, dentro trovano Laetitia e un’altra bambina, Sabine Dardenne di 12 anni, che era stata sequestrata il 28 maggio. Erano tenute prigioniere in cantina. [8] O meglio, in una cella ricavata da una vecchia cisterna dell’acqua, un buco lungo 3,43 metri, largo 0,99 e alto 1,64. in cui entrano solo due striminziti letti a castello e un secchio di plastica al posto del gabinetto. [11] Dal verbale di gendarmeria: «Marc Dutroux dice: ”potete venire”. Le due bambine chiedono: ”Veramente?”. E Sabine più volte: – vero? Potrò rivedere la mamma?”. Le invitiamo a uscire. Dopo aver molto esitato, si decidono». [12] Lasciando il nascondiglio, Sabine dice agli inquirenti «Grazie, grazie signori», poi racconta che le avevano messo una catena al collo e ai piedi, che le davano da mangiare solo pane secco e ammuffito. I medici la visitano e constatano che è stata sverginata e violentata più e più volte. Lei dice che tutto avveniva davanti a una telecamera. [8]
Interrogato, Dutroux si dichiara responsabile di altri quattro rapimenti: Julie Lejeune, Melissa Russo, An Marchal, Eefje Lambrecks. Che fine hanno fatto Julie e Melissa (8 anni), sequestrate mentre stavano passeggiando, in una sera di vacanza a Grace-Hollogne, vicino Liegi? Dutroux spiega: quando mi avete arrestato per il furto, in dicembre, erano chiuse in cantina. Avevo detto a mia moglie di dar loro da mangiare, non lo ha fatto, sono morte di fame. La moglie racconta che non ha «osato» scoperchiare la prigione sotterranea. Tre giorni alla settimana, però, portava del cibo ai due pastori tedeschi lasciati a guardia del casolare. [2] Oggi dice: «Ho le mie responsabilità, ma è stato Dutroux a rapire Julie e Melissa. Io lo sapevo, è vero, non ho fatto nulla per salvarle e di questo chiedo scusa ai genitori. Ma ero depressa e sono fuggita da mia madre». [9]
E che fine hanno fatto An ed Eefje, 18 e 17 anni, sequestrate una notte d’agosto del 1995 mentre erano in vacanza fra Ostenda e Westende, sul Mare del Nord? Le ritrovano, morte, il 3 settembre 1996, in una specie di chalet a Charleroi, occupato da Bernard Weinstein, altro complice di Dutroux (che lo avrebbe ucciso seppellendolo vivo, versione prima confessata e poi ritrattata). Il ”mostro” dice che sono rimaste dieci giorni nella sua casa di Marcinelle, mentre Julie e Melissa erano nascoste in cantina. Ammette una «relazione», «consensuale», solo con Eefje, l’unica maggiorenne. Poi, dice, ha consegnato le due ragazze a Weinstein per farle entrare in un giro di prostituzione. [3]
Sabina e Laetita, giura ora Dutroux, furono rapite su ordine di Marcel Nihoul, agente immobiliare di Bruxelles che in passato faceva il corriere per il partito socialista belga, ovvero andava a prendere i soldi in Svizzera e li consegnava ai politici (qualcuno dice pure ai magistrati). [8] Molti in Belgio sospettano che fosse il tramite fra i rapitori delle bambine e i «clienti» ricchi, potenti quanto anonimi. [7] Da anni i vicini di Dutroux ripetono che c’erano sempre auto di lusso parcheggiate davanti casa sua. [5]
Troppi sono stati gli errori e le decisioni incomprensibili della polizia e degli investigatori, le lentezze e le ambiguità di magistrati e politici. D’Argenzio: «Troppo lampanti e ripetuti per non lasciare pensare a una più o meno diffusa volontà di coprire qualcosa, un qualcosa che può essere solamente una rete di pedofili». Per dire: sono passati otto anni dall’arresto di Dutroux e non sono ancora pronti i referti sulle analisi dei differenti capelli ritrovati nella casa e in una delle macchine del pedofilo reo confesso. Conclusione: solo il 4 per cento dei belgi crede che il giudizio farà luce sui fatti, l’8 lo dubita, l’88 proprio non ci crede. [1]
Da subito il caso Dutroux ha messo in difficoltà il potere politico belga. Una vicina di casa lo aveva denunciato perché di notte faceva buche in giardino con una scavatrice, un ispettore di polizia la consigliò di lasciar perdere; la gendarmeria scrisse in un rapporto che Dutroux era sospettato per i sequestri delle bambine dato che stava costruendo cantine segrete sotto casa, ma i magistrati di Liegi non ne tennero conto; secondo ”l’Express”, il giudice di Liegi Marc de la Bressinne, sospettato di aver depistato le indagini, pagava una giovane di 15 anni chiedendole di vestirsi da bambina e indossando lui stesso abiti da adolescente; un pedofilo detenuto nel carcere di Lauvain riconobbe Melissa in un album di foto che veniva spedito agli appassionati, ma gli uffici giudiziari di Liegi rifiutarono la sua collaborazione; il greco Michael Diakostravios disse nell’estate del 1995 che Dutroux l’aveva invitato a trafficare in bambine, ma la polizia lo interrogò solo un anno dopo. [8] Intervistato nel 1996 da una tv belga, Nihoul raccontò di aver frequentato club dove si tenevano orge e di avervi incontrato ministri, magistrati e vip. Nel 1997 una ragazza, Regina Louf, disse ai giudici di aver riconosciuto Nihoul tra gli assassini di una sua amica, quelli l’accusarono di mitomania e la mandarono in manicomio. [13]
Poi c’è il caso del gendarme René Michaux: dopo l’arresto per furto, perquisisce la casa di Dutroux, sente Melissa e Julie che strillano affamate, ma quando ordina ai colleghi di fare silenzio non sente più nulla, conclude che probabilmente i rumori venivano dalla strada e se ne va lasciandole lì a morire di fame. [5] Intervistato in questi giorni dalla radio belga Rtbf, si è giustificato dicendo «che era diventata un’abitudine dare priorità a certi dossier rispetto ad altri. In quel momento si portava più attenzione ai dossier di lotta alla droga e al traffico di stupefacenti rispetto a molte altre infrazioni». [14]
Il giudice Jean-Marc Connerotte, a cui si deve l’arresto di Dutroux, stava incominciando a indagare sui possibili mandanti del mostro quando, nell’ottobre ’96, fu destituito per aver partecipato a una «cena spaghetti» con i parenti delle vittime, che volevano ringraziarlo per aver salvato Sabine e Laetitia. I belgi fecero uno più uno (rimuovono il giudice perché non vogliono colpire i potenti) e si infuriarono: il 20 dello stesso mese 300 mila persone vestite di bianco (il colore dell’innocenza) sfilarono per le vie di Bruxelles in una lunga, silenziosa marcia per dire basta a uno Stato assente che non aveva saputo salvare i più indifesi e sembrava non voler cercare la verità. Nel ’98 l’ultimo colpo di scena: l’evasione di Dutroux, ritrovato dopo 210 minuti. I ministri di Giustizia e Interni si dimisero, il premier Jean-Luc Dehane no, ma fu mandato a casa alle elezioni del 1999, le prime perse dai democristiani in 50 anni. [1]
La tesi dell’’organizzazione di pedofili” è adesso sostenuta anche dalla difesa di Dutroux. Rapimenti su commissione, dunque. Ma i committenti chi sono? Mistero, Dutroux per ora non lo dice, ma minaccia «grosse rivelazioni» nel corso delle udienze. La prima l’ha fatta mercoledì: «Le due ragazze fiamminghe, Ann Marchal e Eefje Lambroche me le hanno portate a casa, nel rapimento sono coinvolti due ispettori di polizia». Poi si è descritto come un benefattore, l’unico ad usare gentilezze con quelle poverine alle quali in realtà stava soltanto cercando di salvare la vita. [9] Julie e Melissa non le ha mica rapite lui: se l’è trovate nel salotto di casa a sua insaputa ed è stato costretto a portarle in cantina per «difenderle» dalle «attenzioni morbose» dei suoi complici. [7] Quanto a Sabine, «è vero, abbiamo fatto l’amore, ma lei era consenziente, era già una ragazza sveglia, più grande della sua età. Se non l’avessi nascosta sarebbe finita in un circuito di prostituzione internazionale e poi uccisa. viva invece e lo deve a me». Resta Laetitia Delhez, rapita a detta dell’elettricista «perché tenesse compagnia» a Sabine che si sentiva sola. Sabine «mandante» del rapimento di Laetitia? [9]
Purtroppo per Dutroux, Sabine, a differenza di Laetitia, ha fatto sapere che andrà in tribunale per testimoniare contro di lui: «Voglio guardarlo negli occhi per fargli vedere che nonostante tutto quello che mi ha fatto, io non sono diventata pazza. Sono otto anni che aspetto questo momento, non posso dimenticare ciò che ho subito, ma sono viva e lo posso dimostrare» ha annunciato con grande clamore al fianco del suo avvocato che non si fa scrupolo d’esibirla all’interno del circo mediatico. Ci sarebbe anche un diario, scioccante e ricco di elementi scabrosi, un asterisco a marcare i giorni in cui è stata violentata (seguirebbero descrizioni ricche di particolari). [12]
La testimonianza della Dardenne non farebbe però comodo a quanti sostengono la tesi del complotto pedofilo: la ragazza ha infatti sempre raccontato che solo Dutroux ha abusato di lei. Tra quelli che più si oppongono alla tesi del mostro isolato, spicca Gino Russo, il padre di Melissa, che dice: «Il processo Dutroux è un filo di fumo incredibilmente sottile, proprio come l’atto di accusa. E se si vuole fare un processo così lo facciano pure senza di me». [6] E via a ripetere sempre la stessa domanda: a chi appartengono i 24 dna diversi rintracciati nei 4.000 capelli e nello sperma trovati nel nascondiglio delle bambine? [5] Come ha scritto Franco Papitto, «la cosa peggiore in questo processo sarebbe una guerra fra le vittime del ”mostro di Marcinelle”». [4]