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 2004  febbraio 01 Domenica calendario

Maurizio Marinella o il mondo visto da una cravatta, Il Sole-24 Ore, 01/02/2004 Il nodo della cravatta più usato al giorno d’oggi è il cosiddetto tiro a quattro, quello che quasi tutti facciamo ogni mattina; ma un paio di giovani fisici di Cambridge, applicando sofisticate formule di matematica combinatoria, hanno stabilito che i modi possibili sono in tutto 85, niente di più, niente di meno

Maurizio Marinella o il mondo visto da una cravatta, Il Sole-24 Ore, 01/02/2004 Il nodo della cravatta più usato al giorno d’oggi è il cosiddetto tiro a quattro, quello che quasi tutti facciamo ogni mattina; ma un paio di giovani fisici di Cambridge, applicando sofisticate formule di matematica combinatoria, hanno stabilito che i modi possibili sono in tutto 85, niente di più, niente di meno. Ma, devo ammetterlo, quel testo non l’ho studiato». Si stringe nelle spalle Maurizio Marinella, si capisce che la cosa non lo rattrista poi troppo, anche se le cravatte sono il suo pane: farle è un lavoro di famiglia, da quando suo nonno Eugenio cominciò, e sono passati novant’anni. Lui, invece, di anni ne ha 48, è alto e robusto, vive a Napoli, dove è nato. «Il tiro a quattro, diceva, e il nome ha poco a che vedere con la tecnica che si richiede per questo tipo di nodo: ma si chiamava così il club di Londra i cui soci lo inventarono, verso la metà dell’Ottocento. semplice, sottile affusolato: non bisogna stringerlo, per evitare che assuma una forma troppo triangolare. Un po’ di asimmetria non guasta, dà un tocco personale, con una pressione del dito indice si può anche creare un piccola cavità subito sotto il nodo: i francesi la chiamano cucchiaio, gli inglesi fossetta, mitiche quelle che riuscivano a Cary Grant, a Fred Astaire». «Ci sono naturalmente alcune regole base: le due estremità della cravatta vanno sistemate in modo che la più larga si trovi una trentina di centimetri più in basso dell’altra. E anche: chi usa la destra deve mettere la parte larga sulla destra, il contrario vale per i mancini. Il mezzo Windsor è il nodo più duttile, si adatta a quasi tutti i colletti, richiede sei passaggi. Il modello Windsor intero - ma il duca di cui porta il nome, quello che per amore rinunziò al trono d’Inghilterra non solo non lo inventò, addirittura non lo usò mai - presuppone otto passaggi, è piuttosto largo, ampio. Balthus, il grande pittore, ne escogitò uno ancora più invadente, a tronco di cono, gli piacevano le camicie col collo basso, le punte distanti». «Nonno Eugenio sapeva tutto sui nodi. Mi diceva: ”Maurizio, scendi in negozio, respiri l’aria, stai da una parte, in silenzio; quando entra un cliente alzati e saluta, dai la mano appena prima che esca. A dieci anni, non mi riusciva di stare fermo a lungo; chiesi di fare le consegne a domicilio, il permesso mi fu accordato, con le mance avevo sempre in tasca più soldi dei miei amici. Col nonno, non potevo quasi vedere i campionari, sulle scelte era molto geloso; con mio padre, ho cominciato scegliendo i colori di alcune cose, meno tradizionali, fu subito un successo». «Stavo in bottega, la sera dopo la chiusura andavo ad allenarmi, ho giocato a pallanuoto, Posillipo, Gruppo sportivo dei Carabinieri. Studiavo anche, Economia e commercio; con circospetta cautela: il giorno della laurea, un bidello mi fa: ”Ora Maurizio dopo undici anni non ci vediamo più”. Ogni tanto vado a trovarli, facciamo due chiacchiere, ci prendiamo un caffè. Finiamo a parlare di calcio, del Napoli che annaspa, si taglia a fette il rimpianto per i tempi belli di Maradona». «Il negozio è sempre lo stesso, pochi metri quadrati, nella piazza che mio nonno aveva scelto: Matilde Serao, la scrittrice, in una rubrica che teneva sul ”Mattino” - ”Api, mosconi, vespe” si chiamava, erano gli anni Venti - ne fece il paragone con una farmacia di paese. Vorrei che fosse ancora così, un luogo dove si va anche per un saluto, per scambiare un’idea, un’impressione; apro la mattina presto, alle sette già entra la gente, si parla un po’, la discussione prosegue davanti a una tazzina di caffè; dopo tutto diventa più concitato, capita che qualche amico posteggi davanti, in seconda fila, entri di fretta, «Maurizio, dammi una cravatta al volo, scegli tu per me». «Come mio nonno, seguito a comprare la seta a Maccsfield, una piccola città nel Lancashire, da secoli sono specializzati nella tessitura; vado ogni anno, scelgo colori e disegni, che sono piccoli, geometrici, e i motivi emergono da un fondo lavorato; il peso è sempre lo stesso, 36 once inglesi. Presso David Evans, il più antico stampatore d’Inghilterra, a Crayford nel Kent, un uomo equipaggiato di stivali pesanti da pescatore prepara ancora l’indaco pestando gli ingredienti dentro una vecchia vasca d’arenaria; il bagno finale, e il risciacquo nel lavatoio dove è raccolta l’acqua ”miracolosa” del vicino lago, rendono i colori dolci, pieni». «La cravatta moderna è figlia dell’invenzione di un americano, Jesse Langdorf, che la brevettò nel 1924 e ci fece sopra un sacco di soldi; fino ad allora era stata una semplice striscia di seta, il nodo doveva essere ben stretto perché tenesse la forma e quando si scioglieva la stoffa era un cencio sgualcito che si consumava presto, si lacerava. Langsdorf ebbe l’idea di tagliarla in diagonale rispetto alla pezza - l’angolo ideale è di 45 gradi - e di cucire insieme tre segmenti di tessuto: così è più elastica, una volta che il nodo sia sciolto riprende presto la sua forma». «L’anima interna è di lana, o di un tessuto misto di lana e cotone, che dà morbidezza. Gli intenditori usano un modo di gergo per indicare l’emozione che si ricava palpeggiando la stoffa di una cravatta, la chiamano ”la mano”, e ”una bella mano” è il risultato, intimo, quasi sensuale, di una ricerca, di dettagli accurati». «Del resto, ci sono piccoli accorgimenti per controllare se è fatta a regola d’arte. Il più semplice: tenetela per il capo della parte stretta, e osservate come cade. Se tende ad avvitarsi, anche di poco, c’è qualcosa che non va, un vizio, un’imperfezione, è meglio non comprarla. Provatene anche l’elasticità: prendetela per gli estremi, tirate, se non torna alla sua lunghezza iniziale lasciate perdere, il tessuto è di modesta qualità. Una buona cravatta richiede cura; evitate di usarla per due giorni di fila, non lavatela mai in acqua, è un peccato quasi mortale: poiché è composta di materiali diversi, ognuno si restringerebbe a modo suo, facendole perdere ogni forma». «Si impone il lavaggio a secco, meglio se presso gente specializzata. Quando è molto sgualcita, sconsiglio l’uso del ferro da stiro; suggerisco piuttosto di appenderla nella stanza del bagno, affidando al vapore che sale dall’acqua calda il compito di massaggiare le fibre: si abbia poi cura di farla asciugare dopo averla posata su un piano orizzontale». «Dalla ”rivoluzione” di Langsdorf la forma della cravatta non è più cambiata, c’è stata semmai qualche oscillazione nella larghezza, maggiore o minore a seconda della moda. Ma sono cose passeggere, considero la misura ideale intorno agli otto centimetri. Varia semmai la lunghezza, quelle che facciamo per il Giappone sono più corte; per Kohl, l’ex cancelliere tedesco, un gigante di quasi due metri, servono trenta centimetri di stoffa in più; anche Clinton è un omone, preferisce i colori pastello, una mattina verso le sette - era a Napoli per la riunione del G8 - fermò il jogging quotidiano, il suo e quello della vasta scorta, davanti alla nostra vetrina, insieme a lui correva anche il questore e dal volto paonazzo si vedeva che non era allenato». «Mio figlio, otto anni e mezzo, ha cominciato invece il suo addestramento; viene in negozio, assaggia anche lui l’atmosfera. Mi piacerebbe che continuasse nel lavoro di famiglia; ma non lo assillo. Amo Napoli, dal più profondo del cuore; vedo anch’io che il presepe è bello; peccato che i pastori, spesso, non siano altrettanto buoni». Aldo Carboni