Stefano Lorenzetto il Giornale, 01/02/2004, 1 febbraio 2004
Le insidie del caso: al nazista può capitare l’avvocato ebrea. la storia della legale spezzina Federica Eminente e di Heinrich Sonntag, ex Ss che un giorno del ’44 passò a Sant’Anna di Stazzema, il Giornale, 01/02/2004 Il caso ha voluto che trascorressi la Giornata della memoria nello studio dell’avvocato Federica Eminente, ebrea, alla Spezia
Le insidie del caso: al nazista può capitare l’avvocato ebrea. la storia della legale spezzina Federica Eminente e di Heinrich Sonntag, ex Ss che un giorno del ’44 passò a Sant’Anna di Stazzema, il Giornale, 01/02/2004 Il caso ha voluto che trascorressi la Giornata della memoria nello studio dell’avvocato Federica Eminente, ebrea, alla Spezia. Celebrazione più irrituale non poteva esserci, giacché questa professionista quarantenne ha fatto ciò che pochi israeliti avrebbero avuto il coraggio di fare: ha accettato la difesa d’ufficio di un ex sergente delle Ss, Heinrich Ludwig Sonntag, 79 anni, rinviato a giudizio per aver partecipato nel 1944 al massacro di 560 civili inermi, fra cui 116 bambini e otto donne incinte, a Sant’Anna di Stazzema, provincia di Lucca. In quel tragico agosto di 60 anni fa il compito affidato alla 16° divisione Panzergrenadier Reichsführer, che vedeva tra gli ufficiali il famigerato maggiore Walter Reder, era di rendere «sicuro e tranquillo» il settore tirrenico della Linea gotica. Il giorno 12, un sabato, il sergente Sonntag e i suoi uomini diedero prova pratica di come i nazisti intendessero la sicurezza e la tranquillità. Centotrenta cristiani che s’erano rifugiati in chiesa vennero fatti uscire a calci sulla piazza e trucidati insieme col loro parroco, don Innocenzo Lazzeri. Aldo Solvetti fu crocifisso a un portone perché s’era rifiutato di dare informazioni sui partigiani. I civili nascosti nelle stalle e nei casolari furono stanati con le bombe a mano o bruciati con i lanciafiamme. I più fortunati se la cavarono con una raffica di mitra. Molte anziane, messe con le spalle al muro, morirono convinte che i tedeschi volessero soltanto scattare una foto di gruppo. Le meno ingenue dissero: «Recitiamo l’atto di dolore». Genny Bibolotti Marsili, 28 anni, in un estremo sussulto di dignità scagliò uno zoccolo contro i suoi carnefici. I capifamiglia, che poco prima del blitz erano scappati lasciando nelle case i loro vecchi, le loro donne e i loro figlioletti nella convinzione che i nazisti non avrebbero osato toccarli, non se lo perdonarono mai. «Diventò un paese di vedovi», riassume Ennio Mancini, uno dei pochi sopravvissuti. Il livornese Elio Toaff allora era un giovane partigiano della Brigata Garibaldi. In seguito sarebbe diventato il rabbino capo di Roma. Arrivò nel paesino delle Alpi Apuane poche ore dopo l’eccidio: «Fummo assaliti da un odore terribile, di carne bruciata. La prima casa che tovammo era alla Vaccareccia: fumava ancora. Dentro c’erano i corpi di un centinaio di persone, in maggioranza donne e bambini. Più avanti c’era un’altra casa, con la porta spalancata. Entrai e... ho ancora difficoltà a raccontare. C’era una donna, seduta di spalle, di fronte a un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta. Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d’arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato». Federica Eminente, avvocato dal 1994, sposata con un agronomo, di figlie ne ha due, una di 7 e l’altra di 3. Né lei né loro sarebbero mai nate se sua madre, che nel ’44 stava per sfollare proprio a Sant’Anna di Stazzema, non avesse ascoltato il consiglio di uno zio tornato dalla Francia. «Meglio non andare nei paesi di collina in posizione strategica. Sono i primi che i nazisti rastrellano». Insieme con Sonntag, il tribunale militare della Spezia ha rinviato a giudizio altri due ex sottufficiali delle Ss: Gerhhard Sommer e Alfred Schonenberg, entrambi di 83 anni. Il processo comincerà il 20 aprile. Ha scritto sul ”Secolo XIX” l’attore e regista ebreo Moni Ovadia: «Un ebreo che difende un nazista in un giusto processo è un raggio di luce in un’epoca di tenebre, la vittoria dell’umanità contro l’antiumanità». Che cosa sa del suo assistito? «Che è nato in Germania, a Dortmund, il 25 maggio del ’24 e che risiede ancora lì». Nient’altro? Mai sentito, mai visto, neppure in fotografia? Sa che mestiere facesse prima della pensione? «No. Né m’è venuta la curiosità di saperlo. più comodo». Perché? Se avesse svolto una professione socialmente utile, tipo medico, sarebbe cambiato qualcosa? «No». stato informato che gli hanno assegnato un difensore d’ufficio? «Certamente, gli ho scritto io. Ma non ha risposto. Mi dispiace. Speravo tantissimo che si facesse vivo. Gli avrei spiegato che sono ebrea». Poteva scriverglielo. « quello che mi hanno rimproverato in tanti. Ma sulla mia carta intestata non ho il Maghen David». La stella di Davide. «Già. Né penso d’essere obbligata a rendere pubblico il fatto che sono di religione israelitica. Esistono soltanto due avvocati ebrei nel foro spezzino. Anzi, per essere più precisi, rimangono solo 53 ebrei in tutta La Spezia. Non so se sono stata più sfortunata io o l’imputato». Come mai viene processato soltanto oggi? «Perché il fascicolo della strage di Sant’Anna di Stazzema è rimasto sepolto per mezzo secolo, insieme con altri 2.274, nel cosiddetto «armadio della vergogna» in un sotterraneo della Procura militare di Roma. A scoprirli, nel ’94, fu il procuratore Antonino Intelisano, che cercava prove a carico di Erich Priebke, il massacratore delle Fosse Ardeatine. Per ragioni di convenienza politica, nel dopo-guerra l’armadio era stato chiuso a chiave e girato con le ante dalla parte del muro». Nel fascicolo che cosa c’era? «Le testimonianze raccolte dalla commissione per i crimini di guerra, istituita dalla Quinta armata americana. A cominciare dalle dichiarazini rese l’8 ottobre ’44 al maggiore Edwin Booth da don Giuseppe Vangelisti, parroco della Culla, una borgata di Sant’Anna, che due mesi prima s’era assunto il pietoso ufficio di seppellire i corpi degli uccisi avvolti nelle lenzuola: ”Le 400 croci di Sant’Anna gridano a tutto il mondo che i tedeschi sono una razza ben più inferiore di quella barbarica”. Un’osservazione terribile, visto che proviene da un prete». Qual è il reato preciso contestato a Sonntag? «Concorso in violenza, con omicidio contro privati nemici, pluriaggravata e continuata. Gli si contesta, fra l’altro, d’aver agito con crudeltà e premeditazione, senza necessità e giustificato motivo. Insomma, non si trattò di una rappresaglia come alle Fosse Ardeatine o a Marzabotto». Un’ecatombe senza spiegazioni. «Se ne ipotizzano due. La prima: poiché Sant’Anna di Stazzema domina due vallate, i tedeschi erano convinti che la popolazione locale tenesse d’occhio i loro movimenti e li riferisse ai partigiani. La seconda: pochi giorni prima i partigiani avevano ucciso un fascista, la cui sorella era l’amante di un ufficiale delle Ss. Pare che questa donna abbia esclamato: ”La pagherete cara!”. Ma non vi è alcun riscontro in proposito». Dei circa 600 avvocati che ci sono alla Spezia, proprio un difensore d’ufficio di religione ebraica dovevano nominare? «Ma non tutti figurano nella lista da cui pesca il Consiglio dell’Ordine. Io a suo tempo m’iscrissi perché ritenevo che fosse il modo migliore, per un penalista, di fare pratica. I turni vengono decisi dal computer. stato estratto il mio nome». Non poteva rifiutarsi? «Avrei potuto chiedere l’esonero, certo. Che in teoria comporta l’apertura di un procedimento disciplinare presso l’Ordine e anche di un procedimento penale, poiché si viene meno a un dovere. Però un paio di colleghi, prima di me, hanno rinunciato alla difesa d’ufficio di ex nazisti e non hanno subìto alcuna conseguenza». Dunque perché accettare? «La prima reazione è stata molto umana: non voglio aver niente a che fare con questo individuo. Ma poi ho deciso di non sottrarmi. Anche a costo che si potesse commentare: ”Visto che roba? Hanno assegnato a un ex nazista un avvocato d’ufficio giudeo”». S’è consigliata con qualcuno? «Mi sono rivolta al procuratore militare, che è stato assai comprensivo, ma ha concluso: ”Si tratta di crimini contro l’umanità. Chiunque può dire: non me la sento. E allora questi processi non li celebriamo mai?”. Così ho pensato: è giusto che lo faccia. Capisco che è un atteggiamento tipicamente israelita. ”Tocca sempre a me”, dice l’ebreo della barzelletta». Che motivazione s’è data? «Quella che m’ha dato mio padre: ”Se fai il tuo lavoro onestamente, non offendi niente e nessuno”. E farlo onestamente significa credere nel giusto processo e nel diritto alla difesa. Anche il brutto, sporco e cattivo, anche il peggiore dei nostri nemici, ha diritto a queste garanzie. Altrimenti cambierei mestiere. Voglio dire che se dal dibattimento dovesse emergere che quel giorno il sergente Heinrich Ludwig Sonntag si trovava, putacaso, ricoverato in infermeria, andrà assolto. E non condannato solo perché era un Ss». ebrea osservante? «Mi sento molto ebrea. Ma non sono praticante». Non va mai in sinagoga? «L’ultima volta ci sono stata due anni fa. Ero a Roma per lavoro. Ho sentito che ci dovevo andare». La sua famiglia fu perseguitata? «Nel ’38, alla promulgazione delle leggi razziali, mio padre Franco fu cacciato dalle elementari. Dovette frequentare di nascosto la scuola Manderadoni, una privata a pagamento. Ma era più il tempo che passava chiuso in bagno a causa delle frequenti ispezioni, tanto che imparò a memoria il numero delle piastrelle. Poi la famiglia sfollò a Forte dei Marmi, dove però fu denunciata ai fascisti da una vicina di casa. Allora mio nonno prese moglie e figli e andò alla stazione delle corriere solo con i soldi che gli erano rimasti in tasca. Mentre aspettavano il pullman che li avrebbe portati a Molare, un paese più tranquillo in Piemonte, incapparono in un pezzo grosso del Partito nazionale fascista della Spezia. Il caporione s’avvicinò: ”Signor Eminente!”. Il nonno si sentì morire. Ma quello, appoggiandosi una mano sul portafoglio nella tasca posteriore dei pantaloni, disse solo: ”Ha bisogno, signor Eminente?”. E alla risposta negativa, aggiunse: ”Bene, allora andate in fretta dove dovete andare”. Infatti la mia famiglia non ebbe deportati nei campi di sterminio. Sono cose che non si dimenticano». Quanto tempo ha impiegato a studiare gli atti? «Tanto. Sono dieci faldoni. Ognuno conterrà 300 fogli». Quale episodio l’ha più colpita? «Sono due. Il primo lascia qualche speranza nell’umanità. Ne fu protagonista Ennio Mancini, che aveva 7 anni. Si nascose con i parenti nel bosco, ma fu catturato. Il gruppo di fuggitivi venne affidato in custodia a un soldato. Quando le altre Ss si furono allontanate, quel militare gli fece segno di scappare. Il bimbo cominciò a risalire la collina, tra i castagni, correndo a piedi nudi su un tappeto di ricci. A un certo punto udì una scarica: il soldato aveva sparato in aria per simulare l’esecuzione». E il secondo? «Ettore Salvatori, che alle prime avvisaglie era fuggito, lasciando a casa moglie e figlia, quando vide da lontano che i tedeschi rastrellavano donne e bambini, fece proseguire da solo il maschietto che aveva portato con sé e tornò indietro per unirsi a loro. Furono fatti scendere in una fossa. Una mamma con un pargoletto di otto mesi stretto al petto implorava le Ss: fu la prima a essere ammazzata. La figlia di Salvatore cadde uccisa subito dopo. Sua moglie, ferita, venne finita col colpo di grazia. Lui restò illeso e si finse morto. Un soldato cercò dapprima di aprirgli i pugni che teneva serrati e poi lo afferrò di peso per la cintura, sollevandolo dal mucchio di cadaveri, per accertarsi che fosse inerte. Una procedura assurda: avrebbe potuto sparargli alla nuca. ” un regalo che mi è stato fatto perché l’altro mio figlio non rimanesse solo”, è la testimonianza di Salvatori rimasta agli atti». Quante furono con precisione le vittime? La vulgata dice 560, altri testi «oltre 400», la lista ufficiale, incompleta, ne conta 394. Possibile che non si sia stati capaci di ricostruire l’elenco dei dispersi in piccole borgate dove tutti si conoscevano? «Nel paese vi erano parecchi sfollati, non censiti. E la conta dei cadaveri fu ardua: molti erano stati accatastati e bruciati». Ho scoperto che nell’elenco ufficiale non figura il nome di Aldo Solvetti, alla cui atroce fine Sant’Anna di Stazzema ha dedicato una stazione della via crucis, quella in cui Gesù viene crocifisso. «Come ha detto che si chiama?» Solvetti. (Compulsa l’elenco). «Non c’è, ha ragione. L’episodio me lo ricordo bene. Ma negli atti non l’ho trovato, devo essere sincera». Se nel dibattimento venisse dimostrata la colpevolezza di Sonntag, ne chiederebbe ugualmente l’assoluzione? «No, non ci riuscirei. Al massimo chiederei una pena mite». Perché per due degli accusati ottantenni, Werner Bruss e Georg Rauch, è stato pronunciato il non luogo a procedere e per un terzo, Heinrich Schendel, il giudice delle udienze preliminari ha ordinato un supplemento d’indagine di cinque mesi? «Si è partiti da un organigramma. Ma poi bisognava stabilire la sicura presenza di ciascun imputato sul luogo dell’eccidio. Bruss, per esempio, era sì a Sant’Anna, ma presidiava la collina. Non andò casa per casa». A distanza di 60 anni, a chi si affiderà la corte per riconoscere fisicamente un imputato che all’epoca dei fatti ne aveva appena 20, tenuto conto che i testimoni oculari purtroppo furono ammazzati? «Il riconoscimento fisico individuale oggi è in effetti impossibile. Ma agli atti vi sono le testimonianze dei sopravvissuti che nel ’44 descrissero i loro aguzzini». Questi criminali non potrebbero o dovrebbero essere processati anche in Germania? Si parla tanto di Europa unita ma poi a rendere giustizia alle vittime innocenti provvedono solo i singoli Paesi: la Francia con Barbie, l’Italia con Sonntag... « stato individuato il responsabile di un rastrellamento in Emilia. Lo ha identificato una donna che all’epoca era una bambina. Sua madre stava preparando il brodo quando venne catturata dalle Ss. La piccola attese invano per tre giorni davanti al fornello, perché prima d’essere trascinata via la mamma l’aveva tranquillizzata dicendole: ”Torno subito” Ebbene, per la Germania il caso è chiuso». Chi sono le parti civili nel processo a Sonntag e agli altri due? «La presidenza del Consiglio dei ministri. Il Comune e la Provincia di Lucca. La Regione Toscana». Niente privati cittadini? «No. Però vengono alle udienze. Questo li rende ancor più....» (S’interrompe, ha le lacrime agli occhi). « un dolore passargli davanti». L’accusa ha adombrato la possibilità che almeno una decina di italiani abbiano guidato le Ss fino a Sant’Anna, partecipando attivamente alla carneficina. Dovrebbero essere ancora vivi. Perché la magistratura militare non porta anche loro sul banco degli imputati? «Ne ho parlato con Ennio Mancini fuori dall’udienza. Lui sostiene che questi criminali avevano addirittura l’accento versigliese, erano mascherati e indossavano la mimetica. Di uno mi ha fatto nome e cognome, ma è morto di recente». Il suo assistito rischia l’ergastolo. Tuttavia si sa già che non sconterà nemmeno un giorno di carcere, in quanto troppo anziano. Non è una scenaggiata inutile? «Il processo, con un’eventuale condanna, è una necessità, non una vendetta. Non celebrarlo equivarrebbe a negare. Non sarebbe giusto. Né per chi è morto né per chi è rimasto. Prima bisogna riconsegnare i fatti e le responsabilità alla storia. Poi si può anche essere clementi». Però Erich Priebke, ultranovantenne, rimane agli arresti domiciliari a Roma, con una moglie malata a 12mila chilometri di distanza che non rivedrà mai più. «In linea di principio è giusto che un uomo di una certa età non finisca in carcere. Se però lei mi cita un nome, i miei principi giuridici si scontrano con la mia reazione umana, anzi bestiale. una contraddizione, me ne rendo conto. Se dovessi dirle che mi dispiace per Priebke, le direi una bugia. Non riesco a provare pena per questa persona. In fin dei conti sta scontando la sua pena in una casa. C’è chi sta in carcere per molto meno». Non è un controsenso che Priebke sia stato condannato dopo mezzo secolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine nonostante i suoi commilitoni al primo processo, nel ’48, ne fossero usciti tutti assolti per aver eseguito gli ordini del loro comandante, Herbert Kappler? «Un conto è il diritto, che è pressoché immutabile, e un conto la giurisprudenza, che è l’interpretazione della legge da parte degli uomini, dunque soggetta al mutare dei tempi e delle sensibilità. Sarebbe un controsenso se le due sentenze fossero state pronunciate a pochi mesi l’una dall’altra». Lei è esperta di codici militari? «Spesso lavoro col tribunale militare». I soldati devono eseguire gli ordini o no? «Esiste una scriminante: la legittimità dell’ordine impartito. Nessun soldato può accampare scusanti quando sa di agire non contro il nemico bensì contro donne e bambini. A volte la differenza tra un ordine legittimo e uno illegittimo è sfumata. A Sant’Anna era lampante. Non puoi dire che se non sparavi tu a un neonato di 40 giorni t’avrebbe sparato lui». Si giustifica un attentato come quello di via Rasella a Roma quando era noto in partenza che avrebbe dato luogo a una rappresaglia su cittadini indifesi? «No, sicuramente no». Che differenza c’è tra Sonntag e gli Alleati che a guerra praticamente già vinta bombardarono Dresda, 200 mila vittime fra i civili, e sganciarono l’atomica su Hiroshima e Nagasaki? «Se c’è consapevolezza di quello che si sta facendo, non esistono differenze. Io non lo avrei fatto». Quanto guadagnerà per difendere questo presunto assassino? «Bella domanda. Ho ricevuto lettere anonime d’insulti: ”Lo fai per i soldi”. Tutti credono che mi paghi lo Stato». Non è così? «No». E chi allora? «L’interessato. Vale a dire che non riceverò neppure un euro». Da chi si aspetta riconoscenza per quello che sta facendo? «Da nessuno». Come ebrea si sente al sicuro in Italia? «Siamo minoranza. La paura per noi è qualcosa di atavico, ce la portiamo dietro ovunque. Vivere da un’altra parte non mi farebbe sentire più sicura». Stefano Lorenzetto