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 2004  febbraio 04 Mercoledì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 9 FEBBRAIO 2004

Sharon cede Gaza perché non vuole un Israele arabo.
 credibile Ariel Sharon quando annuncia il progetto di abbandonare tutti gli insediamenti di coloni della Striscia di Gaza? « finalmente diventato serio?», si è chiesto un editorialista di ”Ha’aretz”. E quali sono le vere ragioni che stanno dietro la sua decisione? E gli Stati Uniti gli daranno il sostegno desiderato? E come andrebbero via i 7.500 coloni da Gaza: con in tasca un accordo tra Sharon e l’Autorità palestinese o sotto gli attacchi sferrati da Hamas e dalla Jihad islamica ai loro convogli? [1]

Sharon ha passato il Rubicone, e non tornerà indietro. Fiamma Nirenstein: «Inizierà presto gli sgomberi unilaterali e andrà fra pochi giorni a spiegare a Bush che questo aiuta la sua politica mediorentale di pacificazione dopo la tempesta irachena. Questa volta la gente a Gaza ci crede, ed è in stato di choc; gli abitanti dei venti principali insediamenti di Gaza sono 5.776, il doppio di quel che erano nel ’90. Pochi fra loro si consolano dicendo ”l’ha già annunciato mille volte, Sharon non ci abbandonerà”. La maggioranza si sente nuda e abbandonata». [2]

I coloni non sono necessariamente alla mercé delle decisioni del governo, ma anzi possono influenzarle. Aldo Baquis: «Negli anni 1992-95 il premier laburista Yitzhak Rabin decise di prosciugare gli insediamenti: ma in quel periodo il numero dei loro abitanti balzò da 96 a 133 mila. Nel 2000 Ehud Barak ha prospettato ai palestinesi lo sgombero di coloni e il loro numero complessivo è aumentato del dieci per cento». [3]

Così era del resto negli anni Settanta, quando Rabin fu premier e Peres ministro della Difesa. Baquis: «Fino ad allora i laburisti avevano eretto insediamenti di carattere ”difensivo”. Trovatosi all’indomani della guerra dei Sei giorni (1967) a dover controllare con un esercito prevalentemente di riservisti terre che si estendevano da Sharm al-Sheikh (Sinai) al Monte Hermon (Alture del Golan), Israele ritenne opportuno insediare lungo i confini nuclei di pionieri e di giovani avventurosi. Erano incaricati di impedire infiltrazioni di fedayn palestinesi o di controllare valichi di importanza militare per ostacolare eventuali attacchi a sorpresa. Nella ripidissima valle del Giordano (un dislivello di mille metri in 30 chilometri) un nucleo di veterani agguerriti armati di razzi anticarro - insediati nel posto giusto - può ostacolare per ore una colonna di mezzi blindati nemici e garantire così a Tsahal tempo prezioso per organizzare le proprie retrovie». [3]

La logica del muro contro muro risale ai primi mesi dopo la vittoria israeliana del ’67. Lorenzo Cremonesi: «Allora fu il rabbino Moshe Levinger a spingere per ”il ritorno degli ebrei nella loro nuova-antica patria”. Nella primavera del ’68 Levinger ottenne il permesso di celebrare la Pasqua presso la tomba dei patriarchi. Il governo di allora, laburista, accettò in cambio di una promessa: Levinger e i suoi se ne sarebbero andati subito dopo. Ma in pochi mesi nacque una scuola religiosa a Hebron e, sulla collina di Kiriat Arba, vennero erette le recinzioni dell’attuale insediamento». [4]

Levinger rifiutò di lasciare la città. E il ministro della Difesa (Moshe Dayan) non se la sentì di farlo sgomberare con la forza. Baquis: «Alla periferia di Hebron e contro la stessa ideologia dei laburisti nacque così la prima colonia ”nazionalista”: Kiryat Arba. Seguì Maaleh Edomim, alle porte di Gerusalemme. Ad Ofra (Ramallah) e ad Elon Moreh (Nablus) si procedette per espedienti: i coloni furono prima presentati all’opinione pubblica come ”archeologi”, poi come ”civili israeliani alloggiati provvisoriamente in basi militari”. Il precedente della presenza civile israeliana in zone densamente popolate dai palestinesi era stato stabilito. Magari controvoglia: ma dai laburisti». [4]
«Non uno, ma cento Elon Moreh» furono le prime parole pronunciate da Begin il 17 marzo 1977 dopo la vittoria a sopresa su Peres che sanciva la fine dell’egemonia laburista nella politica israeliana. Baquis: «Entro il 1984 Begin - assistito da Ariel Sharon (Edilizia prima, Difesa poi) e da David Levy (Edilizia) - avrebbe sacrificato le colonie laburiste del Sinai (pace con l’Egitto) per erigerne decine di nuove in Cisgiordania e sul Golan. La situazione era cambiata [...] Occorreva creare una situazione inestricabile: una carta geografica a chiazze di leopardo che impedisse per sempre a futuri governi di sinistra di rinunciare alla ”West Bank”. Ricorrendo alla sua esperienza di generale, Sharon dislocava le colonie su colline elevate per controllare la zona». [4]

Per i coloni furono anni di «bonanza». Baquis: «Il sociologo Muli Peleg descrive l’intrico di legami sviluppatisi allora fra il movimento dei coloni e gli organi di governo. [...] I coloni creano agganci in ministeri-chiave: Edilizia, Interno, Giustizia. Si tratta di passare sbrigativamente la proprietà di vasti appezzamenti (in Cisgiordania e a Gerusalemme Est) dai proprietari arabi agli ebrei. Quando qualcosa va storto, è necessario avere a disposizione funzionari condiscendenti». [4]

I rapporti dei coloni con l’esercito israeliano sono complessi. Baquis: «La loro tattica si chiama ”l’abbraccio dell’orso”. Un tipo di effusione così calorosa che soffoca chi ne è oggetto. Ai soldati che pattugliano di notte o presidiano posti di blocco, si portano caffè e pasticcini. Di sabato, li si invita nel salotto di casa. Quando poi gli stessi soldati fossero chiamati a reprimere le intemperanze dei coloni sarebbero comunque neutralizzati, o esitanti». [4]

I primi a trovarsi sotto il fuoco dell’Intifada palestinese sono stati i coloni di Netzarim, nell’immediata periferia di Gaza. Baquis: «Numericamente, è uno degli insediamenti più esigui: 20-30 famiglie in tutto. Ma la sua importanza è notevole perché collega il valico commerciale di Karni (nel centro della Striscia) con la fascia costiera. Dalle alte torrette delle sue postazioni militari si controllano ad occhio nudo le attività palestinesi legate alla costruzione del porto marino. Per Israele si tratta di informazioni di intelligence di importanza vitale». [4] Uzi Landau, collega di partito del premier, saputo delle sue nuove intenzioni s’è lamentato: «Vorrei tanto sapere chi impedirà a navi cariche di razzi di attraccare a Gaza, quando noi non ci saremo più. Sharon non mi ha degnato di una risposta». [5]

Molte famiglie risiedono a Gaza da tre generazioni, ovvero da quando Ariel Sharon, trentacinque anni fa, attaccò a fondo le organizzazioni terroriste che dalla Striscia si infiltravano in Israele. Nirenstein: «Le foto lo mostrano vittorioso fra le palme, mentre dichiara (a suo fianco Shimon Peres) che per evitare il terrorismo non resta che insediarsi dentro Gaza, che Netzarim è indispensabile alla difesa, e che Israele non si sposterà mai più. Adesso Sharon ordina, proprio così, ordina che Gaza si svuoti della presenza ebraica, ovvero vita collettiva intensa ancorché blindata, coltivazioni lungo il mare a perdita d’occhio, serre che producono verdure pregiate, case, scuole, migliaia di tetti rossi e giardini, mucche, cani, automobili e camion, vite che devono essere smontate, impacchettate, spedite altrove». [2]

Il prezzo pagato per proteggere 7500 coloni ebrei circondati da un milione e 400 mila palestinesi è diventato insostenibile. Ma qualcosa trattiene l’estrema destra e parte dell’opinione pubblica israeliana dall’ammetterlo. Alberto Stabile: «Innanzi tutto l’elemento ideologico, il sogno della Grande Israele che deve realizzarsi anche laddove le tracce della presenza ebraica svaniscono nel mito, in questo caso nel mito di Sansone in lotta contro i Filistei. Ma non si tratta solo di questo. [...] C’era allora anche una giustificazione strategica per ciascuno degli insediamenti. Il blocco di Gush Etzion doveva servire a proteggere il confine dalle possibili incursioni della guerriglia in partenza dall’Egitto». [6]

 veramente così? O è piuttosto una questione di soldi in cui più che l’ideale poté il risparmio. Cremonesi: «Nessuna ideologia della grande Israele, nessuno slancio messianico per venire a vivere nei luoghi della Bibbia e nessuna scelta militante di diventare le ”sentinelle dello Stato” contro la minaccia araba [...] a prevalere furono considerazioni molto più veniali». Uno Shlomo Eliahu con casa sulle colline della Cisgiordania: «Non ho alcuna vergogna a dirlo, fui guidato dalla mia cronica mancanza di risparmi. Guadagnavo una miseria. Il mio mestiere di ufficiale di polizia permetteva di dar da mangiare a moglie e tre figli, ma ben poco di più. Cercavo casa. E scoprii che grazie agli incentivi del governo potevo comprare a Ma’alé Adumim una villa a tre piani e giardino con meno di 285.000 dollari, con mutui a tasso quasi zero dallo Stato e larghe esenzioni fiscali. La mia abitazione supera i 240 metri quadri. Un regalo». [7]

Dei circa 200 mila ebrei residenti nei territori occupati «solo venti-trentamila sarebbero davvero pronti a resistere con la forza contro un ordine di evacuazione», assicura Ehud Sprinzak, noto studioso dell’estrema destra israeliana: «Gli altri potrebbero partire, a patto di venire ben sovvenzionati, così come avvenne nel 1982 con i circa cinquemila coloni andati via al momento del ritiro israeliano dal Sinai nel rispetto dell’accordo di Pace con l’Egitto». [7] Baquis: «Nel vertice di Camp David (luglio 2000) il premier Ehud Barak prefigurò la possibilità di sgomberare dai territori circa il 25 per cento dei coloni. Si tratta, grosso modo, di 50 mila persone. Sulla base del precedente dello sgombero dei coloni dello Yamit si calcola che ogni nucleo familiare riceverebbe dallo Stato un risarcimento medio di 150-200 mila dollari. Aggiungendo investimenti necessari alla costruzione di nuovi centri abitati per accogliere gli ”sfollati”, il riassorbimento in Israele di un quarto dei coloni costerebbe tre miliardi di dollari». [3]

Adesso i coloni da spostare sono solo settemila, ma di soldi ne vogliono di più. Michele Giorgio: «Mezzo milione di dollari: questo è il risarcimento governativo per ogni famiglia di coloni (sono circa 1.500) che verrà sgomberata da Gaza. Alcune dovrebbero trasferirsi nel Negev - dove è in programma la distruzione di 38 villaggi beduini ”illegali” - la maggior parte invece potranno andare nelle colonie della Cisgiordania, quelle che Sharon intende lasciare dove sono e annettere a Israele». [8]

Sharon era il difensore delle colonie: «Il destino di Netzarim è il destino di Tel Aviv» aveva risposto appena un anno fa al laburista Amram Mitzna che gli chiedeva di evacuare gli insediamenti della Striscia di Gaza come clausola per entrare nel governo. Adesso, è sbottato il capo del partito nazionale religioso, Shaul Yaalom, «ha subito una mutazione genetica» che lo starebbe trasformando «in un uomo di sinistra». [9]

La scelta non è tra buono e ottimo, ma tra cattivo e pessimo. Sharon: «Adesso mi mostrano le fotografie di come ero trent’anni fa, 25 anni fa e cosa dicevo allora. Ma io guardo avanti, non dietro. Non dobbiamo confrontarci con ciò che è stato ma con ciò che deve essere. Sto parlando della Striscia di Gaza e penso che con uno sguardo a lungo raggio sarà meglio per Israele che lì non ci sia nessun insediamento ebraico. La responsabilità ricade su di me e devo preoccuparmi del futuro, di ridurre il numero delle persone offese, rilanciare l’economia, promuovere l’immigrazione, creare le condizioni per la vita e la creatività. E lo farò». Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano ”Maariv”, il 59 per cento degli israeliani lo appoggia, il 34 per cento è contrario. Per questo Sharon si dice pronto, se necessario, a ricorrere ad un referendum. [10] Antonio Ferrari: « sicuro di vincerlo». [11]

La nuova linea del premier non è figlia della magnanimità ma del realismo. Ferrari: «Gli è stata suggerita dai rapporti dell’Intelligence, che ritiene ormai indifendibile e costosa (in termini politici, economici, e soprattutto di vite umane) una massiccia presenza militare a Gaza per proteggere 7.500 coloni circondati da quasi un milione e quattrocentomila palestinesi; dalla disaffezione di una parte delle Forze armate, che valutano esiziale un’occupazione che alimenta il furore degli occupati e non garantisce la sicurezza; dal rischio che la bomba demografica, con la popolazione palestinese in forte crescita e quella israeliana in contrazione, metta a rischio l’ebraicità dello Stato; dalle pressioni, soprattutto degli Usa, che chiedono passi coraggiosi a tutti, palestinesi e israeliani». [11]

Il vero obiettivo di Sharon: liberarsi della ingombrante presenza di centinaia di migliaia di arabi israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana, 20 per cento della popolazione) attraverso la cessione al futuro Stato di Palestina (minuscolo e senza sovranità reale) di quelle porzioni di territorio israeliano densamente popolate da arabi. Giorgio: «Nelle settimane passate, professori, esperti e politici si sono detti molto ”preoccupati” per il ”vertiginoso” aumento della popolazione araba in Israele e nei Territori. Nel giro di qualche anno tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano ci saranno più palestinesi che ebrei. A convincere Sharon a varare il suo ”piano di separazione” dai palestinesi dei Territori occupati (annunciato il 18 dicembre alla conferenza di Herzliya) sono state proprio le proiezioni fatte dagli esperti di demografia». [4]

I propositi di Sharon non si esaurirebbero con il ritiro da Gaza. Alberto Stabile: «[...] includono anche la possibilità di proporre ai palestinesi, se e quando vi sarà uno Stato palestinese, uno scambio territoriale. Secondo questa idea, Sharon proporrebbe di trasferire sotto sovranità palestinese parte della Galilea del Nord, abitata in prevalenza da arabi-israeliani, ottenendo in cambio di far ricadere sotto sovranità israeliana alcuni insediamenti in Cisgiordania. Così ristabilendo l’«equilibrio demografico». [10]

Sharon è un duro, la sua storia lo dimostra. Ferrari: «In passato è stato anche un bugiardo, come sostenevano il laburista David Ben Gurion, fondatore dello Stato, e il conservatore Menachem Begin, al quale il ruvido generale aveva promesso una rapida e poco profonda incursione in Libano, nel 1982. Incursione che invece si trasformò in occupazione, e durò quasi 20 anni. Ma lo Sharon di oggi è un’altra persona, segnata dalle esperienze della vita. Consapevole di essere vicino al capolinea di una carriera punteggiata da ombre più che da luci, vuol lasciare un’eredità diversa. C’è da credergli, quando dice con convinzione di voler passare alla storia come l’uomo che ha garantito la sicurezza di Israele e ha ottenuto la pace, ”compiendo passi che soltanto io posso compiere”». [11]

Sulla realizzazione di questi scenari gravano almeno due incognite. La prima consiste nelle traversie giudiziarie di Sharon per la vicenda di corruzione che riguarda suo figlio Ghilad e l’uomo d’affari David Appel: un’eventuale incriminazione del premier potrebbe annullare le sue iniziative politiche. La seconda riguarda i costi dello sgombero. Baquis: «Le casse del ministero delle Finanze sono disperatamente vuote, ha detto Netanyahu alle migliaia di dipendenti comunali che da mesi non ricevono gli stipendi. Né gli Stati Uniti sembrano propensi ad aiutare il finanziamento dello sgombero di coloni che secondo Washington non avrebbero mai dovuto insediarsi a Gaza». [12]