Paolo Mieli Corriere della Sera, 30/01/2004, 30 gennaio 2004
Circuiti (mediatici) viziosi, Corriere della Sera, 30/01/2004 Leggo, caro Mieli, del dibattito che sulla sua pagina si è sviluppato in merito al rapporto tra magistratura e politica
Circuiti (mediatici) viziosi, Corriere della Sera, 30/01/2004 Leggo, caro Mieli, del dibattito che sulla sua pagina si è sviluppato in merito al rapporto tra magistratura e politica. Nel decennio passato ho patito i riflessi di un’equazione «Irpinia - corruzione - De Mita», nonostante i procedimenti giudiziari si siano conclusi tutti per me con l’archiviazione e per mio fratello, dopo dieci anni, con un’assoluzione «perché il fatto non sussiste». Ora le scrivo non per questo, ma perché avverto, vagamente, il risorgere di un analogo circuito «magistrati - informazione», che - sulla semplice e vera circostanza per cui «De Mita è amico di Tanzi» - lascia prefigurare chissà che cosa. Nel necessario e doveroso recupero di comportamenti corretti, i magistrati non dovrebbero accertare i fatti e l’informazione non dovrebbe dare notizia di questi? Ciriaco De Mita Caro De Mita, assisto sgomento a quel che le sta capitando in margine al caso Parmalat e non esito a dire che si tratta di una vera e propria indecenza. Chi come me l’ha conosciuta bene (anche per aver con lei discusso e talvolta polemizzato) negli anni Ottanta, il periodo in cui fu segretario della Dc nonché presidente del Consiglio, sa bene quanto poco oscuri furono i suoi rapporti di amicizia con Calisto Tanzi. E sa anche che se nel successivo decennio, l’epoca della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, lei avesse avuto quel genere di scheletri nell’armadio cui allude l’inchiesta, i suoi comportamenti sarebbero stati ben diversi da quelli che furono. Ma non è questo il punto: se i magistrati hanno motivo di indagare su quella sua antica consuetudine con Tanzi devono (sottolineo: devono) procedere e non può certo essere la mia parola o quella di qualche altra persona che l’ha conosciuta venti o trent’anni fa a fermarli. Ciò che, però, in un Paese civile non dovrebbe (più) essere consentito è l’esercizio di quello che lei ha giustamente definito il «perverso vizio per cui alcuni magistrati costruiscono il contesto all’interno del quale non si accerta la colpa ma si costringono gli interessati a dover dare prova di innocenza». E neppure dovrebbe mai più riproporsi la partecipazione del circo mediatico - giudiziario al festival del tiro al politico (o a chiunque altro). Sappiamo tutti che quando si parla di politici coinvolti nell’affaire Parmalat non è a lei che si pensa e che il copione le ha assegnato il ruolo di apripista in attesa della scesa in campo dei «veri nomi» che sono già nel pettegolezzo anche se non ancora sulle pagine dei giornali. Ma questo dovrebbe indurci a qualche ulteriore riflessione su una storia che si ripete. A maggior ragione per il dettaglio non irrilevante (su cui lei torna) che la riguardò ai tempi dell’Irpiniagate. All’epoca era lei l’uomo preso di mira (poi sarebbe toccato a Bettino Craxi). Da quell’indagine poi uscì completamente assolto ma è un fatto che ancor oggi si pronuncia - pensando allo scandalo del dopo terremoto - la parola Irpinia e subito la mente corre al nome di Ciriaco De Mita. Né consola il fatto che lei abbia condiviso questo destino con molti (troppi) uomini politici della sua stagione. In ogni caso sarebbe bene che la ripetizione di questa non esaltante esperienza le fosse risparmiata. Beninteso, a lei come a chiunque altro. Paolo Mieli