Bernardo Valli la Repubblica, 28/01/2004, 28 gennaio 2004
Hu Jintao ha spiegato a Parigi che la Cina comanda già, la Repubblica, 28/01/2004 Con sperticati onori e altrettante polemiche, la Francia ospita in questi giorni il presidente cinese, Hu Jintao
Hu Jintao ha spiegato a Parigi che la Cina comanda già, la Repubblica, 28/01/2004 Con sperticati onori e altrettante polemiche, la Francia ospita in questi giorni il presidente cinese, Hu Jintao. Al quale è stato usato un riguardo riservato agli invitati d’eccezione: la visita in Parlamento, con relativo discorso ai rappresentanti liberamente eletti della nazione. Ma l’onore è apparso eccessivo e inopportuno a molti deputati (di destra e, anzitutto, di sinistra), che hanno disertato l’emiciclo. La contestazione d’una personalità straniera, rappresentante un regime controverso, è da tempo un rito nelle capitali occidentali. quasi una parte del cerimoniale, complementare a quella prevista dal protocollo. un segno che distingue le democrazie dai sistemi totalitari, in cui l’accoglienza è inevitabilmente disciplinata. Sulla ribalta parigina, questa volta, è avvenuto tuttavia qualcosa di particolare. Si è avuto un assaggio di come l’Europa vede l’altro impero del XXI secolo: la Cina, che con un miliardo e trecento milioni d’individui, e una straordinaria crescita economica, appare la sola grande potenza in grado di controbilanciare, in un imprecisato futuro, la super potenza americana. Ma che già adesso pesa, insieme agli Stati Uniti, sulla sorte del pianeta. La Quinta Repubblica non è sempre di manica larga sul cerimoniale, quando sono in gioco certi valori. Nel marzo ’99, a esempio, fu annullato e rinviato a data ulteriore il viaggio dell’ayatollah Khatami. Il presidente iraniano pretendeva che non fossero servite bevande alcoliche durante i pranzi ufficiali: e neppure per una personalità di tanto prestigio la Francia laica poteva rinunciare al vino. Era una questione di principio, come il velo islamico. Per Hu Jintao il problema si è posto su un altro terreno. Il Parlamento non è un banchetto. I numerosi deputati che ieri pomeriggio non erano presenti nell’emiciclo di Palazzo Borbone, in segno di protesta, quando il presidente cinese vi ha preso la parola, hanno giustificato la loro assenza dicendo che al capo della «più grande dittatura del mondo», colpevole del massacro sulla piazza Tienanmen nel 1989, e tuttora poco rispettosa dei diritti dell’uomo e dell’identità di antichi popoli, come quello tibetano, non doveva essere concesso tanto onore. Poteva infatti sembrare un’assoluzione. Nell’ultimo decennio il privilegio di rivolgersi all’Assemblea Nazionale è stato riservato soprattutto a rappresentanti di democrazie occidentali (al re di Spagna, a Clinton, a Prodi, a Blair, a Schroeder...); e a leader di paesi storicamente e sentimentalmente legati alla Francia, anche se non tutti esemplari da un punto di vista democratico (a esempio il sovrano marocchino, nel frattempo morto, Hassan II, che non era uno stinco di santo nel rispettare i diritti dell’uomo). Con Hu Jintao la posta in gioco è comunque molto più vistosa. La Cina è, nonostante le numerose difficoltà, l’Eldorado degli imprenditori. Col tempo si classificheranno sempre di più i paesi industrializzati europei, afflitti da anemiche crescite economiche, attraverso i loro investimenti, la loro presenza, in Cina (e in India, altro paese in grande espansione). Ma questa è soltanto una visione della Repubblica Popolare. Ed è quella che spinge la Francia di Chirac a dispiegare tutti i tappeti rossi di cui dispone Parigi ai piedi dell’ospite. In termini storici potremmo dire che è la visione di Voltaire (citato per primo tra i grandi della cultura francese da Hu Jintao nel discorso in Parlamento) che vedeva tante virtù nei cinesi del suo tempo. Al contrario di Montesquieu (pure lui magnanimamente citato) piuttosto incline a scorgere tutti i difetti umani negli abitanti del remoto Celeste Impero. Già allora, nel ’700, in Occidente, si litigava sulla Cina. Buona o cattiva? Oggi per gli uni è un Eldorado, per gli altri una dittatura. Per gli uni una terra promessa, per gli altri una minaccia, un pericoloso concorrente che con i suoi prodotti a basso prezzo manda in malora le piccole imprese europee. Comunista o capitalista? O entrambe le cose, mischiate nell’ambigua formula di capitalismo leninista? Foresta di grattacieli americani o terra popolata da plotoni d’esecuzione? La loro metafisica non è la nostra, diceva Montesquieu. E l’empio Voltaire sosteneva che erano virtuosi perché non erano cristiani. Oggi diremmo occidentali. In realtà in Cina si sta realizzando la globalizzazione nella forma economica e soprattutto tecnologica, e non in quella ideologica. L’Occidente pensa che la tecnica e il capitalismo debbano essere componenti della democrazia, cosi come noi l’intendiamo. Tre elementi indissociabili. Un tempo al posto della democrazia c’era il cristianesimo. Che in Cina non ha attecchito. Oggi la Cina adotta tecnica e capitalismo come mezzi. L’essenziale è la prima, la tecnica, ed è stato provato che essa si sviluppa meglio, o soltanto, in un’economia di mercato. Da qui la grande scelta, la brusca svolta «capitalista» voluta da Deng Xiaoping, nel 1978, che a noi sembra contraddittoria, in un paese che continua a dichiararsi ufficialmente comunista. Se quelli sono i mezzi, quale è il fine? Lo scopo? Per ora l’obiettivo è l’espansione della tecnica, senza la quale non c’è né benessere, né potenza. E la democrazia? Il rispetto dei diritti dell’uomo? Certo, dice Hu Jintao, ma nella «nostra specificità». Nella Cina d’oggi l’Occidente assomiglia a un sogno. Anche il comunismo fu un sogno occidentale, che prese tinte cinesi. Lo stesso vale per la società di mercato che si sta sviluppando adesso, dopo il fallimento dell’esperienza maoista. I contorni di questo sogno sono americani. L’America è il vago modello cui tendono. Anche se, mentre lo copiano, danno a quel modello una forte impronta cinese. inevitabile che sia cosi. Il guscio è americano. Ma in ogni cosa, città o casa, scuola o fabbrica, c’è l’anima cinese: la tradizione, la superstizione, la cultura, i vizi e le virtù. Si crea qualcosa che assomiglia a una resistenza all’America tanto sognata. Una resistenza che può anche diventare odio. O qualcosa del genere. L’Europa ispira altre fantasticherie. romantica. Romantiche sono anzitutto la Francia e l’Italia. Paesi simpatici e un po’ frivoli. Dove sono importanti le belle cose, vestiti, scarpe, automobili di lusso. E dove ci sono ottime squadre di calcio. Quando dovevano sfuggire alle intemperie della Rivoluzione Culturale, o ad altre tempeste politiche, gli scrittori preferivano Parigi, dove pensavano di potersi muovere in un paesaggio letterario familiare. Uno di quegli scrittori, diventato parigino, ha avuto il premio Nobel. E cosa è la Cina, al di là dei fantasmi buoni e cattivi che evoca? Che cosa è nella realtà? Di fatto è già l’altro impero. Secondo la Banca Morgan Stanley, Stati Uniti e Cina guidano il mondo e lo guideranno sempre più nel futuro. Quindi guidano anche l’Europa. Tra l’iperpotenza e la futura superpotenza (dei decenni a venire) esiste un’alleanza non casuale, congiunturale, ma strategica. come se i due paesi formassero di fatto una zona economica comune, doppiata da un’unione monetaria. I nani europei sono schiacciati tra la moneta cinese e la moneta americana. La prima è ancorata alla seconda, e, almeno per ora, non intende mollarla. Non vuole rendere meno competitivi i propri prodotti, quando il dollaro scende rispetto all’euro. Quando gli europei protestano, cinesi e americani replicano in coro: non siamo forse noi le vere locomotive? Non è grazie alla nostra forte crescita che sarà possibile una vera ripresa dell’economia europea? quel che Hu Jintao, dopo la visita al Parlamento semivuoto, avrà spiegato a Jacques Chirac. Bernardo Valli