[1] Eugenia Tognotti, ཿLa Stampa 28/1/2004; [2] Sara Gandolfi, ཿSette n. 47/2003; [3] M. D. B. , ཿCorriere della Sera 28/1/2004; [4] Eugenia Tognotti, ཿLa Stampa 16/1/2004; [5] Raimondo Bultrini, ཿla Repubblica 28/1/2004; [6] Margherita De Bac, ཿCorr, 28 gennaio 2004
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 2 FEBBRAIO 2004
Ma perché le epidemie arrivano tutte dall’Asia?
Nella già discreta varietà di paure collettive planetarie c’è una new entry: l’influenza aviaria. Eugenia Tognotti su ”La Stampa”: «Un nome innocente, bucolico. Sicuramente meno inquietante della Sars o polmonite atipica, che lasciava al vago e generico aggettivo tutto il peso della rappresentazione di una malattia circondata da un alone di mistero. Ma il virus che sta uccidendo milioni di polli - mettendo in ginocchio l’economia di alcuni Paesi asiatici e preoccupando molto seriamente l’Organizzazione mondiale della sanità e i diversi organismi internazionali - è tutt’altro che mansueto. Si presenta, anzi, con una fisionomia feroce. Mai si era vista nella storia - affermano concordi i virologi dell’Oms - un’epidemia di influenza aviaria di così alta patogenicità, in un territorio così vasto e simultaneamente». [1]
L’influenza è la terza causa di morte per malattia infettiva dopo Aids e tubercolosi. E ha costi altissimi: per ogni malato lo Stato spende tra i 30 e i 124 euro, cui si aggiungono le giornate di lavoro perse, il calo di produttività, la spesa privata per farmaci. La forza del virus influenzale sta nel suo trasformismo. Il morbillo lo facciamo una volta sola nella vita e, creati gli anticorpi, non ci infettiamo più. Il virus dell’influenza, invece, si modifica nel tempo diventando irriconoscibile. [2]
Esistono 3 tipi-base di virus: A, B e C. Solo i primi due sono rilevanti, perché soggetti alla cosiddetta ”deriva antigenica”: replicandosi da persona a persona il virus ”sbaglia” e subisce una serie di piccole variazioni nei suoi nucleotidi, cioè nella sua struttura. un trend continuo, che accompagna l’influenza nel suo interminabile giro del mondo. La trasformazione più pericolosa riguarda il tipo A: può mescolarsi con virus di origine animale creando virus completamente nuovi contro i quali l’intera popolazione umana è scoperta. [2]
L’influenza aviaria è provocata da un virus di tipo A, suddiviso in 15 diversi sottotipi, molto variabile dal punto di vista genetico. Il sottotipo che ha colpito decine di milioni di polli in Asia è l’«A H5 N1», altamente letale e contagioso per polli, tacchini, anatre e oche. Può trasmettersi all’uomo? Sì, ma non è un episodio frequente. Si possono infettare soltanto le persone che hanno un diretto contatto con gli uccelli malati. Finora non è stato dimostrato nessun caso di trasmissione da uomo a uomo. E non c’è nessuna evidenza scientifica che consumare carne di pollo cucinata possa costituire un veicolo di trasmissione: i virus aviari si trasmettono per via respiratoria. [3]
Hong Kong 1997, una «lezione» che i virologi non dimenticano. Tognotti: «Un nuovo ceppo che aveva già provocato quattro morti fu bloccato con una vera e propria ecatombe di polli: un milione e 200 mila animali provenienti da duecento allevamenti furono soppressi, per decisione del governo, nel giro di sole ventiquattro ore. Nelle città si adottarono misure drastiche, precludendo ai bambini l’accesso ai pet corner, le zone in cui si gioca con gli animali domestici, e i pappagalli furono allontanati dalle voliere nei parchi pubblici. [...] Difficile dire se il mondo fu salvato in extremis, quell’anno, da una riedizione della ”Spagnola”. certo che ci si trovò di fronte ad un ceppo del tutto nuovo per gli umani. Restavano dubbi e interrogativi. [...] Che strade aveva seguito il virus per arrivare all’uomo? Era in grado di passare da una persona all’altra o quelli che si erano infettati avevano avuto contatto con animali infetti?». [4]
Nessuno conosce l’origine di questa nuova epidemia, sebbene si sappia per certo che a trasferirla sull’uomo sono stati gli uccelli, soprattutto il pollame ma anche le anatre, le quaglie e alcune specie migratorie che l’hanno diffusa da Hong Kong alla Cambogia, dalla Corea del Sud al Vietnam, dal Giappone alla Cina, all’Indonesia, a Taiwan. Circa 25 milioni di volatili sono già stati eliminati, il numero delle vittime è incerto, data la difficile identificazione del virus e la reticenza delle autorità terrorizzate da un altro tracollo economico. [5]
La lezione della Sars non è bastata. Lo scorso anno il governo di Pechino aveva taciuto a lungo l’esistenza di focolai della polmonite atipica. Poi la deflagrazione dell’epidemia. Oggi si scopre che le autorità di Hanoi e Bangkok si sono comportate in modo simile con l’attuale emergenza. Secondo un quotidiano vietnamita, la presenza di febbre aviaria negli allevamenti era nota fin da luglio. Il portavoce del governo thailandese ha ammesso che «sono stati fatti pasticci». [6] L’industria del pollame è una delle più floride della Thailandia, quarto esportatore mondiale con un giro d’affari di 1,5 miliardi di dollari l’anno (l’1 per cento del pil). [7]
Il distretto di Bang Plama, vicino ai confini con la Birmania, pare il più colpito. Raimondo Bultrini ha raccontato su ”la Repubblica” lo sterminio dei polli in una delle fattorie colpite del virus: «Soldati e prigionieri, gli unici che non hanno potuto rifiutare l’ordine di sterminio diramato dal governo il 24 gennaio scorso, avanzano con dei sacchi di juta plastificata in mano, allineati lungo il grande capannone dal tetto di lamiera dove 7650 polli si contendono uno spazio di poche decine di metri quadrati illuminati 24 ore su 24 da opache luci al neon. Galli e galline saltano e si agitano, finiscono sotto gli stivali di gomma dei loro carnefici, e poi dentro i sacchi. Ogni imballo riempito viene chiuso con una corda e portato all’esterno del capannone, dove i polli agonizzano lentamente privati dell’aria». [5]
La fattoria appartiene alla CP, Charoen Pokphand, una delle maggiori aziende thailandesi, in testa alle statistiche nazionali dell’esportazione di pollame. Bultrini: «La CP esportava massicciamente in Giappone da quando nell’ottobre scorso l’influenza aviaria aveva colpito la Cina e Tokyo aveva deciso di rifornire i suoi McDonald’s e KFC con polli thai». Il ministro dell’Agricoltura thai e lo stesso premier Thaksin Shinawatra erano andati in un allevamento e avevano mangiato un pezzetto di pollo bollito per dimostrare che non c’era nessun pericolo. «Il governo ha intenzionalmente nascosto le informazioni per proteggere alcuni tra i maggiori esportatori del paese», denunciano due parlamentari. [5]
La febbre dei polli è lontana, da noi non ci sono focolai di infezione aviaria. Siamo cioè nello scenario numero 1 tratteggiato dal Comitato per le emergenze sanitarie, convocato dal ministro della Salute Sirchia. Secondo scenario: l’influenza aviaria arriva in Italia, trasportata da uccelli migratori, come le anatre, e si sparge nei nostri allevamenti. Piero Crovari, coordinatore del Comitato: «Sarebbe un evento non drammatico per la salute pubblica, basterebbe spiegare agli operatori come proteggersi». Terzo scenario: i geni dei virus dell’influenza aviaria e umana si riassortiscono e danno origine, in Asia, alla pandemia. [6]
Lo scenario peggiore è il numero 4: il nuovo virus ricombinato mescola il dna dell’influenza dei polli con quello dell’influenza umana e sbarca in Italia. Mauro Moroni, direttore dell’Istituto malattie infettive e tropicali dell’Università di Milano: «Un’ipotesi estremamente improbabile. Come fare ”6” al Superenalotto. Ma è possibile, può accadere domani». Cosa accadrebbe? «Non basterebbero i provvedimenti che sono stati fondamentali per vincere la Sars, perché la contagiosità del virus influenzale è enormemente superiore. Ci sarebbero moltissimi ammalati, molti morti. Solo una vaccinazione di massa permetterebbe di debellare la pandemia». [8] Due laboratori, il National institute for biological standards and control in Gran Bretagna e il St. Jude children’s research hospital di Memphis hanno creato ciascuno un vaccino, ma nessuno dei due è stato ancora testato contro il particolare ceppo H5 N1 scoperto in Vietnam. [9]
I metodi standard di produzione non funzionano per i vaccini contro l’H5 N1. Debora MacKenzie su ”New Scientist”: «I laboratori hanno usato una tecnica chiamata ”ingegneria inversa”, che implica l’uso di sequenze genetiche dette plasmidi. Tuttavia, il brevetto di questa tecnica è detenuto dall’azienda Medimmune di Gaithersburg, Maryland, e i plasmidi usati sono stati brevettati da diverse ditte, che avrebbero diritto a un compenso se la loro proprietà venisse usata per fabbricare un prodotto commerciale. Ovviamente, se scoppiasse una grave pandemia il problema dei brevetti verrebbe accantonato. Ma i ritardi nella produzione del vaccino potrebbero costare molte vite umane». [9]
Dove potrebbe formarsi il temuto virus ricombinato? Moroni: «Un animale intermedio, per esempio il suino, potrebbe sviluppare una doppia infezione, aviaria e umana. I maiali sono sempre stati guardati con particolare attenzione per questa loro capacità di infettarsi sia con i ceppi umani che con quelli aviari». [8] La ricombinazione creerebbe sicuramente un agente virale pericoloso per l’uomo? Assolutamente no. Antonio Cassone, direttore del dipartimento malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità: «Il nuovo virus potrebbe, infatti, essere inattivo. Noi, però, dobbiamo lavorare sull’ipotesi più rischiosa. La combinazione casuale capace di far passare l’infezione da uomo a uomo. Quella, per esempio, che prende dal virus umano i geni della trasmissibilità e dal virus animale la virulenza». [10]
Tutte le grandi emergenze epidemiche dei nostri giorni nascono in Estremo Oriente: l’anno scorso la Sars nel Guangdong (Cina del sud), quest’anno l’influenza aviaria nel Vietnam. Giovanni Rezza, epidemiologo del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità: «La peste nera, che nel 1347 funestò anche l’Italia, fu la conseguenza dell’apertura della via della seta, e arrivò nei porti del Mediterraneo insieme ai topi infetti, trasportati nelle sacche dei cavalieri mongoli. Le epidemie di influenza umana, che ogni anno giungono da noi nel periodo invernale, quasi sempre vengono da Est e portano i nomi di quei luoghi: ”Asiatica”, ”Hong Kong”. La causa sembra risiedere nei mercati asiatici, dove gli animali vengono venduti vivi. Volatili, dalle anatre ai polli, mammiferi, come l’ormai famoso zibetto, maiali. Ce n’è per tutti i gusti, carni bianche e rosse, ma soprattutto il cliente vuole esser sicuro che si tratti di carni fresche, e il venditore lo accontenta offrendo animali vivi. In questi enormi mercati, lo scambio di secrezioni (orali o fecali) di diverse specie animali facilita il passaggio di infezioni virali da una specie all’altra, e perché no, da una specie animale alla specie umana». [11] Giancarlo Belluzzi, del Consiglio direttivo dell’Associazione nazionale medici veterinari: «In Oriente il salto di specie animale-uomo si verifica nel 70-80% dei casi, mentre in Europa il rischio è solo del 5%, e riguarda i lavoratori a stretto contatto con il pollame». [5]
appena terminata l’emergenza Sars che già esplode quella dei polli. Dovremo fare i conti sempre più spesso con nuove epidemie? Moroni: «Sì. Il mondo animale è un serbatoio di microorganismi in larga misura ancora sconosciuti. E là dove si forzano le regole del mondo animale oltre un certo limite per motivi commerciali, rischiamo di pagare un prezzo molto alto. La natura ha le sue leggi che bisogna saper rispettare». [8] Shigeru Omi, direttore generale dell’Oms: «C’è sempre il pericolo potenziale che questo genere di epidemia si trasformi in una pandemia che potrebbe uccidere milioni di persone nel mondo». [12]
La ciclicità delle epidemie-bomba fa tremare i virologi che paventano l’arrivo di un’onda anomala di virus, la superinfluenza, ”the big one”. [13] Secondo i Centers for Diseases Control di Atlanta, le grandi epidemie di influenza, descritte già da Ippocrate, che ne registrò una nel 412 a.C., hanno colpito l’umanità più di 40 volte negli ultimi 500 anni. Poiché finora le grandi epidemie si sono presentate con una cadenza media di trenta, quarant’anni, e l’ultima è stata quella del 1976, molti virologi ritengono che una nuova infezione globale sia ora molto prossima. [14] Le previsioni si concentrano su due anni: 2008 e 2017. [1] Tognotti: «Ed eccoci tutti, ogni inverno, a seguire l’evoluzione dei nuovi ceppi virali, possibili agenti causali del flagello, atteso come i barbari della famosa poesia di Konstantinos Kavafis: ”Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza? Stanno per arrivare i Barbari oggi”». [15]
Aspettando aspettando, sono arrivate la Sars e l’influenza dei polli. Tognotti: «Al momento il numero dei morti tra gli uomini sarebbe attestato su una decina, se si deve credere ai dati ufficiali, su cui peraltro - conosciuto il copione scritto in Cina per la Sars - è lecito dubitare. Ma non è naturalmente sul numero dei morti che si misura l’impatto di un evento: nell’800 la notizia del primo morto in un incidente ferroviario e, più tardi, automobilistico colpì straordinariamente l’immaginazione dei contemporanei, che convivevano con la realtà di migliaia di persone uccise, ogni anno, da diarrea, scarlattina e morbillo». [15]
I fenomeni di passaggio di virus dagli animali all’uomo, le zoonosi, sono da tempo materia privilegiata di studio per la comunità scientifica dei microbiologi. Tognotti: «Si tratta di dinamiche biologico-evolutive che chiamano in causa le poderose trasformazioni ambientali e socio-culturali che l’uomo stesso ha creato. Gli uomini si sono spinti fin dentro le foreste più impenetrabili e hanno colonizzato territori dove dominavano gli animali, con i quali si sono stabiliti contatti ravvicinati come mai nel passato (anche per quanto riguarda quelli di compagnia), mentre nuove specie d’uccelli hanno preso dimora in aree urbane». [15]
L’influenza aviaria è l’ultimo prodotto di un disordine dell’«ecosistema mondo»? O, più semplicemente, è l’ennesimo prodotto storico dell’incontro tra l’uomo e quei serbatoi o veicoli d’infezioni e contagi che sono gli animali? Cosmacini sul ”Corriere”: «L’antropo-zoo-machia è una guerra antichissima, che fa parte della storia degli animali quanto della nostra: una guerra della quale non è stata ancora scritta, né forse lo sarà mai, la parola fine». [16]