Stefano Lorenzetto il Giornale, 28/12/2003, 28 dicembre 2003
Prove tecniche di manutenzione della rabbia, il Giornale, 28/12/2003 Arrabbiarsi fa male alla salute, molto male
Prove tecniche di manutenzione della rabbia, il Giornale, 28/12/2003 Arrabbiarsi fa male alla salute, molto male. Dev’essere per questo che Monica Simionato, specialista nella «gestione della rabbia», s’è insediata nella fatal Novara tra due imprese di onoranze funebri. Le finestre del suo ufficio si affacciano sulle stanze dell’ospedale. Cento metri più avanti c’è l’obitorio. Nessuno stupore, perciò, quando la signora si presenta trafelata all’appuntamento tenendo sotto il braccio una copia del libro Psicologia rilegata con la pagina dei necrologi del ”Corriere Valsesiano”. in ritardo di 40 minuti («ho dimenticato il cellulare a casa, sono tornata a prenderlo e così ho perso il treno, avrei bisogno di una doccia») e adirata con se stessa per la figuraccia rimediata, però sfoggia un sorriso angelico. Quanto a me, la strozzerei con queste mani se l’insegnamento di Orazio non mi soccorresse in extremis: «La rabbia è una follia momentanea, quindi controlla questa passione o essa controllerà te». Fosse un vegetale, l’italiano dovrebbe chiamarsi rododendro. Stando alle statistiche di Be Oltre, la società che Monica Simionato ha fondato col marito Alessandro, in media ognuno di noi si prende una solenne incazzatura 485 volte l’anno. L’80 per cento della popolazione perde le staffe addirittura due volte al giorno. Il 23 per cento è in preda a una collera acuta e costante. Il numero degli episodi di rabbia è aumentato del 365 per cento in cinque anni. Gli effetti si vedono sul lavoro: in media quattro giorni l’anno di assenza per malattie psicosomatiche derivanti da questa alterazione dello stato d’animo. Persino Giovanni XXIII, il Papa buono per antonomasia, era alquanto stizzoso. Si narra che durante un’udienza abbia redarguito piuttosto bruscamente, rosso in viso, alcune suore: «Se quelle figlie di Eva laggiù in fondo non la smettono di chiacchierare, smetto di parlare io». Sui biliosi la Simionato ha costruito il proprio successo, consacrato dall’uscita del film Terapia d’urto di Peter Segal, del quale è stata consulente per i contenuti scientifici. la storia di un manager ansioso e irascibile (Adam Sandler), condannato dal giudice alle cure di uno strizzacervelli prepotente (Jack Nicholson). stata lei a ispirare il titolo italiano della commedia, replicato sulla copertina del volume che ha pubblicato due mesi fa con l’editore Franco Angeli. Ha anche tenuto o sta tenendo corsi di «alfabetizzazione emotiva» per il personale di Unicredito, Borsa italiana, Aem, Carige, ospedale San Raffaele, Termomeccanica, Saatchi & Saatchi, Global Value e altri grandi gruppi che non desiderano essere citati. A soli 34 anni, Monica Simionato, figlia di un commerciante di vernici e di una casalinga di Borgo Sesia, laureata in lettere classiche all’Università di Torino, sfoggia un curriculum da campionessa di eclettismo. diventata pubblicista collaborando con i giornali della Valsesia. Poi è andata a lavorare a Bruxelles all’Ufficio per gli aiuti umanitari della Commissione europea. Quindi è passata in Francia, al Festival del cinema di Amiens («fa un freddo cane, in quella città, e tutti i soldi se ne andavano per il riscaldamento: dovevo accontentarmi degli avanzi del mercato ortofrutticolo comprati la sera a prezzi di saldo»). Dopodiché è stata per oltre quattro anni presso le scuole di sviluppo personale in Francia, sotto la guida di Bernard Montaud e Paule Salomon e s’è specializzata, soprattutto negli Stati Uniti, in prevenzione dei comportamenti violenti e dei conflitti, programmazione neurolinguistica («la relazione fra ciò che diciamo, il come lo diciamo e gli effetti che suscitiamo»), analisi transazionale («lo studio dei rapporti interpersonali») e altre materie che ai più, me compreso, suonano bislacche. Infine ha cercato di scoprire al Salk Institute di La Jolla, California, quali sono i neuroni che ci fanno uscire dai gangheri. Adesso è docente di comunicazione all’Università di Torino e all’Université Sophia-Antipolis di Nizza-Cannes e tiene seminari sulle comunicazioni interpersonali alla New York University. M’inchino dinnanzi a tanta competenza, ma le mani continuano a prudermi. Tremende le sue statistiche sulle scenate degli italiani. Ma perché dovrei prenderle per buone? «Alla fine dei corsi consegniamo un questionario anonimo. I dati sono stati elaborati su un campione attendibile di 250 persone. E guarda caso hanno trovato conferma in un’indagine analoga pubblicata successivamente dal ”Sole-24 Ore”». Il suo mestiere in che cosa consiste esattamente? «Gestione delle emozioni e delle relazioni. In una parola, comunicazione. Concilio il benessere degli individui con la prosperità delle imprese». Guarisce dalla rabbia? «Non sono una psicoterapeuta. Insegno solo a sfogarla nel modo giusto. Se scarico la mia rabbia su di lei, lei la somatizza e s’ammala oppure s’arrabbia a sua volta. Quindi prima o poi la rabbia mi torna indietro. il gioco del cerino: alla fine qualcuno che si scotta ci sarà sempre. Se lei mi dà uno schiaffo, io glielo restituisco perché non sono Gesù. Lo posso fare fisicamente o indirettamente, mettendo in giro voci malevole sul suo conto». Che danni provoca un collerico in azienda? «Enormi. Nessuno è invogliato a collaborare con lui. Se ha una funzione di responsabilità, i sottoposti perdono la motivazione al lavoro e non vedono l’ora di cambiare capo oppure ditta». Com’è valutato un dirigente iracondo dalla proprietà che lo ha nominato? Come uno che ha le palle o come uno che turba la quiete pubblica? «Come uno che fa perdere tempo. Creando tensioni, attaccandosi ai cavilli, egli costringe l’impresa a rifocalizzare di continuo i propri obiettivi. La produzione ne soffre». Fa differenza se ad arrabbiarsi è un dirigente o un impiegato? «Mica tanto. Pensi a un call center nel quale un centralinista con la luna storta risponda sgarbatamente alle persone che telefonano. In questo caso le bizze dell’ultimo dei dipendenti arrecano molto più danno delle sfuriate del megadirettore galattico». Che cosa rischia un manager che strapazza gli impiegati? «Di rimanere solo. E una denuncia per bossing. Che è il corrispettivo, nella scala gerarchica, del mobbing, cioè l’atteggiamento vessatorio esercitato con violenze psicologiche tra colleghi». Come nasce un alterco? «Nel comportamento due più due non fa quattro. Non ci sono leggi, ci si può basare solo su esperimenti. Secondo la teoria del professor Philip Zimbardo, docente alla Standford University, per ogni comportamento che io soggettivamente percepisco come negativo, devo poi trovarne almeno altri sette di positivi per mantenere l’equilibrio mentale. Trent’anni fa Zimbardo fece costruire presso l’Università di Palo Alto, in California, un finto carcere dotato di telecamere e vi rinchiuse 24 studenti volontari risultati ”normali” dopo approfonditi test. Lo scopo dell’esperimento era di valutare le reazioni nei confronti dell’autorità. Fu dimostrato che gli antagonismi nascono dai ruoli che le persone occupano e dal potere che gestiscono. Nel litigio l’emotività sale, si perde la lucidità, nessuno torna sui propri passi perché subentra l’orgoglio. Il partito preso è sostenuto dalla superproduzione di adrenalina, che è l’ormone dell’aggressività. Quindi un fatto biologico, non di volontà. Il cervello percepisce più la fisicità che le intenzioni reali. A pesare molto sono perciò il tono di voce, gli atteggiamenti e le frasi killer». Per esempio? «In ufficio: sei pagato per lavorare e non per pensare. Tra coniugi: sei proprio uguale a tua madre. Con i figli: è inutile che ti sforzi, non ce la fai. Con tutti: parla, parla, tanto non ti ascolto». Come se ne esce? «Usando un linguaggio moderato. Evitando le parolacce. Mettendosi nei panni dell’altro. Lasciandogli finire il discorso anche se non ci convince. Verificando, con delle domande, d’aver capito bene il suo pensiero prima di dirgli che non si è d’accordo. Criticando i fatti, mai la persona. Chiedendosi: per che cosa mi sto arrabbiando? ne vale la pena? Prendendosi una pausa nei momenti critici, per esempio andando in bagno». L’ultimo consiglio mi pare difficile da seguire se si è bloccati nel traffico. «Dimenticavo: evitando di recarsi al lavoro in auto se il viaggio è fonte di ansietà. Da un rapporto del Censis per l’Aci risulta che gli italiani per i quali la guida della propria auto era un piacere sono diminuiti di 13 punti percentuali nell’arco di cinque anni: 22 per cento nel 1995 contro il 9 per cento nel 2000. E nel 2000 circa 5 italiani su 10 sono stati costretti a modificare la propria agenda a causa del traffico caotico, mentre nel 1995 solo 2 su 10 erano obbligati a farlo. Ci si sta accorgendo che è meglio uscire di casa al mattino un’ora prima se la levataccia ha il vantaggio di farci arrivare in ufficio sereni. Idem la sera: che senso ha staccare alle 18 per poi restare imbottigliati un’ora nell’ingorgo con le bave alla bocca? Meglio staccare alle 19, quando le strade sono sgombre: si arriva a casa alla stessa ora, più rilassati e consapevoli d’aver potuto sbrigare qualche altra incombenza». Quanto dura un corso antirabbia? «Sei giornate distribuite nell’arco di tre mesi». In che modo vengono selezionati i manager e i dipendenti più incazzosi? «Non c’è selezione. L’invito è aperto a tutti. Perché il corso fa bene a tutti». Non si offendono? come dargli una patente di inaffidabilità. «Non sono persone da rieducare. gente che vuole solo migliorare. Se vengo a ”il Giornale” vi istruisco tutti, a tappeto, e alla fine mi ringraziate pure». Come si svolgono le lezioni? «Sono interattive. Si fanno giochi di ruolo e di gruppo. A lei farei interpretare il collega incazzoso». Perfetto. «I partecipanti si raccontano quello che gli dà più fastidio». Tipo alcolisti anonimi. «Non c’entra niente. Stiamo parlando di situazioni completamente diverse». Mi risulta che queste baruffe vengano filmate. «Certo. E poi rivediamo insieme la videocassetta. Restano sconvolti nel sentire la loro voce che diventa stridula, nel vedere le vene del collo che si gonfiano, la bocca che si contrae in una smorfia. ”Ma quello non sono io!”, si difendono». Mi fa vedere qualche cassetta? «Impossibile. Alla fine del corso vengono distrutte». Ridendo e scherzando, non è che passano alle vie di fatto? «Anche questo è impossibile». Perché? «Quando il gruppo va in dinamica...». Per favore... «...eh lo so, si dice così, uno di noi interviene con la formula: ”Ciak, foto”. E si esamina la dinamica della rabbia. Che per sua natura è sempre in movimento». Non si ferma mai? «No, fino a quando uno vince e l’altro perde o entrambi hanno esaurito le energie». Che cosa ha fatto per Terapia d’urto? «Con George Anderson ho suggerito gli esercizi da introdurre nel film. Quando il dottor Buddy Rydell impersonato da Nicholson dice ”gus fraba”, un’espressione esquimese che significa ”sta’ tranquillo”, quello è l’equivalente di ”ciak foto”. Si chiama parola ancoraggio». Chi è George Anderson? «Un trainer comportamentale. Un guru, nel suo campo. Vive a Los Angeles. L’ho conosciuto attraverso Internet. Abbiamo un accordo per lo scambio di dati e informazioni. Spesso vado a tenere corsi per la Anderson & Anderson". Ricorda la prima arrabbiatura della sua vita? «Perfettamente. Terza elementare. Maestra malata. Entra la supplente. Noi alunni in piedi. La prima cosa che ha fatto è stata darmi uno schiaffo in testa. Una stronza». Mi pare che non le sia ancora passata. «Avrei voluto chiederle: perché mi fa questo? Ma i bambini non dovevano parlare e lei comunque non li avrebbe ascoltati. A 25 anni di distanza mi ricordo ancora nome e cognome. una strega». E l’ultima volta che s’è arrabbiata? «Stamattina. Con mia sorella Marzia. Per colpa sua». Di sua sorella? «No, sua di lei. Non credevo che i giornalisti fossero tanto puntuali. Perso il treno, ho chiesto a mia sorella di prestarmi la sua auto. Alla fine me l’ha prestata. Ma facendomelo pesare. Insopportabile». In quanto tempo le passa? «Se riesco a esplicitarla, subito». Come fa? «Dico all’interlocutore: mi sto alterando per questo motivo, vogliamo trovare una soluzione che vada bene a entrambi?». Chi la fa più arrabbiare? «Coloro che negano l’evidenza anche quando gli sbatti dei dati incontrovertibili sotto il naso». Ci sono persone con le quali è costantemente in urto? «No». Fortunata. «Coerente. Altrimenti non sarei credibile. Devo essere la prima ad andare d’accordo con gli altri. Come tutti qui dentro. E siamo in dieci...». Non litigate mai? «Sì, certo, cavolo se litighiamo! Però poi mettiamo in atto le nostre tecniche per risolvere i conflitti ed evitare che si ripetano». Perché siamo tutti così irascibili? «Troppe cose da fare. Stress. Traffico. Rumore. Ma soprattutto eccesso di stimoli. Si calcola che l’italiano medio, rispetto a un secolo fa, oggi sia bombardato da 63mila stimoli in più». Che genere di stimoli? «Sonori, visivi, informativi. Tutto accade in tempo reale. C’è un attentato dall’altra parte del globo e dopo due minuti già lo sai. Questo provoca continue reazioni emotive. Quando l’occhio non vedeva, il cuore non doleva. Anche l’allerta permanente per gli attentati terroristici è nefasta. Più siamo vulnerabili e più ci arrabbiamo». Il conte Giovanni Nuvoletti, maestro di buone maniere, mi ha detto che alla base dell’arte di convivere c’è sempre una componente di onesta ipocrisia. «L’ipocrisia fa venire l’ulcera. Comunque è vero che stiamo assistendo a un diffuso deterioramento delle convenzioni sociali e della buona educazione, il cui risultato è l’affermarsi di una cultura della volgarità». Franco Tatò, il manager che ha risanato molti grandi gruppi, diffida di quelli che sul lavoro non si lasciano mai travolgere da un sano scoppio di collera. «La rabbia, come i veleni, fa benissimo in dosi controllate», sostiene. «Esatto. Dosi controllate. Infatti io non faccio corsi per reprimerla ma solo per insegnare a non riversarla sugli altri. Del resto già nel ’600 lo storico inglese Thomas Fuller, che ci ha lasciato parecchie opere di morale, osservava che la rabbia è uno dei membri dell’anima: chi non ne è capace ha una mente mutilata». «La rabbia è una virtù, non un vizio», assicura lo psicologo Luciano Di Gregorio in Lo psicanalista tascabile pubblicato dallo stesso editore di Terapia d’urto. «Non è né una virtù né un vizio. un’emozione che fa parte del comportamento genetico. Più alto è il livello del testosterone, guarda caso l’ormone sessuale mascolinizzante maggiormente attivo, e più facile è per l’amigdala cerebrale rilasciare nel sangue la dose ormonale che scatena l’aggressività». Dunque non c’entra la volontà. «C’entra eccome. Sappia che se m’impongo di sorridere pur non avendo nessuna voglia di farlo, il mio cervello già produce serotonina, l’ormone delle emozioni positive». « stato più forte di me», si giustifica il collerico. Che ricorda un po’ il visconte di Valmont delle Relazioni pericolose tutte le volte che incontrava una bella donna: «Trascende ogni mio controllo». Dura guarirli. «Sì, è dura. Ma è come dire: non sono portata per le lingue. Magari non diventerò una traduttrice famosa al pari di Fernanda Pivano, però fino ad ”I am”, io sono, ci arrivo. Dunque più onesto sarebbe dire: non ne ho voglia». Ma la rabbia non è forse il mezzo con cui una persona notifica ai suoi simili che non intende diventare una vittima? Una volta si parlava di «giusta rabbia». «Se ne parla ancora. Nel film Terapia d’urto il bizzarro dottor Rydell sottopone il suo paziente a un crudele esperimento: lo fa molestare da un travestito in un sobborgo malfamato di New York. Al che Dave, il protagonista, urla talmente forte da interrompere la scena. Esprimere la sua rabbia gli ha risparmiato un’esperienza negativa. Giovanni, 34 anni, manager di una multinazionale, viaggia spesso per lavoro. Ritardi dei voli e coincidenze perse sono all’ordine del giorno. Ci ha fatto il callo, tanto da non prendersela più. Ma da quando ha smesso di arrabbiarsi, ha notato che il personale di terra e le hostess lo snobbano, preferendo dedicarsi ai clienti che sbraitano. Per cui finge d’essere adiratissimo e così ottiene attenzione. Ecco un altro caso di giusta rabbia tenuta sotto controllo». un fatto che sul posto di lavoro i dipendenti capaci di mostrare i denti sono più temuti e rispettati dai capi di coloro che subiscono passivamente. «Tra lo zerbino e il mostro, c’è un punto di equilibrio. La repressione di una sana indignazione può avere gravi conseguenze sul cuore e condurre a lunghi periodi di depressione. Ma la rabbia che provochiamo negli altri, alla fine, ricade in parte su noi stessi sotto forma di aritmie, gastriti, ulcere, ipertensione, insonnia, ansia, impotenza. Tutte malattie psicosomatiche di cui soffrono gli oltre 15 milioni di rabbiosi d’Italia». Però anche Gesù entrò come una furia nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere, rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe. «Grandissimo comunicatore. Mi è molto caro per il suo modo di relazionarsi con gli altri. Sapeva toccare tutte le corde dell’animo umano. Usava il ragionamento. Ti dava una mano a uscire dalle emozioni negative». Quanto incidono sull’accresciuta litigiosità nazionale le baruffe nei salotti televisivi? «Lo svedese Lennart Levi, docente di medicina psicosociale del Karolinska Institute di Stoccolma, nel ’72 fece un test, ripetuto quest’anno dall’Università del Michigan con risultati identici. Monitorò un gruppo di persone che guardavano scene aggressive in Tv. Ebbene, il solo assistere a quelle scene produceva negli astanti alterazioni fisiologiche considerevoli. Sono i nuovi giochi gladiatori per il popolino. Un pessimo spettacolo». Stefano Lorenzetto