Dario Cresto-Dina la Repubblica, 21/01/2004, 21 gennaio 2004
Per cambiare il destino dell’Inter Moratti sceglie l’harakiri, la Repubblica, 21/01/2004 Milano
Per cambiare il destino dell’Inter Moratti sceglie l’harakiri, la Repubblica, 21/01/2004 Milano. Massimo Moratti è un milanese gentile e elegante di 58 anni che di mestiere fa l’industriale petrolifero, che appende alla finestra di casa la bandiera della pace, che dà soldi a Gino Strada, agli immigrati, ai senzatetto, agli ammalati, ai poveri e all’Inter. Da lunedì sera dell’Inter è anche l’ex presidente. Non potendo più licenziare nessuno, Massimo Moratti ha licenziato se stesso. un caso raro nel calcio italiano, difficilmente farà scuola ed è un peccato. Lui spera sia un’automedicazione, una terapia capace di guarire da un destino bastardo la squadra che fu di suo padre e che lui vorrebbe diventasse un giorno dei suoi figli. Dice di non sentirsi colpevole, ma responsabile sì, perché un presidente quando le cose non vanno come dovrebbero andare deve pagare per tutti. Presidente Massimo Moratti, perché l’ha fatto? «Perché? Lei mi chiede ancora perché... Eppure mi sembra ovvio, la mia decisione è collegata alla partita di domenica, al pubblico, a tutto». Lei ha vinto una Coppa Uefa, 1998, allenatore Gigi Simoni. Troppo poco? «Non si poteva andare avanti su questa strada di perdenti. Durante la mia presidenza ho cambiato tutto: i dirigenti, gli allenatori, i giocatori. Non è servito a nulla. L’altra sera ho pensato fosse giunto il momento di cambiare anche il presidente. Magari, senza di me, e con Facchetti al mio posto, riusciamo a fare meno guai. Spero davvero sia così per l’Inter e per i suoi tifosi». I samurai sostenevano che qualsiasi decisione, anche la più grave, va presa nello spazio di sette respiri. Lei quanto ci ha messo a fare harakiri? «Una notte». Dopo come si è sentito? «Dispiaciuto. E con tante cose da fare». Solo questo? «Mi sento più libero dopo tutti questi anni bellissimi, sfortunati, pesanti. Ho l’impressione di avere le idee più chiare per il lavoro che continuerò a fare all’Inter e fuori. Avevo ogni giorno i fucili puntati addosso, il confronto continuo con la stampa, la gente che voleva giudicare ogni cosa che fai, ogni cosa che decidi, che vuole sempre il massimo. Basta». Sua moglie Milly dice che le dimissioni sono state una scelta che in famiglia ha provocato un dolore profondo. è così anche per lei? «Milly è una donna che non si arrende mai. è addolorata per me. E i miei figli volevano condividere assieme al padre l’impegno di guidare una grande società di calcio. Adesso e in futuro. Li capisco. Chiedo loro scusa. Io però non provo dolore. Non c’è distacco in questa mia scelta. Resto proprietario della società, continuerò a investire per l’Inter, continuerò ad andare allo stadio». I soldi, appunto. Si mormora che suo fratello Gianmarco le abbia imposto un altolà. «Tutto falso. Nell’Inter non ho mai messo un solo euro dell’impresa di famiglia. Il denaro speso è tutto mio. Gianmarco è dispiaciuto per le mie dimissioni. Sono stufo di leggere cose non vere sull’Inter e su di me. Non ho mai confuso i ruoli, le responsabilità. Non tollero sospetti su questo argomento». Se ne è andato anche Tronchetti Provera. «Si è dimesso per solidarietà nei miei confronti, non credo che il presidente della Pirelli si sia pentito di essere stato al mio fianco in questa avventura. Il suo è stato un segno di amicizia, ha capito le mie ragioni. Marco è stato un azionista molto generoso e come lui la famiglia Giulini». Gino Strada, che è un suo amico, dice che qualcuno all’interno della società nerazzurra le ha remato contro, che l’hanno costretta a farsi da parte. «Forse a Gino non tutti stanno simpatici qui da noi. In ogni gruppo ci sono gelosie, incomprensioni, cose così... Ma lui sa guardarmi dentro, ora è lontano, ma quando ci incontreremo a cena capirà al volo». Allora chi è l’assassino in questa storia? «Qui non ci sono assassini. Il presidente di una squadra di calcio è responsabile in toto dei risultati economici e di quelli sportivi. Non è uno che sta alla finestra a guardare l’oceano. Le dico la verità: la situazione stava diventando troppo complicata». Me la descriva, dal suo punto di vista naturalmente. «Sono complicati i risultati della squadra, la posizione in classifica, un altro scudetto che se ne va, la sconfortante partita di domenica con l’Empoli a San Siro, lo scoramento e l’esasperazione dei tifosi. Domenica sera mi sono detto: ”Massimo, hanno ragione loro. è il momento di andarsene”. L’ho fatto, spero sia uno choc salutare per tutti». Per tutti chi? «Per i dirigenti, per lo staff tecnico, per i giocatori». Parliamo di Vieri, per esempio. «No, non parliamo di Vieri. Che c’entra lui in questa vicenda?». I giocatori l’hanno delusa oppure no? «Ci sono abituato a queste delusioni. Ho letto in questi anni che avrei tenuto giocatori che dovevo vendere e venduto giocatori che dovevo tenere. Il calcio non è mai una certezza. Per noi è stato così e così è anche per gli altri». Restiamo in argomento. Nostalgia di Cuper? «Già risposto. Cuper è un grand’uomo». E dalla prossima stagione già si ipotizza Roberto Mancini sulla panchina di Zaccheroni? «Ma mi faccia il piacere. Zaccheroni resterà. Abbiamo fatto un progetto con lui, cosa vuole che andiamo a cercare un altro. Gliel’ho detto: con Facchetti mi auguro ci sia meno confusione. Ha la stima di tutti, sono pronto a scommettere che Giacinto farà bene». Meglio di Moratti? «Guardi che io di qui in avanti forse sarò ancora più utile all’Inter. Con il passare delle ore sono sempre più convinto di aver fatto la cosa giusta, l’intervento chirurgico necessario a rimettere in corsa la società. Ho ancora voglia di vincere, mi creda». Perché finora non c’è riuscito? «Non lo so. Se lo sa lei me lo dica, così evitiamo altri guai». Presidente, lei si dimise anche nel ’99. Poi ci ripensò. Può accadere di nuovo? «Questa volta non ci saranno dietrofront. Cinque anni fa la situazione era molto differente. Avevamo cambiato diversi allenatori (da Simoni a Lucescu, da Lucescu a Castellini, da Castellini a Hodgson per arrivare infine a Lippi, ndr). Per il clima che si era creato mi sembrò giusto sfidare il vento. Poi tornai indietro. Non capiterà più». La Milano nerazzurra è abituata alle sconfitte, ma non perdona il tradimento dei suoi martiri. Ha pensato a questo? «Tranquillizzi Milano. Non l’abbandono. Non è il caso di fare drammi. Non ho mica venduto l’Inter». Ma la voglia c’è, presidente? «La voglia ci può essere in tutti. Mi porti il presidente di una società di calcio che non sia stato sfiorato prima o poi dall’dea di vendere. Comunque, io non vendo. Anzi, penso già al domani». Lunedì pomeriggio durante il consiglio di amministrazione un po’ si è commosso? «No. Mi ero preparato la mattina. Niente scene. Dovevo convincere anche gli altri, ci mancava ancora che mi mettessi a piangere». Risponda ancora una volta: perché l’ha fatto? «L’ho detto in Consiglio. Era il momento di fare il passo. Non so quanto possa essere spessa la pelle della gente. La mia, evidentemente, non lo è stata abbastanza». Dario Cresto-Dina