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 2004  gennaio 15 Giovedì calendario

Quando Tanzi non amava Gei-Ar perché faceva soldi fregando il prossimo, la Repubblica, 15/01/2004 Com’era Calisto Tanzi nei giorni dello splendore? Mi capitò di parlargli a lungo nel gennaio 1987, diciassette anni fa

Quando Tanzi non amava Gei-Ar perché faceva soldi fregando il prossimo, la Repubblica, 15/01/2004 Com’era Calisto Tanzi nei giorni dello splendore? Mi capitò di parlargli a lungo nel gennaio 1987, diciassette anni fa. Per un’intervista destinata a ”Repubblica”, che aveva per innesco la voglia del padrone di Parmalat di farsi una sua tivù, comprando da Silvio Berlusconi la Retequattro. [...] Dietro i vetri dello studio di Tanzi c’era un prete. Un bel prete. Anzi, un bel vescovo. Di quelli ancora giovani che, nei telefilm, fanno impazzire le donne, però resistono, resistono. [...] A quel tempo, Tanzi, 48 anni, mi apparve così. Anche la voce era chiesastica: le parole avvolte in un soffio e pronunciate con decisione soave. Persino l’ufficio, il cuore di Parmalat, ricordava una cappella. Luci attenuate. Scrivania in legno lunga e stretta, come certi altari d’oggi. Pareti spoglie, a parte tre quadri naïf, belli e tetri. E un crocefisso proprio sopra la porta. Una messinscena? Ma no, mi avevano garantito a Parma. Calisto è proprio così: un solitario, l’opposto del bagolone, un tipo che non si concede a una città troppo godereccia. «Sì, lui si concede soltanto a De Mita...». «è vero» ammise Tanzi. «Non vado per salotti. Non faccio vita mondana. Quanto a De Mita, è un amico, lo stimo. Ma da questo a sostenere che mi concedo soltanto a lui, via!, è una favola, nient’altro». Esaurito il soffio, riprese a fissarmi. Silenzioso. Guardingo. Un po’ sulle spine, ma ormai rassegnato al nostro colloquio. Ciriaco De Mita era segretario della Dc da 5 anni. Un vero potente, un carro armato rispetto a Berlusconi. «Già, com’è questo Berlusca quando tratta gli affari?», domandai. Tanzi cominciò a riflettere, le mani giunte sotto il mento. Chiuse gli occhi. Li riaprì. Sospirò. Mi fissò angustiato. Poi soffiò: «Lui parla molto. E io l’ascolto». «Tutto qui?» ribattei, «Si sforzi, Tanzi!». Calisto si sforzò: «Berlusconi è simpatico. Cordiale. Estroverso. Io sono un introverso. E cerco d’essere spiccio. A volte, nel trattare gli affari si dicono otto parole quando ne bastano due. Io ne dico una e mezza». «C’è qualcosa in comune tra lei e Silvio?». Calisto s’immerse in un silenzio interminabile ed enigmatico. Poi sospirò e rispose: «Mah!». «Che significa mah?». «Vuol dire mah! Forse l’unico tratto in comune è che siamo entrambi imprenditori ancora abbastanza giovani. E che ciascuno ha fatto la sua strada. Lui più di me». Il vescovo di Parmalat mi guatò angosciato: «Dobbiamo parlare ancora di Berlusconi?». «Sì. Qual è il tratto del Cavaliere che la spaventa di più?». Calisto si mise a frugare nella memoria, poi soffiò: «Bah, che ogni tanto cambia idea. Dice una cosa, poi il suo opposto. La trattativa per Retequattro s’è interrotta una settimana fa su cose attorno alle quali eravamo già d’accordo...». Osservai: «Forse Sua Emittenza avrà pensato ai debiti della Fincom, la vostra finanziaria che opera nel settore televisivo...». Calisto mi regalò un battito di ciglia: «Ma no! La Fincom è una mela sana. I suoi debiti sono quelli normali. Il dissenso tra noi è un altro. Noi vogliamo libertà di programmazione per Retequattro, se diventa nostra. Berlusconi è un po’ più rigido». «Rigido in che senso?», indagai. Tanzi si tappò la bocca. Allora provai a rispondere io: «Lei vuole comprare i programmi dove le pare. Berlusconi insiste che per cinque anni li dovete acquistare soltanto da lui. così?». Calisto, sofferente, ammise: «Sì, più o meno le cose stanno così». «Mi faccia capire meglio, signor Calisto» lo pregai. La sua voce rimase un sussurro, ma le parole gli vennero nette: «Vede, i programmi tivù diffondono un modello di vita. Vorrei che i miei diffondessero quello in cui credo: centrato sul bene, non sul male. Facile vedere negli altri il male, piuttosto che il bene. Diciamo sempre: quello sbaglia! Sì, ma chissà anche quante cose buone ha fatto e continua a fare. Così che intendo la vita, quella famigliare e sociale». «Insomma, lei vuole fare una Telebontà. Ma il bene non fa notizia: l’aveva già detto, con rammarico, Aldo Moro...». Calisto si strinse nelle spalle: «Io vorrei provarci. Sono cattolico. E spero, ardentemente, di essere un cattolico vero. A me interessa il bene». «Solo il bene? E il profitto, allora? Non sempre vanno d’accordo, caro Tanzi». Calisto giunse ancora le mani, meditando, poi mormorò: «Certo, quando uno fa l’imprenditore, il profitto va conseguito. Ma non a danno dei valori che contano. E aggiungo che una vera industria, teoricamente, dovrebbe essere di tutti». «Questa è un’idea socialista o evangelica» replicai. Calisto, prontissimo, rispose: «Diciamo evangelica. Bisogna reinvestire il più possibile i profitti, farne partecipi gli altri, non asciugarli in capricci personali. Alla Parmalat abbiamo sempre reinvestito tutto. Ed è nostra intenzione continuare a farlo. O, almeno, è la mia intenzione...». Lo interruppi: «Ma la sua Parmalat va bene o no? Sento tante voci, che lei vorrebbe vendere». Calisto sospirò un po’ più forte: «Storie. Ho ricevuto molte richieste d’acquisto, ma non ho nessuna intenzione di vendere. Tutti i nostri investimenti fissi sono stati pagati. Se chiudo domattina, resto con tutti gli immobili e gli impianti, e nessuna lira di debito. Posso andar male? Penso di no. C’è una campagna denigratoria contro di noi. Da parte di chi? Non lo so. E non voglio saperlo. Se uno parla così di noi, vuol dire che è cattivo. Ma io, nel prossimo, voglio trovare il bene, non il male». «D’accordo. Allora torniamo a questa Telebontà che lei vuole costruire...». Calisto si rallegrò e il soffio divenne più corposo: «Per farmi capire, le offro un esempio negativo: a me ”Dinasty” o ”Dallas” non piacciono per niente. Sono trame diseducative. Dove la gente tira a diventare ricca fregando il prossimo, mentre uno deve far denaro per aiutare gli altri. Insomma, Gei-Ar è un personaggio diseducativo. Io non lo posso soffrire. Vorrei trovare un creativo che mi aiutasse a fare un ”Dallas” al contrario. Capace di raccontare le storie di gente che si prodiga per gli altri». Lo considerai dubbioso. Poi gli chiesi: «E quali film manderebbe in onda su Telebontà?». Calisto ci pensò su, poi elencò: «Per esempio, I ragazzi della via Paal. O La città dei ragazzi con Spencer Tracy. O Walt Disney, che fa sempre emergere un discorso positivo. Ricordo anche una pellicola con Bud Spencer e Terence Hill: erano due religiosi che picchiavano un po’ duro, ma alla fine il perdente era il Gei-Ar di turno. E porterei in tivù personaggi come padre Eligio, Muccioli, don Picchi, uomini che si battono contro la droga. Oggi invece la tivù statale e quella privata fanno vedere cose sconce, volgari. Sono scandalizzato. Mi indigno!». «E per il telegiornale?». Lui rispose, pronto: «Niente notizie dimezzate. Niente scoop. Cercare il bene e non il male nella cronaca del mondo. Lei mi chiede: e la difesa degli interessi di Tanzi, ci sarà anche quella? La mia risposta è no. Voglio soltanto un discorso onesto, obiettivo. Se tu fai il tuo mestiere con onestà e intenti puliti, fai anche il tuo interesse d’azienda». Gli obiettai: «Qualche cattivo dirà che il tg di Tanzi curerà soprattutto gli interessi della Dc e del suo amico De Mita». Calisto mi guatò, rammaricato: «Glielo smentisco. Ma lei non mi crederà perché io sono democristiano da sempre. Lo sono perché la Dc è il partito che s’ avvicina di più al mio modo di vivere. Quanto a De Mita, sì, è un amico. Gli voglio bene. Ha un grande fiuto politico. E poi è chiaro. Sì, chiaro. Facevo più fatica a capire Moro. De Mita, invece, lo capisco sempre, perché esprime con chiarezza le cose che vorrebbe accadessero». «Avrà un difetto, De Mita, o no?». «Mah. Forse quello di essere abbastanza timido. Così, al primo impatto, sembra scostante e quasi antipatico. Da questo punto di vista non è Giulio Andreotti, che ci sa più fare, è più accattivante. E poi in tivù Andreotti è molto, molto bravo, sprigiona una simpatia notevolissima. E quando dà giudizi sulle persone, li dà in positivo». «Signor Tanzi, dai Ragazzi della via Paal ad Andreotti, c’è un bel salto, non le pare?». Calisto mi guardò con addolorata sorpresa: «Ma perché mi dice questo? Andreotti ha un’immagine e una stampa che non corrispondono alle sue qualità morali. A sentire voi giornalisti, il Grande Vecchio è lui! Ed è lui che ha avvelenato Sindona! Ma se fosse così, sarebbe il diavolo in persona! Invece no. Ha una vita privata specchiata. Ama la famiglia. un marito perfetto». «Ci sono uomini di un cinismo efferato, che in casa sono angeli, signor Tanzi...». Calisto sbuffò con mitezza: «In alcuni casi può darsi. Non c’è solo la famiglia. Ci sono altri valori. Però se uno ha rispetto per sé, per la moglie, per i figli, difficilmente è un malvagio. Perché, quando guarda in faccia i suoi di casa, l’occhio deve essere limpido». Quel giorno, l’occhio di Calisto mi sembrò super-limpido, mansueto, da uomo refrattario alle bugie. [...] Giampaolo Pansa Che altro domandargli? Già, c’ era la storia dell’aereo di Parmalat che aveva portato da Gheddafi, di nascosto, l’ambasciatore americano in Vaticano, William Wilson. Come mai? Calisto, sempre più cerbiattoso, mi concesse un ultimo soffio: «Wilson è un mio caro amico personale. Ogni tanto mi chiedeva in prestito l’aereo della ditta. Dove andasse erano affari suoi. Era maggiorenne. Era vaccinato. Era ambasciatore. Per di più ambasciatore presso il Santo Padre. Non osavo neanche chiedergli dove andava con il nostro aereo! Certo che non osavo! Lei avrebbe osato? Mi dica, su, mi dica: lei avrebbe avuto quel coraggio?».