Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2004  gennaio 16 Venerdì calendario

Confalonieri, il Cav. e una licenza concessa al genio: «Dire puttanate», Corriere della Sera, 16/01/2004 Il momento, ecco

Confalonieri, il Cav. e una licenza concessa al genio: «Dire puttanate», Corriere della Sera, 16/01/2004 Il momento, ecco. Il momento in cui capì che stavano entrando in guerra, Fedele Confalonieri lo colloca di notte. Una notte d’agosto, ad Arcore, anno 1993. Notte di confessioni, di paure che affioravano, notte di silenzi. Fu in quella notte lì che il gemello di Silvio Berlusconi cominciò a immaginare come sarebbe cambiata la sua vita: «Eravamo ad Arcore, in agosto, con Brancher in galera. Sarebbe uscito tre mesi dopo e intanto l’avevano messo dentro perché avevamo fatto pubblicità negli stand del Psi... Roba così. A me per cose analoghe m’han prosciolto: lui s’è fatto tre mesi. Quella notte, per la prima volta, il Cavaliere fece capire di aver maturato l’idea. Provai un’angoscia netta. Pensavo: ”Ci abbiamo già uno in galera. Se Silvio fa un partito, ci massacrano”. Infatti: nel ’94, nel ’95 c’è stata l’ira di Dio». Dieci anni dopo? «Non è cambiato nulla: ci sono il blocco della legge Gasparri, l’attacco del Quirinale, la contrapposizione degli editori. Direi di più: il successo di Berlusconi ha perfino incattivito gli altri. Mi ha fatto effetto, l’altro giorno, vedere l’ex presidente della Repubblica che abbracciava quella taroccata di testimone...» . Taroccata? «Ma, sì, l’Ariosto». Lei è un affabile duro. Come convive un duro con l’angoscia di quella notte, agosto 1993? «Io non credevo che Silvio ce la facesse. Nella discesa in campo non ho alcun merito. Il merito spetta a Dell’Utri, a Codignoni, a Urbani, a Paolo Del Debbio, a Ferrara. Io ero scettico... Pensando a una sconfitta, mi preparavo alla reazione dei vincitori. E infatti quella reazione c’è stata, nel ’95. Il resistere, resistere, resistere, Borrelli l’ha pronunciato due anni fa, ma era stato deciso molto tempo prima. E allora: creagli cinquecento ispezioni, venti processi... Dieci anni fa, pensavo: ”Silvio non ce la farà e l’azienda andrà a pallino”. Infatti. Nel ’94, per un’ipotetica evasione fiscale dello 0,6 per cento, il pm Francesco Greco chiese il commissariamento di Publitalia. Significava ammazzarci. Per la Parmalat, che aveva ben altri problemi, l’hanno chiesto solo ora».  vero che lei avrebbe voluto trattare? «Sì. Dicevo: ”Facciamo come hanno sempre fatto tutti”. Intendiamoci: Berlusconi la politica ce l’aveva dentro, da quando era venuto fuori il maggioritario e Urbani gli fece avere uno studio preparato da lui. In quegli anni, come Fininvest Comunicazione, avevamo messo su una piccola cerchia di intellettuali, l’aveva costruita Paolo Del Debbio, c’erano Baget Bozzo, Martino, Urbani, Ricossa, talvolta partecipavano alle riunioni anche il professor Martinelli, il filosofo Umberto Galimberti. Era il nostro piccolo think thank. Mi interessava capire la novità del maggioritario per gestirla, per fare lobby a favore della televisione. Berlusconi invece vide una cosa diversa. Distrutta la Dc, distrutto il Psi... s’è mosso lui. Sapeva di esser bravo e allora: perché no? L’idea era: ”Non c’è nessuno, vado io”. Se Napoleone fosse vissuto ai nostri tempi, sarebbe stato un imprenditore». E lei? «Io litigavo. Discutevamo e tanto. Del resto, non so se è il caso di dirlo... Insomma, quando Tatò è diventato amministratore delegato della Fininvest e Berlusconi era ancora presidente, beh, io per qualche mese sono stato messo in ombra. Sia Dell’Utri che io avremmo potuto prendere il posto di Berlusconi. Invece, per un paio di mesi, al suo posto ci fu Tatò. Non dico che Silvio mi abbia fatto pagare l’opposizione, eh... Ma oggi capisco la sua reazione: in quel momento ci voleva unità d’intenti. Da noi, del resto, il metodo è sempre stato quello: si discute fino a sfinirsi. Poi, una volta presa la decisione, non si discute più». Fu la vittoria e poi l’immediata disfatta. «Berlusconi ci ha sofferto. Non ha mai capito che in politica il tradimento non c’è, non esiste. In politica si chiama furbizia. Dopo, per noi, è cominciata la difesa dell’azienda, la battaglia contro il referendum che voleva toglierci le tv. Vinto, eh: 56 a 44. Da lì partì la preparazione per l’ingresso in Borsa, un’operazione in cui tecnicamente il merito spetta a uno solo: Aldo Livolsi, un uomo raro, di grandissima capacità. Poi, nel ’96, D’Alema è venuto in Fininvest, l’ha riconosciuta come patrimonio del Paese. Col governo di centrodestra, invece, abbiamo perso Rete 4». Dà per scontato che Rete 4 chiuderà? «Insomma... C’è stato quel decreto che ha rinviato l’esecuzione, ma se non si mettono d’accordo questi qui... Non è facile. Uno c’ha il latte, uno c’ha il male assoluto del fascismo, l’altro è un democristiano...». Se non votasse Forza Italia, per chi voterebbe? Sorride: «Vado a cercarmi guai... Voterei per Bossi. Ha le sue rozzezze, ma l’essenza del nuovo oggi si annusa lì». E nel ’95-’96 chi vi ha dato una mano? La Bicamerale, le banche... C’è stato un momento in cui la Standa, che allora era vostra, non pagava i fornitori. «Avevamo problemi di liquidità, ma anche talmente tanta roba che problemi veri non ce ne sono mai stati. Tant’è vero che, quando siamo andati in Borsa, la reazione è stata buona... Quando Berlusconi diceva che avrebbe potuto comprare una Standa l’anno, era un po’ una bausciata, ma mica tanto, poi... La Standa è diventata una zavorra dopo, ma all’inizio no. Dell’Utri aveva coniato uno slogan: ”Il prodotto non è sul bancone, se non è in televisione”. Le aziende erano contemporaneamente clienti di Publitalia e fornitrici della Standa: una trovata, no?». Berlusconi però era indebitato. «Questa è la controleggenda: è entrato in politica per salvarsi dai debiti. Fa parte della demonizzazione di Berlusconi. è la character assassination, il metodo usato contro Clinton al tempo dello scandalo Whitewater. Vuoi dire che Berlusconi non sa governare? Dillo, argomenta. Stessa cosa per i suoi presunti problemi di salute. Quando scendo a Roma, dormo a palazzo Grazioli, nella stanza accanto alla sua: vedo quanto lavora, non va mai a dormire prima delle due. Uno fa una vita così e poi dicono ”è malato”». Anche Prodi ha subìto la sua character assassination. «Ci sono esagerazioni pure dall’altra parte». Il Cavaliere ci mette del suo. Le gaffes in Italia passano, all’estero no. «Stravinskij ha scritto un’enormità: ”C’è più sostanza musicale ne La donna è mobile che in tutta la Trilogia di Wagner”. Se lo dicessi io, sarei un pirla. Mozart pizzicava il sedere delle cameriere... Molte battute di Silvio appartengono alla categoria degli scompensi del genio. Anche il genio può dire puttanate». 2001. Ritorno al potere. Siete diventati i padroni dell’universo, per dirla col Tom Wolfe del Falò delle Vanità. «Noo. Restiamo nel nostro settore: chi potrà mai diventare padrone della Rai? E, poi, il Cavaliere non ha il know-how. Guardi l’Ulivo, ma anche An... Hanno esperienza di partito e alla fine incassano. Padroni d’Italia? Forse questo brivido l’avrà provato qualcuno laggiù, a Roma... Io son sempre stato qui dentro, in azienda. E, poi, ognuno di noi è un po’ Bertoldo, sa. Se c’è il sole, pensa: ”Oh Madonna, domani magari piove”» . Vendetta, tremenda vendetta. è questo che teme se Berlusconi perderà le politiche? «Ci sarà certamente voglia di rivincita, ci sono già i Matteotti mediatici, virtuali, la martire Guzzanti. Quando non ci sarà più Berlusconi, ’sto Paese diventerà tutto un piazzale Loreto». La sua vita è cambiata, rispetto a 10 anni fa? «Certo. Tutto quest’odio attorno ti cambia. Ero una persona aperta, ora si è tutto così incattivito... Per altri versi, certo, è stata una grande esperienza. Misuri la tua forza, puoi sopportare l’avviso di garanzia. Appartengo a una generazione che non sapeva parlare in pubblico, non ce ne fregava niente. Ho imparato... Quando non sai che palla raccontare, dì la verità». Dove sareste se Berlusconi non fosse sceso in politica? «Non lo so. Gli antichi lo chiamavano fato. Berlusconi doveva fare quella roba lì. Io avrei trattato, lui ha detto no. Non è uno che sta lì a sciogliere il nodo gordiano. Lo taglia. Ha fatto così con l’edilizia, con l’editoria. Appoggiava Montanelli quando i sindacati non volevano stampare per lui. C’era un’Italia cattocomunista, anticonsumista e lui l’ha portata a essere filoamericana, consumista. Nel ’73, all’epoca del primo choc petrolifero, c’era gente contenta del ritorno al pauperismo. Berlusconi no: tutti a piedi? Col cavolo: cerchiamo di andare in macchina, magari di averne due. è stato un rivoluzionario, un popolano popolare». Tra dieci anni? «Speriamo di non essere degli emarginati». Ma va là. Proprio lei che in dieci anni è diventato molto più ricco. «Ho 970 mila azioni di Mediaset. Le ho assicurate pochi giorni fa. Poi ho l’appartamento dove vivo e una casa in Liguria: casa, eh, non reggia. Ho comprato un altro appartamento, vorrei trasferirmi lì tra poco. Intendiamoci, mi segno col gomito, come si dice a Milano, segnass cul gumbet. Eccola, l’anima leghista». Niente malattia del mattone? «Ohi, le ville poi bisogna mantenerle». Maria Latella