Francesco Velluzzi La Gazzetta dello Sport, 13/01/2004, 13 gennaio 2004
Ritratto di calciatore vizioso in un interno sardo, La Gazzetta dello Sport, 13/01/2004 Il piccolo condominio è in via la Nurra, quartiere Is Mirrionis
Ritratto di calciatore vizioso in un interno sardo, La Gazzetta dello Sport, 13/01/2004 Il piccolo condominio è in via la Nurra, quartiere Is Mirrionis. Claudia, 22 anni, ci apre la porta, una vera padrona di casa. Prepara il caffè, sistema la cucina, questa morettina che due anni fa ha rischiato di fare il grande passo nello show business dopo l’esperienza a miss Italia. «Fabio arriva, un attimo». Arriva dopo pochi minuti il più trasgressivo e devastante giocatore italiano. La faccia è riposata, il corpo pieno di tatuaggi. «L’ho fatta grossa, stavolta. Ho fatto una cassanata. Ma chiedo perdono, aiuto, non potrei immaginare di trovarmi in un’altra squadra che non sia il Cagliari». Fabio Macellari apre la sfera dei sentimenti, racconta le sue debolezze come mai aveva fatto, ora che è sull’orlo del precipizio e che solo il perdono può levarlo dai guai. Dopo la bravata del fine settimana scorso, il Cagliari lo ha messo fuori rosa. Il presidente Massimo Cellino lo ha aiutato in tutti i modi, lui ha trasgredito, ha disubbidito, ancora una volta e, siccome a tutto c’è un limite, ecco che il Cagliari ha scelto l’intransigenza. Tolleranza zero. Macellari, cosa è successo tra giovedì e venerdì? «Io e Claudia abbiamo litigato, solite stupidate, litigi giovanili. Sono andato via da casa sua, sono tornato ad Assemini, al centro del Cagliari che mi ospita da dicembre. Ma volevo uscire ancora. Ho detto ”vado a bermi un paio di birre” e così sono passato dalla finestra. L’ho fatta grossa, non sono rientrato, sono andato direttamente a casa di Claudia in condizioni pietose, ho mischiato birra, vino, di tutto. Non ero certo in condizioni di allenarmi al pomeriggio ed è sopraggiunta anche un po’ di febbre». E la società non ha perdonato... «Certo che no. Ma adesso voglio in tutti i modi farmi perdonare io la cavolata. Ho già chiesto scusa, ai compagni, al presidente, ai tifosi chiedo adesso di capire, di aiutarmi. In fondo, Cassano lo perdonano sempre, si può perdonare anche Macellari». Sa che si dice a Cagliari? Che lei è ricascato nella droga e che così non può andare avanti... «No, sono solo birre e ritardi. Quella parentesi è chiusa da un pezzo, sono mesi che non tocco più nulla, credetemi, non ci ricasco più, qui con me c’è Claudia, voglio andare avanti con lei». Come ci è finito nella droga, nella cocaina? «A Bologna. Mi feci male al ginocchio. Un brutto infortunio, è lì che ho cominciato a fare qualche cavolata e col Bologna è finita». La cocaina è un brutto vizietto... «A un certo punto non è più un piacere, è un qualcosa che ha a che fare con la tua testa. Vuol dire che qualcosa non va bene, che devi mettere ordine e non ce la fai, altro che piacere... Vuol dire che alla base c’è un problema. Senti che vuoi colmare qualche lacuna e non ce la fai. Magari non ti va bene, e allora non ti basta più niente. Ma lo prometto: non ci ricasco». Chi l’ha aiutata? «Don Carlo, lo scriva, sono andato da lui alcuni mesi fa, una persona eccezionale, mi ha aiutato in un modo incredibile. Devo tutto a lui, al presidente Cellino e anche a due compagni: Delnevo e Albino, stupendi, mi vogliono un bene incredibile, lo percepisco, in questi giorni non mi hanno mai abbandonato, loro e gli altri due amici che stanno fuori dal Cagliari». Nel calcio gira la droga? «Questo non lo posso sapere perché io non ho mai coinvolto calciatori, sicuramente la cocaina può essere smaltita in pochi giorni e magari la domenica sera qualcuno la usa. Ma il mondo del calcio non c’entra nulla». Lei viveva controllato, con i soldi contati, come si può resistere? «Ce la sto facendo, non mi pesa, qui a Cagliari va bene, è un paradiso. Avevo anche smesso di andare in discoteca, di uscire per locali, non me ne fregava più nulla, avevo Claudia, ho Claudia». Dove l’ha incontrata? «In un bar, di suo zio, andai in ospedale per le visite mediche e lei era nel bar. Lei mi disse che aveva sentito parlare di me, malissimo e non si fidava. Le ho confermato che era tutto vero, ma che volevo ricominciare da zero. Le ho detto: ”Dai, Claudia ripartiamo”. Non vorrei stare senza di lei, è una storia importante anche se appena cominciata». E se Macellari da domani perde il calcio? «Il calcio non può, non deve essere tutto. Ci sono altri valori nella vita, io ho investito anche soldi in altre attività, ma amo giocare a pallone. D’estate vado a fare il torneo di beneficenza intitolato a Niccolò Galli con tanti giocatori, Locatelli, Zaccardo, Frara, e scopro il piacere dello sport che, poi, è diventato il mio lavoro. I miei amici veri sono giocatori semisconosciuti. Oltre ai citati del Cagliari, Cavezzi che non gioca più e Pittalis dell’Olbia». E all’Inter e al Bologna? «Non sento più nessuno. A Milano ho comprato una casa, e poi c’è quella santa donna di mia mamma, Enrica. Presto verrà qui, per starmi vicina, come ha sempre fatto». Come immagina il suo futuro dopo il calcio? «Nel calcio. No, per carità, non preoccupatevi. Macellari non farà l’allenatore . Vorrei creare un ponte, un collegamento tra società del Nord e la Sardegna. Amo Cagliari, ma anche un po’ Milano». Torniamo ai vizi: ha venduto la Porsche? «Non sia mai. Quella non si tocca». Come le birre... «Esatto, ma qui a casa di Claudia, dove sono barricato, mangio benissimo, ma non bevo nulla. Lei è una rompiscatole, mi fa storie anche per le sigarette. Io rispondo in sardo, le dico ”eia”, poi continuo, sono un vizioso, inutile negarlo». Ma con tanta voglia di redimersi... «Assolutamente. Non vedo l’ora di parlare col presidente». Francesco Velluzzi