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 2004  gennaio 15 Giovedì calendario

una nemesi dovuta: il latte fu di Guido Ceronetti, La Stampa, 15/01/2004 Fu il Latte. Di Parmalat, in verità, non m’importa nulla

una nemesi dovuta: il latte fu di Guido Ceronetti, La Stampa, 15/01/2004 Fu il Latte. Di Parmalat, in verità, non m’importa nulla. Tutto il clamore che ha suscitato è pura follia. Materia giudiziaria ed economica indegna di suscitare pensiero e allarmare la gente. Gli smisurati uccelli e anfibi preistorici hanno lasciato qua e là le loro immani carcasse: ma che cosa lascerà Parmalat? Neanche un segno di latte versato... Il suo successo nel mondo credo sia dipeso dall’onda di simpatia sonora prodotta dal nome, una sigla che ti ha in pugno subito, e che combinando latte e paesaggio urbano sovrastato dai ricordi di Stendhal e Verdi ha fatto uscire Pluto dai suoi regni inferi con una nota di flauto evidentemente irresistibile per banche, Borse, consumatori. Parmalat... [...] C’è un fiume di latte in tutte le biografie, ma una volta adulti latte, latticino, formaggio, burro, tutto il caseario è meglio abbandonarlo senza rimpianti. Il gelato è un bloccastomaco, tutto il latte è malato fin dal rumine, povere vacche del mondo, lasciatelo perdere, c’è guadagno in salute. [...] Fu il latte. Nutrì la vita, ne bevette Wells durante l’invasione marziana di Londra. Ma è finita, forza alle tette. Rendiamoci conto che insieme alla sua leggenda anche il latte è finito. è business, come il petrolio, che cosa nasconde quella bianchezza da Lava-Più-Bianco? Ne sarebbe un eccellente surrogato il Latte di Soia, leggero, delizioso, ma oggi è fatica trovarlo immune dagli Ogm. [...] Parmalat. L’unico commento filosofico alla faccenda è che un latte che vortica come un toboga in tutti i continenti, miscuglio di globalità sfrenata, diventando colosso economico ha la bancarotta come Nemesi iscritta in ogni strafare, in ogni molecola del suo yogurt magro... Oroscopo di bancarotta un bravo astrologo avrebbe potuto tirarlo già nel 1961, perché il fine delle imprese non è che la crescita indefinita, l’investimento dell’investimento senza fine. Non mi stupirebbe se ci fosse, dietro il pensierino di Bush d’inviare spoppati su Marte, lo zampino sgattigliante di Parmalat. C’è un punto in cui tutti i Colossi Economici convergendo si mescolano, la Beretta farsi yogurt magro, Parmalat finanziare guerriglie di Burundi, Enel comprare tutto il girasole asiatico per farne olio, la Roche essere nei pneumatici Cirio, il sole fermarsi come a Gerico per contemplare con meraviglia il rude accoppiamento di Nissan con la bistecca fiorentina, di Esso con l’industria della fecondazione. Globale, colossale, planetario, eccetera, va compreso come rivelazione dell’essenza della Tecnica, questo il prof. di Friburgo l’aveva, genialmente, compreso, e mi pare un pensiero insorpassato. Latte senza nome né luogo, cartoccio vuoto, discarica su cui ruota l’airone cenerino... Nessuna lacrima. Il latte fu. , i tre quarti della soia (altro immenso business) hanno il gene alterato: non hai più la certezza che sia al cento per cento vegetale... Dove ci sono garanzie e controlli sufficienti, benvenuto il latte di soia che ha una quantità d’impieghi fruttuosi e scorre nelle coronarie senza lasciare tracce. Anche il tanto laudato «appena munto» dei montanari superstiti è bomba ai visceri postmoderni, non siamo più attrezzati all’alimento sano e quello contaminato getta sventagliate d’ombra sulle nostre caparbie esistenze. Mai sapremo quanto «latte di Cernobil» venne immesso, nonostante gli schiamazzati divieti, nel giro dei beventi e dei gelatanti : Cernobil fu raggio della morte in tutto il latte dagli Urali alle isole Aran, certamente non se ne sprecò troppo. Nella pinacoteca di Parma c’è una pittura incantevole, intitolata ”La Lattante” (forma del perduto verbo lattare, direttamente dal latino lactare; oggi si direbbe l’Allattante, che non dà bel suono). La bellezza di quel seno nutritivo bene esposto vale il viaggio, il pittore si chiamava Cletofonte Preti. Finché ci fu, in via Po, a Torino, l’immutabile antro di cartoleria della Shùmach, sempre sempre ne potevi vedere un ingrandimento nella vetrina. Se entravi e compravi la cartolina, la Shùmach indenne da nozze come la figlia di Iefte, con un sorriso estatico te la porgeva. Questa è vita vera - non Parmalat, denaro che va giustamente in fumo, che ricade in maledizione. Fu il latte e la sua leggenda. Il grido del lattaio all’alba, coi bidoni allineati sul carro tirato dal cavallo. (Cessato a Milano già al tempo dei paesaggi sironiani: la prima Centrale del Latte entrò in funzione già nel 1928; l’igienofilia fascista impose le Centrali dieci anni dopo, ma da allora al Tetrapak passarono ancora parecchi decenni). La latteria si abbarbicò alla roccia, spinta nel precipizio del Costume mutante, che sotto tutte le vecchie abitudini, abiti, cose, luoghi andava mettendo dinamite: alla fine cedette... La latteria delle cene dei poveri e dei frettolosi, d’estate e d’inverno li vedevi (quanti i vecchi solitari che a quella dieta troppo proteica e poco costosa al crepuscolo si affidavano) curvi sulla ciotola di liquido bianco bollente e le due uova al burro, la panna montata, i cannoli... Chiudevano tardi, d’estate colavano il gelato, lo Yogurt era tutto bulgaro, unicamente dal dottor Stepanian, nel vetro, l’alcool era felicemente escluso... A Torino ebbe vita più lunga la Latteria Svizzera, al Valentino, che aveva prezzi più alti, vero chalet di simulate montagne, e in origine si chiamava Vaccheria, insegna molto più comprensiva. Per certo ne esisteva una ancora a Milano, a Porta Venezia, nel 1971, perché io stesso ci andavo al mattino, trovandomi là per una faccenda al tribunale dei minori, allora presieduto da Alfredo Moro. La latteria era di fronte al leggendario, fastoso, babilonese-vittoriano, tutto vetrate, stucchi, camere e bagni immensi Hôtel Diana, un Titanic di terraferma con sola Prima Classe; il quartiere si andava riempiendo di malavita.