Fabio Tamburini Il Sole 24-Ore, 14/01/2004, 14 gennaio 2004
Il fallimento del Gran Lattaio cattolico ricorda tanto quello del banchiere di Dio, Il Sole 24-Ore, 14/01/2004 Lussemburgo e ipotesi di riciclaggio, stretti legami con la politica, P2 e Vaticano, Sud America e Nicaragua, back to back e capitali misteriosi, società off-shore di ieri e di oggi: le inchieste sul crollo clamoroso della Parmalat stanno rivelando analogie con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi
Il fallimento del Gran Lattaio cattolico ricorda tanto quello del banchiere di Dio, Il Sole 24-Ore, 14/01/2004 Lussemburgo e ipotesi di riciclaggio, stretti legami con la politica, P2 e Vaticano, Sud America e Nicaragua, back to back e capitali misteriosi, società off-shore di ieri e di oggi: le inchieste sul crollo clamoroso della Parmalat stanno rivelando analogie con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Semplici coincidenze? Oppure il re del latte, ben conosciuto per la profonda fede cattolica, e il banchiere alla guida di quella che era definita «la banca dei preti» hanno fatto pezzi degli stessi percorsi, sia pure a distanza di una ventina d’anni. Certo la sensazione che il fallimento di Parmalat non sia soltanto un caso di Caporetto industriale e finanziaria è forte e acquista peso ogni giorno che passa perché si stanno delineando circostanze inquietanti. A partire dalla difficoltà di rispondere ad una domanda molto semplice: come è possibile che il gruppo abbia accumulato perdite così gigantesche? Ecco perché, ormai da un paio di settimane, l’attenzione è rivolta a verificare se c’è dell’altro. E ogni segnale viene vagliato con estrema attenzione sia da chi sta seguendo le vicende Parmalat al massimo livello investigativo sia dalla task force dell’americana Sec, arrivata in Italia il 1° gennaio scorso. In più contribuiscono ad alimentare i sospetti la ricostruzione delle ultime mosse di Calisto Tanzi prima dell’arresto e capitali misteriosi che risultano dalle dichiarazioni rese ai magistrati dallo stesso imprenditore. Vicende che ricordano alla memoria proprio il crack dell’Ambrosiano. Perchè Tanzi è volato in Svizzera e in Ecuador facendo tappa in Portogallo? E perché ha accreditato con il Sanpaolo Imi e negli interrogatori la possibilità che un imprenditore, Luigi Manieri, rilevasse asset del gruppo per 3,7 miliardi di euro all’inizio del dicembre scorso? Manieri smentisce seccamente i verbali di Tanzi ma, almeno per il momento, il giallo rimane. Così come, vent’anni dopo, rimangono oscuri i veri motivi che spiegano il viaggio a Londra di Calvi. Il banchiere, dopo l’ultima cena a cui parteciparono Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell’Eni nonché fondatore della Sasea, rilevata dal Credito svizzero e dal Vaticano, e Karl Kahane, l’uomo d’affari austriaco con interessi in mille faccende, passò gli ultimi giorni della sua vita nella capitale inglese. Con ogni probabilità, anche se non risultano conferme, cercava capitali di soccorso, stava tentando di organizzare investimenti significativi che sarebbero serviti a scongiurare, sia pure all’ultimo minuto, il crollo del gruppo. Il faccendiere Francesco Pazienza, tramite tra Calvi e l’allora capo del Sismi, Giuseppe Santovito, è arrivato ad evocare interventi dell’Opus Dei ma, in proposito, non esiste alcun riscontro. Suscita curiosità la partecipazione di Calisto Tanzi al capitale di una finanziaria lanciata da Fiorini all’inizio degli anni Ottanta, la Sidit, Società italo-danubiana d’investimenti e trading, di cui era azionista anche l’austriaco Kahane. Proprio Sidit, come hanno scritto le cronache finanziare dell’anno 1983, doveva essere il veicolo del tentativo di salvataggio dell’Ambrosiano, di cui Fiorini è stato l’artefice. E sempre Tanzi ha rilevato dal patron di Sasea una società decotta, Odeon tv, con il carico di deficit per 90 miliardi di lire che ha rappresentato uno dei primi buchi, coperto ricorrendo a falsificazioni di bilancio. Erano tempi in cui la triangolazione imprese, affari e politica generava rapporti perversi. Calvi, banchiere cattolico per definizione, finanziava massicciamente Pci e Psi. Tanzi, anche se non risultano prove di tangenti, ha sempre seguito passo dopo passo le campagne elettorali della Democrazia Cristiana e della opposizione. Ben conosciuti sono gli stretti legami con l’allora segretario della Dc, Ciriaco De Mita, che festeggiò nomine al vertice del potere brindando a casa di Tanzi, la cui Parmalat ha costruito una presenza industriale importante proprio nel feudo demitiano di Nusco, in provincia di Avellino. L’elicottero dell’imprenditore era sempre disponibile per trasportare esponenti di spicco del mondo vaticano, tra cui monsignor Agostino Casaroli, in passato segretario di Stato. E Calvi aveva come partner privilegiato lo Ior, guidato da un altro monsignore influente: Paul Marcinkus, crocevia dei sospetti su una lunga serie di attività dell’Ambrosiano. Lo strumento, fin da allora, erano operazioni back to back, sospettate di coprire finanziamenti allo Ior. Back to back che risultano ricorrenti, su altri versanti, tra società Parmalat. Il network di Tanzi spaziava dal Lussemburgo, sede della finanziaria capofila delle partecipazioni estere dell’Ambrosiano, utilizzata da Calvi per controllare il gruppo, al Centro e Sud America. Nel primo caso il regno di Calvi era il Nicaragua, dove il gruppo controllava una delle maggiori banche del Paese e dove Parmalat stava considerando l’acquisto di due istituti. Per quanto riguarda il Sud America, invece, il ricordo del Banco Andino, in Perù, formidabile generatore di transazioni irregolari per conto di Calvi, è ancora ben presente, mentre Tanzi ha roccaforti in Brasile, Venezuela, Argentina, Ecuador, laboratori di operazioni sospette. Ultime analogie: i rapporti con Giuseppe Ciarrapico e i revisori della Touche Ross, poi Deloitte Touche. Ciarrapico è stato processato per concorso in bancarotta fraudolenta nel crack dell’Ambrosiano. Tanzi ha accusato il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, di avergli fatto acquistare la società di acque minerali Ciappazzi, controllata da Ciarrapico, ad un prezzo di gran lunga superiore al valore reale. Touche Ross, secondo Pazienza, è la società di revisione che nella sede londinese ha custodito un rapporto rimasto segreto sulle società estere dell’Ambrosiano. Deloitte Touche è una delle due società di revisione della Parmalat. Il Sole 24-Ore, venerdì 16 gennaio Milano. Eurolat tiene banco nelle inchieste delle Procure di Parma e Milano sui crack di Parmalat e Cirio. Uno dei filoni considerati con attenzione maggiore risultano le modalità di pagamento della società, passata nell’estate 1999 dalla Cirio di Sergio Cragnotti alla Parmalat di Calisto Tanzi. Il prezzo stabilito fu intorno a 765 miliardi di lire, equivalenti a 392 milioni di euro. Calisto Tanzi ha dichiarato ai magistrati che si è trattato di una cifra molto superiore al valore di mercato, accusando il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, di essere stato il vero regista della operazione. Dichiarazioni che, nella sostanza, sono state confermate dall’ex direttore finanziario di Parmalat, Fausto Tonna, ma smentite sia dal vertice di Capitalia sia da Sergio Cragnotti. Come avvenne il pagamento della somma? Tanzi non staccò un assegno da 765 miliardi di lire e saldò il conto facendosi carico di debiti del gruppo venditore. Le indagini in corso stanno ricostruendo passo dopo passo quale fu la contropartita pagata da Parmalat per Eurolat e, secondo quanto risulta, le sorprese non mancano. Ufficialmente, secondo i numeri forniti da ambienti vicini a Capitalia, poco più di 186 milioni di euro furono «accollo di debiti in carico ad Eurolat». Più esattamente 150 milioni di euro erano debiti ricollegabili ad Eurolat nei confronti di Capitalia, mentre la parte restante era verso altri. Oltri 205 milioni di euro, invece, vennero pagati per metà alla chiusura dell’operazione e per l’altra metà un anno dopo. Come Cragnotti utilizzò la liquidità disponibile è tutto da verificare. Di sicuro, la convinzione di chi sta conducendo le indagini è che il risultato finale della transazione fu il trasferimento massiccio di debiti dal sistema Cragnotti al sistema Tanzi. Protagonista fu Capitalia, che ridusse in misura sensibile l’esposizione verso Cragnotti. Quali sono le società che alleggerirono l’indebitamento? E con quali tecniche avvenne il cambio di cavallo? La convinzione degli inquirenti, su cui sono in corso verifiche e approfondimenti, è che l’alleggerimento non riguardò soltanto la Cirio, a cui faceva capo Eurolat. In particolare, secondo le ricostruzioni più probabili, ne trasse vantaggio la holding lussemburghese del gruppo Cragnotti. E anche in questo caso l’attenzione è rivolta verso l’allora Banca di Roma, azionista della società con sede nel Granducato fin dalla fondazione. Non solo. Parte della liquidità pagata da Parmalat finì nelle tasche di Cragnotti e successivamente venne utilizzata per rimborsare parte dei debiti verso Banca di Roma? Oppure, come alcuni protagonisti delle indagini sono pronti a scommettere, fu girata direttamente all’istituto guidato da Geronzi? Nel secondo caso Cragnotti non avrebbe visto neppure una lira delle somme destinate alla copertura del debito nei confronti di Capitalia, perchè il denaro sarebbe stato girato da Tanzi direttamente alla banca. Nella messa a punto del contratto Eurolat ebbe grande rilevanza uno dei dirigenti della Banca di Roma più stimati e più vicini a Geronzi: Sergio De Nicolais, il cui intervento risulta dalla documentazione raccolta in alcune delle numerose ispezioni e perquisizioni. De Nicolais, che aveva con Geronzi rapporti fiduciari, è un dirigente del gruppo ben conosciuto e, per lungo tempo, è stato crocevia delle operazioni più delicate. Eurolat è una compravendita di cui ha seguito personalmente ogni aspetto, suggerendo le soluzioni tecniche da adottare nei passaggi più controversi. Non ha potuto però essere presente nell’ultimissima fase delle trattative perchè il 3 giugno 1999 è stato arrestato nel corso dell’inchiesta avviata dalla Procura di Roma sugli appalti per l’alta velocità e su alcune opere del Giubileo. Il caso Di Falco. De Nicolais, responsabile dell’area grandi clienti, fu fermato su richiesta del pubblico ministero Piero Saviotti, convalidata dal giudice per le indagini preliminari Otello Lupacchini, che confermò altri fermi tra cui quello dell’imprenditore Agostino Di Falco, a cui facevano capo il gruppo Pafi e l’azienda di costruzioni Iela, considerato molto vicino ad uno dei ministri Dc più influenti della Prima Repubblica. Poche settimane dopo l’arresto, il 10 luglio, De Nicolais morì dopo essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico all’aorta e mentre era ancora agli arresti, prima degli interrogatori decisivi. In quella inchiesta la posizione di Geronzi, difeso dall’avvocato, Guido Calvi, venne poi archiviata. Il gruppo Di Falco è uno dei 21 al centro di una seconda indagine della Procura di Roma, avviata a metà degli anni Novanta, che è costata al vertice dell’istituto l’accusa di falso in bilancio e false comunicazioni alla Banca d’Italia. In sostanza la tesi dei pubblici ministeri era che i finanziamenti alle società risultavano nei conti della banca come solvibili e non com’erano in realtà, e cioè come sofferenze. Un procedimento che si è chiuso nell’autunno scorso con il rinvio a giudizio di Geronzi per un solo capo d’accusa, le false comunicazioni a Bankitalia. Ambrosio e il crack Italgrani. Tra i 21 gruppi oggetto delle indagini risulta anche un altro imprenditore che, come Di Falco, aveva il centro di molte attività a Napoli: Franco Ambrosio, re del grano. Vicissitudini, quelle di Ambrosio, che De Nicolais aveva seguito molto da vicino, come comprensibile visto che in Banca di Roma è stato in prima linea dal giugno 1993. Quali erano i veri rapporti tra Ambrosio e il vertice della Banca di Roma? Aveva canali privilegiati con il fratello di Sergio Cragnotti, dirigente storico del gruppo che ha presidiato saldamente l’area finanza? Oppure Giovanni Cragnotti viene utilizzato come semplice copertura? Difficile, per il momento, rispondere a queste domande. Anche perché il fratello dell’ex azionista di riferimento della Cirio è morto. Di sicuro tra le tappe del crack Italgrani ne esiste almeno una che merita di essere ricordata: l’arresto nell’ottobre 1993 di Ambrosio con l’accusa di ricettazione nell’ambito delle indagini sulle tangenti per Enimont, joint venture di cui Sergio Cragnotti è stato uno dei protagonisti. Ed è altrettanto certo che quelle vicende sono tornate di attualità con l’obiettivo di ricostruire ogni passaggio dei flussi di denaro destinati al mondo della politica. Fabio Tamburini