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 2004  gennaio 16 Venerdì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 19 GENNAIO 2004

Chi può salvare il calcio italiano, le banche o gli ultrà?, Beppe Severgnini ha scritto venerdì su ”La Gazzetta dello Sport” che i debiti della Roma sono pari alla metà del pil della Mongolia. [1] 335 milioni di euro. [1] E la situazione non sembra destinata a migliorare: al 31 dicembre 2003, il buco complessivo della serie A ammontava a 413 milioni di euro, con un incremento delle perdite pari al 37 per cento. Solo Empoli e Juventus si sono potute permettere di chiudere in attivo, mentre Roma e Lazio hanno rispettivamente presentato un disavanzo di 104 e 121 milioni di euro. [2]
Come si è arrivati a questo punto? Secondo l’economista Tito Boeri sono quattro le cause scatenanti la crisi. La prima è data dagli ingaggi delle superstar. [3] Tanto che Adriano Galliani, presidente della Lega Calcio, in vista del rinnovo del contratto di lavoro collettivo, parla di una trattativa tra «poveri datori di lavoro» e «ricchi lavoratori». [4]
Sergio Campana, il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, non è d’accordo. [4] Dice: «Molti club vogliono scaricare le colpe solo sui calciatori quando le cose vanno male. Dovevano pensarci prima di firmare i contratti pluriennali». Domani incontra Galliani, ma ha fatto sapere che non accetterà la bozza proposta: vuole che i calciatori siano trattati tutti alla pari, dice che «è assurdo metterli fuori squadra o farli allenare alle sei del mattino per costringerli ad andar via...». [4]
Seconda causa? La sopravvalutazione dei ricavi ottenibili dalle pay-tv. A causa di una domanda inferiore alle attese, le emittenti non si sono poi rivelate in grado di pagare i diritti astronomici su cui contavano le società. [3]
Non tutti sono d’accordo su questo punto. Il fatto è che al primo, secondo e quarto posto della classifica dei programmi tv più visti in Italia nel 2003 ci sono tre partite di calcio, tutte di Champions League: Milan-Juve, Juve-Real, Inter-Milan. Teotino sul ”Corriere della Sera”: «Non c’è alcuna ragione per cui i diritti tv del calcio in futuro debbano valere meno. E quindi basterebbe lavorare con intelligenza anche sulle altre entrate, e magari un po’ sulle uscite, per avere bilanci calcistici meno spaventosi. Rispettando le regole». [5]
Terza causa. La leggerezza con cui molte società hanno contabilizzato plusvalenze (e distribuito dividendi) mediante scambi calciatori con altre società. Un modo per contraffare bilanci cronicamente in rosso, che ha lasciato in eredità ammortamenti elevati. [3]
Quarta causa. L’accondiscendenza mostrata dalla politica nei confronti di gestioni avventurose. Il decreto salvacalcio ha offerto alle società la possibilità di svalutare il patrimonio calciatori, riducendo gli ammortamenti, senza essere costrette a ricapitalizzare o fallire. Passata ai più inosservata, tra le righe della Finanziaria varata all’antivigilia di Natale, al comma 198-99 dell’art.4, c’è una nuova mini-sanatoria. Questa accondiscendenza allontana la soluzione dei problemi, che non può che passare dalla riduzione degli ingaggi e da trasferimenti compensativi dai grandi ai piccoli club. Perché a fare le spese della riduzione dei diritti tv sono soprattutto i piccoli club, il cui divario rispetto alle grandi non è mai stato così grande. Questo rischia di aggiungere alla crisi la goccia che fa traboccare il vaso: la disaffezione nei confronti di un Campionato a senso unico. [5]
La situazione peggiore, Parma a parte, pare quella della Lazio. I debiti lordi sono ancora molto alti, a fine settembre ammontavano a 415 milioni di euro. Ma il piano di risanamento sta già dando qualche risultato (sabato l’assemblea dei soci ha approvato una ricapitalizzazione da 120 milioni di euro, ndr). I primi due obiettivi sono di trovare un accordo con lo Stato per rateizzare in dieci anni l’esposizione verso l’erario e di trovare il modo di contenere, anche con cessioni eccellenti, il monte stipendi annuale dei calciatori, che ora è di 70,5 milioni. Al 30 novembre, due mesi dopo la chiusura della trimestrale, il debito non ancora pagato verso i tesserati ammontava a 49,7 milioni di euro. Di questi, i calciatori dovrebbero trasformare almeno 22 milioni in azioni della società, mentre i restanti 27,7 verranno corrisposti in due tranche. Il 55 per cento subito in contanti, mentre il 45 per cento verrà corrisposto al giocatore in 36 rate a partire dalla fine del contratto. Le banche (28,2 milioni di crediti) stanno dando una mano. [6]
Nonostante la situazione, i tifosi non mollano. Ha scritto su ”L’espresso” l’ex calciatore Carlo Petrini, uno dei pentiti del doping: «Con le società di calcio quotate in Borsa, le vittorie e le sconfitte calcistiche non sono più fatti sportivi ma economici. L’aspetto sportivo è solo il pretesto per il business, è la biada per il parco-buoi dei tifosi. Quei rincoglioniti di tifosi che ancora credono alla ”bandiera” e sono attaccati alla ”maglia”, facendo finta di non capire che presidenti, dirigenti, allenatori e giocatori sono attaccati solo ai propri affari, e l’unica bandiera che hanno è il portafoglio. Alla guida del carrozzone pallonaro ci sono i presidenti, che attraverso il calcio cercano soldi, notorietà e potere (ecco perché sempre più spesso c’entra anche la politica). E si sa che il business non vuole né morale né sentimenti - figurarsi la lealtà sportiva». [7]
Il Milan fa eccezione. Paolo Maldini che alza sulla testa la Champions League costa un rosso di 29,5 milioni di euro, tutti ripianati dalla Fininvest di Silvio Berlusconi che nell’ottobre scorso aveva già versato 31 milioni di euro: totale di oltre 60 milioni. Dice Galliani: «Senza un presidente così la vita di un grande club come il nostro non sarebbe possibile. Berlusconi per primo e io firmeremmo pur di avere anche il prossimo bilancio con questi numeri, ma con i trionfi di Champions League e Coppa Italia, più la Supercoppa europea». [8]
La Juve un padrone così non ce l’ha più. Il fatto, ha spiegato Andrea De Benedetti su ”il manifesto”, «è che oggi in Fiat non ci sono più soldi, e non è escluso che prima o poi il bubbone dei debiti esploda anche lì, seminando scorie in casa bianconera. Da questo punto di vista, la nevrosi da bilancio di Luciano Moggi può essere interpretata come l’indizio di un’ansia da sopravvivenza che coinvolge persino la Juve. A scanso di equivoci, converrà a questo punto rassicurare (o deludere) i fans: la Juve non morirà. E non morirà perché può contare su un enorme bacino di tifosi, che magari non vanno allo stadio, ma in compenso si abbonano a Sky, comprano magliette di Buffon, si connettono a Fast-Web e magari bevono l’acqua di Del Piero. Tuttavia, fatti salvi i casi Berlusconi e Moratti, la figura del presidente-mecenate è ormai tramontata, sostituita da quella, più burocratica (ma forse più affidabile) dell’amministratore-controllore». Se è un bene lo scopriremo tra dieci anni. [9]
Ultima risorsa, i tifosi/azionisti. Come ha scritto Gianluca Moresco su ”la Repubblica”, «prima era il presidente, con i suoi soldi, le sue attività, i suoi immobili e soprattutto la sua passione a tenere in piedi una società; poi è stata la volta dei manager, quelli con il look sempre giusto, ammanicati con le banche, bravi a trovare in fretta la strada per il crac di un club che produce calcio. Oggi, anno zero della gestione economica del football italiano, l’ultima chance per far sopravvivere il calcio, è chiedere una mano agli ultrà. Tecnicamente si chiama ”azionariato popolare”, volgarmente si traduce con lo slogan: ”tifosi dateci una mano o è finita”». [10]
I tifosi che hanno investito nella Lazio quanti sono? Circa 70.000, hanno in mano l’80 per cento del capitale. E hanno un sogno: riproporre a Roma il modello del Manchester United, o del Real Madrid, o del Barcellona. Public company dove a comandare sono proprio i rappresentanti dei tifosi-azionisti. Per adesso l’Apa conta solo 18 soci, detengono una quota minima (0,038 per cento), ma il segnale è lanciato. «Basterà arrivare al 10 per cento e questa associazione diventerà l’azionista di riferimento», dicono. Ci sono avvocati, industriali, politici (Publio Fiori, si cerca di coinvolgere Rutelli), ex calciatori (D’Amico è il vicepresidente), tifosi-vip e normali, stanchi che la Lazio debba dipendere dalle banche. [6]
I debiti cambieranno le classifiche? Giuseppe Gazzoni Frascara, azionista di maggioranza del Bologna, minaccia di chiedere alla Corte Federale l’apertura di un’inchiesta sulla regolarità dei bilanci delle società di calcio e sulle modalità di iscrizione al campionato. Obiettivo: far scattare penalizzazioni in classifica per i club responsabili di violazioni. [11]
Lo squilibrio tra chi esibisce conti in regola e chi no offre alle società morose risorse per attrezzare squadre più competitive. [11] Ed è fin troppo evidente che l’eventuale mancato rispetto delle norme relative all’iscrizione dovrebbe pesare in qualche modo sui club responsabili. Altra questione, ha scritto Antonio Smargiasse su ”il manifesto”, «è vedere se le pur comprensibili ragioni del presidente felsineo avranno forza sufficiente per affermare i propri diritti. Noi siamo piuttosto scettici: l’ipotesi di classifiche riscritte da un qualche tribunale o di scudetti assegnati a tavolino ci sembra assolutamente irrealistica». [11]
 quel che ha detto in settimana Michel Platini. Ha spiegato che in Francia hanno introdotto il controllo sui bilanci e chi ha debiti viene retrocesso in serie C. E prima ancora non può comprare giocatori. Ma qui in Italia politicamente il problema è più complesso. «Per Carraro è difficile dire alla Roma vai in serie C» ha chiosato il francese. [12]
Non ci sono sulla scena né organismi né protagonisti tanto autorevoli da avventurarsi nella soluzione di controversie sulle quali la pressione dell’opinione pubblica rischia di rivelarsi incontrollabile. [11] Smargiasse: «Chi dovrebbe prendere decisioni di questo tipo, la Federcalcio del Carraro di Medio Credito Centrale? Il presidente della Lega e del Milan Galliani? Il Coni senza soldi di Petrucci? O il sottosegretario Pescante, con l’incubo di un qualche La Russa pronto a scatenare piazze 10 volte più grandi di Catania? Del resto, non sono questi tempi e temi per spiriti forti, più facile prevedere doroteismo in dosi massicce». [11]
La grande madre del neocalcio indebitato è Capitalia. [13] La banca romana presieduta da Cesare Geronzi e amministrata da Matteo Arpe. Come ha spiegato Corrado Zunino su ”la Repubblica”, ha interessi in 7 club e la sua presenza nei palazzi che gestiscono i campionati è diventata pressante. Franco Carraro, già presidente di Milan e Lega, oggi guida la Federcalcio (in contemporanea ha una dozzina di incarichi dirigenziali). Carraro, però, è anche presidente di Mcc spa, ex Mediocredito centrale, la banca d’affari di Capitalia. Quindi è consigliere di Capitalia e presidente dei Fondi immobiliari italiani, società controllata da Mediocredito e Inpdap. [13]
Qual è il problema? Che Cesare Geronzi, il superiore di Carraro in banca, è primo azionista della Lazio, società che nel 2000 vinse lo scudetto grazie anche alle spese incontrollate di Sergio Cragnotti. E la Cirio ancora oggi detiene il 2,91 per cento della Lazio. [13]
E la Roma di Franco Sensi? Ha interrotto la campagna moralizzatrice contro il palazzo quando ha avuto bisogno dell’ossigeno di Capitalia: la fideiussione (30 milioni) per iscrivere la società all’ultimo campionato, a fine dicembre, è stata trasformata in prestito. Per comprare uno degli stopper più forti del mondo, Cristian Chivu, è stata decisiva l’Abn Amro, multinazionale della finanza che sponsorizza l’Ajax e con il 9 per cento è primo azionista della banca romana. Anche il dopo-Sensi è in mano agli uomini di Geronzi: in prima fila per l’acquisto della Roma c’è il costruttore Pierluigi Toti, già nel patto di sindacato di Capitalia. L’ex Banca di Roma ha in pegno il 99,5 per cento del capitale del Perugia, che per volontà terza ha portato in Italia il calciatore lento Saadi al Gheddafi. Il figlio del rais libico possiede, infatti, il 5 per cento di Capitalia e il 7,5 per cento della Juve. L’istituto romano, quarto in Italia per raccolta di denaro, ha in pegno anche Telemarket di Giorgio Corbelli grazie a un prestito di 23 milioni. Corbelli possiede ancora il 60 per cento del Napoli: il club è sull’orlo dell’amministrazione giudiziaria nonostante quest’estate la Federcalcio l’abbia sottratto alla retrocessione in C1. [13]
La Fininvest (Milan) ha il 3 per cento in Mediocredito. [13] Massimo Moratti, presidente dell’Inter, ha lo 0,18 per cento di Capitalia. La Pirelli di Tronchetti Provera, consigliere dell’Inter, l’1,9 per cento. Poi si arriva a Calisto Tanzi, l’ultimo padrone del Parma. Fino a pochi giorni fa ha posseduto l’1,5 per cento di Mcc: dopo il grande crack della Parmalat, Capitalia ha riacquistato le sue quote. Tanzi ha convissuto con Geronzi in Banca Mediterranea e la figlia Francesca Tanzi, con Chiara Geronzi figlia di Cesare, Andrea Cragnotti figlio di Sergio, Alessandro Moggi figlio di Luciano e Giuseppe De Mita figlio di Ciriaco, ha fondato la Gea, procuratori in regime di monopolio al servizio di quasi 200 calciatori. [13]
Finirà con Bondi presidente della Lega calcio? Ha detto Gazzoni Frascara: «La situazione del mondo del calcio è più o meno come quella della Parmalat, se il paragone serve a rendere l’idea. per questo che avanzo la candidatura di Enrico Bondi alla guida della Lega: Galliani ha cercato di lavorare al meglio, ma serve un manager esterno. Prima o poi Bondi finirà il suo lavoro alla Parmalat, e presto mi auguro di vederlo entrare in Lega: però, sempre seguito da un finanziere, proprio come appare nei Tg di questi giorni». [14]
Speranze? Lo stesso Gazzoni ha fatto fare uno studio alla Sisal su possibili giochi attorno al pallone sfruttando le nuove tecnologie. Spiega: «C’è margine per grandi incassi, senza toccare Totocalcio, Totogol e il resto. Pensate a che cosa si potrebbe fare con i telefonini... Uno sta sciando e vede che Bologna e Perugia sono sull’1-1: può scommettere che vince il Perugia, così Gaucci è contento. Qui ci sono i soldi. Galliani è venuto con me alla direzione Lotto e Lotterie e condivide il progetto. Però per fare questo il calcio deve presentarsi con i conti in regola, altrimenti Tremonti ha tutto il diritto di farci le pernacchie». [15]