Sergio Givone l’Unità, 06/01/2004, 6 gennaio 2004
Filosofia, quel centauro che sogna tra verità e libertà, l’Unità, 06/01/2004 concesso a un filosofo di sognare? Può un filosofo guardare a cose che non ci sono, prospettare figure d’irrealtà, trafficare con il non essere e con il nulla? O non è suo dovere ricondurre alla ragione coloro che, sognando, fantasticando, prendendo sul serio il lato notturno del mondo, in fondo sragionano? Sia come sia, io un mio sogno filosofico ce l’avrei
Filosofia, quel centauro che sogna tra verità e libertà, l’Unità, 06/01/2004 concesso a un filosofo di sognare? Può un filosofo guardare a cose che non ci sono, prospettare figure d’irrealtà, trafficare con il non essere e con il nulla? O non è suo dovere ricondurre alla ragione coloro che, sognando, fantasticando, prendendo sul serio il lato notturno del mondo, in fondo sragionano? Sia come sia, io un mio sogno filosofico ce l’avrei. Ma siccome non è facile giustificarlo, partirò da lontano. Negli anni fra le due guerre all’Università di Torino l’insegnamento di filosofia morale era tenuto da Annibale Pastore. Filosofo ormai quasi del tutto dimenticato, Pastore era noto fra gli studenti per certe sue bizzarrìe oltre che per un curioso intercalare con cui accompagnava l’esposizione delle sue tesi più audaci («corpo d’un pesce fritto!»). Più interessante notare che egli godeva dell’amicizia e della stima del grande matematico Giuseppe Peano, di cui era collega nella stessa università. Peano apprezzava le ragioni con cui Pastore argomentava il proprio ateismo. Sappiamo che la dimostrazione dell’esistenza di Dio si è rivelata impresa piuttosto problematica: sembrava esserci riuscito san Tommaso, ma venne Kant e smantellò le cinque prove, né da allora ci sarebbero stati altri tentativi convincenti o di qualche rilievo. Ora, se dimostrare l’esistenza di Dio è difficile, ancor più difficile è dimostrarne l’inesistenza. Annibale Pastore riteneva di esserci riuscito. Ed ecco in che modo. Definito Dio l’Onnipotente, immaginiamo (così Pastore) che l’Onnipotente in persona si presenti a me sfidando la mia incredulità. Allora io (naturalmente è sempre Pastore che parla) gli chiederei: quanto fanno due più due? Ma che razza di domande... risponderebbe Lui piuttosto seccato; ovvio che due più due fanno quattro. Bene; ma visto che tu sei l’Onnipotente, incalzerei io, potresti fare in modo che due più due diano come risultato cinque? Lui a quel punto verrebbe a trovarsi in difficoltà e magari rimarrebbe un po’ soprapensiero, ma poi sarebbe costretto ad affermare (se no che Onnipotente sarebbe?): certo che sì. A quel punto io gli direi: caro Onnipotente, va’ a studiarti la matematica («corpo d’un pesce fritto!»). La dimostrazione (chiamiamola pure così) di Pastore è molto più seria di quel che sembra. Intanto c’è da dire che essa si situa sullo sfondo di un alto e venerabile dibattito. Quello che contrappose per secoli «volontaristi» e «intellettualisti», ossia coloro che ritevano che la verità fosse tale perché Dio così la concepisce e così vuole che sia e coloro che invece pensavano che Dio non potesse non adeguarsi ad essa avendola contemplata e conosciuta per quella che è. Naturalmente Pastore sta con gli intellettualisti. Appunto: la verità va conosciuta per quella che è. E se la verità è quella che è in forza di se stessa, se la verità ha di per sé valore di assoluto, Dio può ben poco nei suoi confronti. Con quel che segue: un Onnipotente che non può tutto quel che vuole e dunque un Onnipotente che non è quel che vorrebbe essere è un Onnipotente che non è. Detto altrimenti: se c’è la matematica, sapere oggettivo, assoluto, fondato su se stesso, che bisogno c’è di Dio (ma anche, a rigore, del bello e del bene e di tutto ciò che pretende di aver valore autonomo rispetto alla verità «ontologica», la verità-realtà)? Con ciò il filosofo torinese esprimeva non senza efficacia una ben radicata convinzione filosofica. Che l’ordine delle cose sia già da sempre lì e che la struttura profonda della realtà, quella che è tutt’uno con la verità, sia esprimibile essenzialmente in termini matematici. Da questo punto di vista è chiaro che la filosofia, se non vuole rinunciare alla verità, dovrà prendere esempio dalla matematica. E magari identificarsi con la matematica e risolversi in essa, almeno nel senso di adottarne l’impostazione di fondo, il metodo, la logica - onde qualsiasi ambito dell’esperienza dovrebbe essere riportato al suo «ordine geometrico». E se invece la matematica fosse un modello di conoscenza che certamente aiuta a spiegare la realtà, ma non pretende affatto di esaurirla e tantomeno di raggiungerla nella sua essenza? In questo caso dovremmo parlare non già di un ordine oggettivo delle cose, bensì di ordini diversi di sapere (e di realtà): quello matematico, che non è quello artistico, che non è quello religioso, che non è quello etico, che non è quello politico, e così via. Alla filosofia di conseguenza si presenterebbe la possibilità di ritrovare la propria specifica funzione. Che non è di essere una certa disciplina accanto ad altre discipline particolari (come prevede l’attuale ordinamento degli studi accademici). E tantomeno di essere una superdisciplina che presiede e legittima il sistema del sapere (com’era proprio dell’ordinamento classico, specialmente in Germania). Specie di centauro dalla doppia natura, la filosofia di per sé non sa nulla, non ha un suo contenuto proprio, e tuttavia è chiamata a intervenire su tutto. Davvero «povera e nuda» è la filosofia. Essa è segnata, quanto alla sua origine, da una mancanza, da una negatività. Non è sapienza, ma amore per la sapienza: non andrebbe alla ricerca di ciò che non possiede, se lo possedesse. Il suo movimento, come ha mostrato Platone, è lo stesso di eros. Allo stesso modo in cui eros nasconde in sé una ferita e cioè la separazione dell’uno in due parti, che perciò sono irresistibilmente spinte a ritrovarsi, così la filosofia ha il suo orizzonte nel «non» della sapienza, nel «non» della verità (e proprio in questo senso Heidegger ha potuto affermare: «l’essenza della verità è la non-verità»). Eppure la filosofia, che è desiderio piuttosto che possesso, sporge sul mondo, si affaccia sulla realtà tutt’intera, osserva con stupore e meraviglia non meno che con angoscia la sterminata regione delle possibilità. In forza del fatto di non possedere una sua verità, e forse neppure un metodo (ma semmai molti), la filosofia è in grado di gettare sul mondo il solo sguardo che il mondo sopporti: uno sguardo assolutamente libero. Del resto, non è forse questa la ragione per cui si può e si deve dire che l’essenza della verità è la libertà? L’essenza della verità è di non avere nessuna essenza, perché è consegnata al tempo, alla storia, al gioco degli eventi. Ciò non toglie che la ricerca filosofica sia guidata dalla verità: però come presentimento e come ideale regolativo, come possibilità da realizzare, addirittura come accordo da stabilire, piuttosto che come norma oggettiva. Di nuovo: la verità si lascia definire per esclusione, negativamente, piuttosto che per via affermativa. «Non questo né quello, ma ... », era la regola che Plotino aveva tratto dal Parmenide platonico. Che la verità sia inoggettivabile, non significa che non c’è. Al contrario, proprio in quanto inoggettivabile, va scoperta caso per caso, perché non è mai né questo né quello, ma è. Appunto, va scoperta, trovata, diciamo pure inventata, tratta fuori dal nulla. E non esiste chi possa additarla in modo incontrovertibile. Non Dio: che semmai ha liberato l’uomo dalla necessità. Non la natura: di cui l’uomo vive, ma a cui si oppone. La verità è data all’uomo nella solitudine e nell’abbandono. Chi vuol veramente filosofare, diceva Schelling, deve essere pronto a lasciare tutto, opinioni credenze fede, e solo così può sperare di ritrovare tutto. Quale spazio, oggi, per la filosofia? Fra i saperi specialistici sempre più sofisticati, esclusivi, incomunicanti, che ruolo ha questo sapere non-sapere che è la filosofia? Come stiano le cose, è noto. Con progressione impressionante scienza e tecnologia ci mettono di fronte a problemi cui né l’una né l’altra sono in grado di rispondere, semplicemente perché si tratta di questioni che non appartengono al loro ordine. E l’aspetto cruciale è che la soluzione di queste questioni comporta decisioni che riguardano tutti e che tutti sono chiamati a prendere. Con quali strumenti? L’attuale bisogno di filosofia sembra far pensare che la filosofia disponga di questi strumenti. E possa operare quella mediazione fra specialismo e mondo della vita che fino a pochi anni fa era appannaggio dell’ideologia, non importa se confessionale o partitica. Venuta meno la possibilità per l’una o per l’altra chiesa di indirizzare le coscienze, come cercare orientamento se non attraverso il libero dibattito filosofico? Questo spiegherebbe fra l’altro quel vistoso fenomeno di costume che è il successo altrimenti inspiegabile dei «festival della filosofia», dove discussioni fino a qualche anno fa confinate nelle aule universitarie catturano le folle. Ma ridurre il compito della filosofia a questa funzione mediatrice non basta a spiegare la situazione. Tanto più che questo compito non potrebbe essere svolto se la filosofia non si fosse presa cura della verità nel solo modo in cui ha senso farlo: ossia liberandola da se stessa, liberandola dal pregiudizio che la vuole incatenata al proprio fondamento, liberandola per dir così (ma è il solo modo di dirlo) alla libertà. Se temi delicati e complessi come quelli che pertengono all’ambito della bioetica, o temi universali come quelli che riguardano la sopravvivenza stessa dell’uomo e il futuro del pianeta, o altri ancora, hanno potuto diventare oggetto di discussione pubblica, ciò è dipeso sicuramente dal fatto che la filosofia li ha fatti propri sottraendoli all’ideologia. Ma questo è stato possibile a una condizione: che ciò che andiamo cercando non sia già da sempre scritto in cielo, né da nessun’altra parte, perché al contrario sta a noi riscrivere sempre di nuovo il patto in cui ci riconosciamo. Non certo arbitrariamente. Ma liberamente e secondo verità. Le due cose non solo non si contraddicono, ma sono la stessa e identica cosa. O un’affermazione del genere può farla soltanto uno che sta sognando? Effettivamente, questo ha tutta l’aria di essere un sogno filosofico. Mettere la verità in rapporto con il divenire piuttosto che con l’essere e con l’eterno, addirittura identificarla con la libertà, contraddice un’intera tradizione. Quella che ci ha insegnato a pensare la verità katà tò chreòn, secondo necessità. Ma perché non sognare? Perché non sognare filosoficamente, a occhi aperti, se questa è per la filosofia la sua più bella occasione? Sergio Givone