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 2004  gennaio 08 Giovedì calendario

Caro George, quanto ci mancherà l’odiato Silvio, la Repubblica, 08/01/2004 Roma, 8 gennaio 2007 Caro George, sono lieto di sentire che hai ormai deciso di scrivere il libro che progettavi da mesi sulla fine politica di Silvio Berlusconi, e ti dico subito che il titolo dell’edizione americana - Berlusconi’ s decline and fall - mi piace

Caro George, quanto ci mancherà l’odiato Silvio, la Repubblica, 08/01/2004 Roma, 8 gennaio 2007 Caro George, sono lieto di sentire che hai ormai deciso di scrivere il libro che progettavi da mesi sulla fine politica di Silvio Berlusconi, e ti dico subito che il titolo dell’edizione americana - Berlusconi’ s decline and fall - mi piace. Ma temo di non poterti dare l’aiuto che mi chiedi. Ho sempre seguito la vicenda politica italiana con la sola coda dell’occhio, sopraffatto dalla noia, e quindi senza mai occuparmene seriamente. Aggiungi che sono trascorsi tre anni, e capirai perché mi sia impossibile rispondere alle tue domande sul clima dei giorni in cui si consumò la caduta del Cavaliere. La mia memoria zoppica, e tutto quel che ricordo di quell’evento è il volto del senatore Schifani sul teleschermo, l’espressione sgomenta, il labbro tremante. Proprio qualche sera fa, tuttavia, un vecchio amico, Mario T., mi raccontava alcune cose che accaddero nei giornali del campo antiberlusconiano quando il centrodestra perse le elezioni. Si tratta di dettagli marginali, ma li riassumo lo stesso nella speranza che possano tornarti utili. Devo partire però, per ragioni di chiarezza, da qualche passo indietro: da quando Berlusconi era ancora a palazzo Chigi, il suo governo continuava, sia pure scricchiolando, a reggere, e la polemica della stampa antiberlusconiana era al suo massimo. Tra il 2001 e il 2004 tu eri in Italia, e quindi ricorderai com’erano all’epoca i quotidiani dell’opposizione. Ogni giorno essi recavano tre o quattro editoriali di critiche cocenti al presidente del Consiglio. I disastri compiuti da Berlusconi sul versante interno, il ridicolo che aveva fatto cadere sull’ Italia con le sue sortite in campo internazionale, i catastrofici rovesci accumulati durante il semestre della presidenza europea tra il luglio e il dicembre 2003. Senza parlare degli applausi scroscianti con cui quei giornali accoglievano gli attacchi quasi sempre giusti - ma sempre espressi con sorprendente villania - sferrati contro Berlusconi da alcuni organi della stampa europea. Come forse non era mai successo nel giornalismo italiano, i migliori talenti di ciascuna testata erano ormai concentrati in uno stesso sforzo: la demolizione del personaggio Berlusconi e della sua condotta di governo. Giornalisti che sicuramente avrebbero potuto dare prove brillantissime in altri ambiti (il grande reportage, l’inchiesta culturale, il ritratto di personaggi famosi), s’erano ripiegati con spirito di sacrificio, con devozione monastica, su quell’unico intento. E infatti non scrivevano d’altro. Essi dovevano sentire profondamente l’incarico che la storia politica del paese aveva loro, in quella fase, confidato: la battaglia per l’eliminazione della cosiddetta ”anomalia italiana”, configuratasi nel ’96 e nel 2001 con l’ascesa al governo di Roma d’un imprenditore di pochi scrupoli e troppi interessi personali. E infatti che vigore polemico, quanta tensione del pensiero e della prosa, quali vertici del sarcasmo, nei loro editoriali. Con quanta coraggiosa pervicacia martellavano ogni giorno sulle code di paglia del Cavaliere, sui modi da viaggiatore di commercio che metteva in mostra negli incontri con i grandi della terra, sui suoi tentativi (questi piuttosto fiacchi, per la verità) d’esercitare un controllo sull’informazione. La quotidiana sistematicità di tanta critica aveva ingenerato, non c’è dubbio, una certa monotonia delle prime pagine. Per quel che mi riguarda leggevo ormai un solo editoriale ogni due o tre giorni, sapendo che tutti gli altri ne ricalcavano più o meno i toni e la sostanza. Ma del resto, lo sappiamo, non c’è battaglia politica che non comporti un tasso di ripetitività. E in ogni caso, tutto si poteva dire della battaglia politica dell’opposizione salvo che non fosse legittima. Ecco, questa era la premessa al racconto che Mario T. mi ha fatto l’altra sera. Il pericolante governo Berlusconi degli inizi 2004, e la gragnuola di colpi che gli faceva piovere ogni giorno addosso la stampa antiberlusconiana. Sinché non s’arrivò prima all’implosione della Casa delle libertà e alla crisi di governo, e tre mesi dopo, con le elezioni anticipate di maggio, alla sconfitta del Cavaliere. Mario T. ricorda perfettamente le ore di tripudio che si vissero nelle redazioni dei quotidiani dell’opposizione. I brindisi, gli abbracci. E quel giubilo era - tienilo presente nel tuo libro - più che giustificato. Perché su questo non v’è alcun dubbio: nella caduta di Berlusconi, la battaglia giornalistica aveva contato assai più dell’azione svolta in Parlamento e nelle piazze dalle forze politiche di centrosinistra. Il fatto inatteso e sorprendente, a sentire Mario T., fu il cambio d’atmosfera che si produsse nei giornali antiberlusconiani con il varo del nuovo governo dell’Ulivo. All’euforia che aveva accompagnato lo scioglimento di Forza Italia e il lungo ritiro di Berlusconi alle Bahamas, in quelle redazioni subentrarono infatti umori ogni giorno più grevi e nebulosi. Un disorientamento profondo, una sincope del ruolo, la sensazione lancinante d’ una perdita. La mestizia, dice Mario T. citando un verso di Eliot, «della sera che si passa con l’album delle fotografie». Berlusconi, adesso, mancava. Era stato un avversario politico da combattere, ma a poco a poco era divenuto qualcosa come una tossicodipendenza. Così, la tensione di cui s’era alimentata per tanto tempo la foga degli editorialisti, aveva lasciato il posto ad una forma di spleen: una vaga, malinconica abulia. Nelle stanze delle redazioni, i computer che per anni avevano suonato la carica contro il Cavaliere ristavano spenti, inerti. La presenza delle firme più pugnaci, quelle che più puntualmente erano insorte a condannare le magagne del ”governo personale”, s’era diradata, quasi che dalla vicenda del paese non venissero più stimoli, occasioni d’intervento, motivazioni. Forse quelle firme tentarono altre strade, un riciclaggio: su questo Mario T. non è stato chiaro. Ma una cosa è certa: orbe della crepitante polemica antiberlusconiana, le prime pagine dei loro giornali erano ormai l’ombra di sé stesse. Come ti dicevo, caro George, si tratta di dettagli marginali e non so se potranno servirti. Ma nel caso che dovessi utilizzarli, infila da qualche parte la famosa frase di Proust: non ci si abitua alla fine delle cose cui abbiamo tenuto. Sandro Viola