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 2003  dicembre 30 Martedì calendario

Le stelle cadono, il cielo s’arrotola sopra Frate Nero, la Repubblica, 30/12/2003 Domenica 29 settembre

Le stelle cadono, il cielo s’arrotola sopra Frate Nero, la Repubblica, 30/12/2003 Domenica 29 settembre. Equinozio d’autunno ma nessuno lo direbbe, tanto calda e densa incombe l’aria. Non piove da sei mesi. Illusi dal crepuscolo opaco, i mattinieri sperano nelle nuvole, poi esce il sole. Non lo sapevamo così crudele. Hanno una logica sommersa gli atti apparentemente gratuiti; cercando altro, pesco dallo scaffale alto Rhys Carpenter, archeologo americano, Discontinuity in Greek Civilization, letto 37 anni fa: quanto pesi il clima sulla storia, tre lezioni e un preambolo dal Timeo. Crizia junior racconta quel che l’omonimo avo aveva udito da Solone sul colloquio con un sacerdote egizio a Sais, nel Delta. I Greci, raccontava costui, hanno poca memoria storica: Fetonte, figlio del Sole, cattivo auriga del carro paterno, muore fulminato mandando a fuoco la terra; e la favola indica catastrofi periodiche, dopo le quali la vita riparte dallo zero culturale. Affiorano remoti ricordi d’Atlantide, un’isola oltre le colonne d’Ercole: sopravvengono l’invasione greca, terremoti, alluvioni; e scompare in 24 ore, inghiottita dalle acque. L’ipotetico substrato storico è un cataclisma egeo con epicentro nell’isola allora denominata Calliste, poi Thera, ora Santorino, quando esplode la caldaia sommersa d’un vulcano (XV secolo a.C.): epoca minoica; ripopolata, diventa Thera, mentre nel Peloponneso crescono monarchie micenee; e verosimilmente invadono Creta. L’egizio rievoca sequele reali a termini inversi, come nei sogni. Due secoli dopo (Tardo Elladico III B) avviene un misterioso collasso sul continente: nell’anno 1230 crollano i palazzi reali a Micene, Tirinto, Pilo, consumati dal fuoco; una lunga recessione riempie l’intero Tardo Elladico III C; verso l’anno 1000 non resta più niente. Comincia l’ancora buia età dorica. La catastrofe d’allora non era dunque imputabile ai Dori, se arrivano due secoli dopo (mitologicamente adombrati nel ritorno degli Eraclidi): ha l’aria d’una fuga, movimenti migratori da terre inospitali; contemporaneamente svanisce l’impero anatolico ittita. Erodoto, libro VII, ricorda lunghe carestie causate dal clima. Dura 4 mesi l’estate egea: cielo senza nuvole; da nord-est a sud-ovest soffiano gli alisei (media annua, 5 metri al secondo); siccome seguono il sole, col relativo equatore termico terrestre, nei mesi estivi salgono verso nord d’un 700 miglia; bloccando le correnti d’aria atlantica foriere d’estati umide, essiccano il suolo. Resta appena lo spiraglio ai venti costanti occidentali: raccolgono umidità nel mare e la scaricano sulle cortine montuose trasversali; piove solo nei territori sottostanti. Su scala stagionale il fenomeno ne ripete uno permanente: lo scioglimento dei ghiacci sposta a nord i confini polari; nel Sahara scorrevano fiumi abitati da coccodrilli e ippopotami; l’aliseo lo dissecca. Ogni tanto la temperatura del pianeta sale: nelle epoche calde il fronte polare ripiega e l’aliseo guadagna spazio; se nell’Egeo spirasse 8 mesi anziché 4, la vita languirebbe. Il mondo miceneo muore d’effetto termico, incluso l’incendio dei palazzi reali: raccoglievano anche provviste alimentari conferite all’ammasso; e le carestie sciolgono i connettivi, donde pulsioni violente; folle sfrenate dalla fame espugnano le regge. Il dottor H.W. Willett calcola un ciclo medio sui 1850 anni nelle fluttuazioni climatiche e l’unico dato disponibile conferma l’ipotesi: 1400 anni fa gli stessi luoghi patiscono una lunga recessione; i secoli VII e VIII mancano nei reperti archeologici importanti (restano solo poche monete); gli Slavi affluiscono nel vuoto, come i Dori illo tempore; gl’immigranti ripopolano territori deserti; né l’effetto devastante dipende dalle scorrerie saracene, se la stessa sorte subiscono territori dove i pirati non mettono piede. Cronache bizantine evocano una Grecia svuotata dalla peste: probabile nel clima sconvolto; anche in Lombardia intorno al 1630 siccità, fame, fuga dalle campagne, preludono all’epidemia. Sono due secoli sciagurati, VI e VII: l’abbandono dirocca «mille e una chiese» il cui ricordo sopravvive nel nome d’una regione della Turchia centrale, e niente lascia supporre lo sterminio della comunità cristiana ad opera dei Turchi Selgiuchidi; cadono in rovina anche le chiese siriane sotto il longanime governo arabo. Colpa dell’autunno secco. Fioriscono invece Britannia, Irlanda, Germania, Francia: gl’inglesi coltivano viti, sino allora ignote; i vichinghi abitano Islanda e Groenlandia; erano terre fertili fino al tardo Duecento; il verde resta nel nome. Lo scioglimento dei ghiacci porta benessere al nord, clima nefasto al sud. La civiltà mediterranea lievita quando i mari settentrionali gelano, dopo l’anno Mille, erompendo nei secoli piovosi XII-XIV. Tout se tient. *** Martedì 21 ottobre. Entriamo nel nono mese senz’acqua dal cielo. I corpi patiscono meno nelle giornate corte, quando non spira l’atroce scirocco: durano di più le caligini del primo mattino; poi splende un sole implacabile. La terra pare morta: argilla e polvere nei parchi; i cassoni spariscono sotto la montagna dei rifiuti appestando le vie, perché gli addetti alla raccolta scioperano, noncuranti dei sindacati; sotto il sole brulicano topi, vermi, insetti. Ogni tanto la Metropolitana chiude i battenti senza preavviso. Frequenti black-out fermano i computers. Esplodono risse nelle banche. Dai rubinetti cola un filo. I meteorologi non sanno più dove battere la testa. *** Sabato 1 novembre. Dalle mie parti a Ognissanti riapparivano i cappotti. Qui uomini e donne vestono da tarda estate. L’unico raccolto ricco è la vendemmia anticipata ad agosto, quando s’erano già dischiusi i ricci degl’ippocastani. Alberi intisichiti conservano foglie secche. Ai bei tempi li spogliavano le piogge. Ma i particolari del clima non fanno più notizia. Siamo alle epifanie mistiche. Dagli schermi parla un monaco. Niente l’apparenta a Savonarola: obeso, molle, labbruto, vagamente beduino, eunucoide, sornione; le parole gli escono rade; lampi astuti negli occhi smentiscono l’aspetto indolente. L’ho chiamato monaco, tale essendo l’abito, ma i modi non sono d’uno che abbia regola o superiori. Forse non è nemmeno prete, sebbene porti cappuccio, tonaca, mantello, una divisa quasi domenicana vieux style. Inutile dire cui prosit e chi tenga le fila. Siamo figure d’un arcaico film espressionista tedesco: il governo ha serie difficoltà col pubblico i cui occhi pesano l’affarista stregone; occhi freddi; e nessuno s’aspetta che imiti i mercanti onestamente sfortunati portando i libri al Tribunale. Da qualche tempo taceva: équipes tecno-negromantiche studiano incantesimi ad hoc; vengono utili anche le sciagure climatiche; e imbroglia riforme costituzionali. Non gli bastano i poteri, ne vuole ancora. Il Parlamento, dov’è padrone, li voterà. *** Venerdì 7 novembre. L’ho visto e sentito, un sermone iconograficamente ricco: dei diavoli volano basso a colpi d’ala pesante; angeli corruschi li caricano dall’alto; mostri marini, mischie, bagliori rossi negl’interni d’inferno dipinti da Bosch. Argomento l’Apocalisse, cap. VI. I quattro cavalieri portano cataclismi: sole nero; le stelle cadono, simili ai frutti d’un fico squassato dal vento; il cielo s’arrotola quasi fosse pergamena; re, principi, dignitari, magnati, ricchi, liberi, servi, s’intanano perché l’assiso sul trono e l’Agnello non trattengono più l’ira. Ripeteva ad litteram i versi, senza chiose, a voce sorda, ruotando gli occhi nelle lunghissime pause, e almeno il testo fosse tradotto seriamente. Riconosco la mano d’un garrulo prete-letterato morto vecchissimo tanti anni fa: «equus pallidus» diventa «cavallo verdastro»; «Infernus sequebatur eum» gli pareva debole, sicché inventa una sarcofagìa; l’Inferno inghiotte i cadaveri. Diciassette versetti riempiono un’ora: mi veniva il latte ai gomiti ma, recitato da Frate Nero, il kitsch biblico truculento prende nelle midolla il pubblico dedito ai fescennini televisivi; sui visi passa lo stupore che incutono i numina. *** Domenica 16 novembre. Istruito dalla maga su come scendere all’Ade, Odisseo naviga in capo al mondo nel paese dei Kimmerioi, dove regnano nuvole, nebbia, notte: e ha del cimmerico questa lugubre estate dalle notti ormai lunghe; dissolte le foschie mattutine, il sole scalda nemmeno fosse uscito dalla rotta, come l’egizio racconta a Solone. Ieri nuotavo nella piscina riscoperta. Corrono scommesse sul nuoto en plein air sotto Capodanno. Pare sbollita l’inquietudine aggressiva dei mesi scorsi. Le Camere lavorano trasversalmente alle riforme chieste dallo stregone: pochi dissentono; anche gli oppositori rispettosi auspicano governi forti. Sotto la barba portano lo stesso distintivo, variamente configurato: K. se ne accorge, inorridito, dopo l’interrogatorio nella sala delle udienze; qui la cosa appare ovvia. Piovono stereotipi truffaldini. Ad esempio, niente impone d’essere contrari su tutto: l’idea buona resta tale anche se viene ex adverso; le persone passano, mentre gl’istituti restano; la vera politica non è nevrosi fobica. Frate Nero arriva al settimo sigillo. Che adoperi quella ridicola versione (me la sono consultata), consta da un verbo dialettale: l’angelo riempie il turibolo col fuoco dell’altare; indi «lo sgnacca» sulla terra, dove scoppiano grida, lampi, tuoni, terremoti. Sette suoi confrères suonano tube funeste: la prima manda grandine e fuoco misto a sangue; inceneriti un terzo del pianeta e un albero su tre, nei due spicchi superstiti, suppongo, ma sono minuzie aritmetiche. Non rimane nemmeno un filo d’erba; suona meglio il latino: «omne fenum viride combustum est». Ieri nel parco, al crepuscolo, una banda suonava il «Dies irae». Come sfilano arcigni i penitenti. *** Venerdì 28 novembre. Il salotto televisivo ospita un’accademia de supernaturalibus. L’esorcista, vecchio signore al quale non mi affiderei se fossi infestato, parla delle partite col Maligno, talvolta estenuanti: inutile dire chi vinca; Iddio gli presta man forte. Ex-indemoniati narrano piccoli horribilia. Esaurita la parte sperimentale, dissertano ignoti intellettuali: riscuote applausi uno dagli occhi troppo mobili raccontando commerci con gli angeli; l’agnostico rende ossequio alle visioni spirituali del mondo. Frate Nero predicherà l’Avvento. Guai a chi ride quando passano i penitenti. Non che lo spettacolo diverta, anzi stringe lo stomaco: solo uomini, tutti neri, dal cappello alle scarpe; battono passi rigorosamente sincroni. Stavolta li guida una gigantesca Madonna sostenuta da otto guardie del corpo: altrettante marciano al loro fianco; se la passano con acrobatica souplesse, rispettando la cadenza. Mosse simili richiedono esercizio, né s’erano mai viste messinscene così manierate: cappelli, abiti, cravatte, scarpe eguali, forniti dallo stesso trovarobe; i visi spariscono sotto la maschera comune. Quanto denaro corre, bisbigliano due increduli. I fogli rispettabili dedicano larghe cronache all’ormai frequente pio evento: spendono il meglio dei rispettivi talenti editorialisti, rubricanti, occhiellatori, columnists, calligrammisti, spennellatori d’aggettivi, in chiavi multiple, dalla compunta all’entusiastica; ognuno scova significati profondi; e i venti caldi portano profitti al mago. Pende una luna che non ricordo d’avere mai visto tanto gonfia, rossastra, pericolosa: somiglia alla faccia dell’orca in abito talare e tuba, alta fino al soffitto; mi perseguitava negl’incubi infantili camminando a passi lenti nelle stanze buie. L’aneddoto egizio costituisce un precedente da meditare, come le storie della campagna russa napoleonica in mano ai generali tedeschi più colti nel novembre 1941. Ma forse siamo solo indietro d’una stagione e l’autunno comincia dal solstizio d’inverno. *** Mercoledì 3 dicembre. L’orribile bel tempo non dà tregua, «ce désordre affreux» (Racine, Phèdre, nel «Récit de Théramène», sul quale rileggo Leo Spitzer): «flamme noire», «funestes bienfaits» e simili oxymora; ieri erano percettibili 27°. L’Avvento porta cose nuove al teatro meteoro-politico-religioso. Frate Nero somministra al pubblico 11 versetti del nono capitolo, dove al suono della quinta tromba cade una stella dal cielo e il sole affoga nel fumo del pozzo, mentre cavallette-scorpioni rombanti, con i capelli lunghi, corazze, denti da leone, tormentano chiunque non abbia sulla fronte il «signum Dei»: dura cinque mesi il tormento; li comanda l’angelo dell’abisso, Abaddon, alias Apollyon ovvero Exterminans. Recitato ancora più lentamente, l’episodio incatena lo scelto pubblico sul quale passa l’obiettivo nelle pause lunghissime. Stavolta spende parole sue, un asfissiante abracadabra: a parte misteriosi neologismi, corrispondono ai lemmi del vocabolario, prese una ad una; combinate, non significano niente. Rimpiango non essermi annotato degli esempi. L’uditorio le beve. Alla fine cambia registro, dall’esoterico al familiare: non illudetevi che l’inverno porti sollievo; il sole avvelenato è un castigo; lo subiremo cinque mesi dal prossimo solstizio, fino al 21 maggio, ogni giorno più crudele del precedente; poi tutto dipenderà dalle penitenze. «Misericordia!», ulula il pubblico-attore collettivo. Grida a comando, il panico però sa d’autentico. Siamo alla discovery politica: Frate Nero esibisce poteri da mediatore cielo-terra (almeno nella penisola governata dal mago); incombono 5 mesi e 20 giorni d’estate infernale; possiamo uscirne soltanto attraverso adeguate catarsi; le indicherà lui. L’indomani, su colonne laiche, quindi empie, un climatologo pronostica venti atlantici e tanta acqua nel solstizio d’inverno, spiegando le serie causali: tiriamo il fiato, almeno noi meno spirituali; è come ascoltare Aristotele, dopo tanti caldei. Furente nel vedersi contraddetto, Frate Nero ripete la profezia: patiremo le cavallette-scorpioni 5 mesi dal 21 dicembre; e mugola i versetti 13-21. Chiamati dalla sesta tromba, i quattro angeli incatenati sull’Eufrate sterminano la terza parte degli uomini guidando cariche letali d’una cavalleria che vomita fuoco, fumo, zolfo. *** Martedì 9 dicembre. Le midolla bollono. Formalmente impegnato dal verbo profetico e sostenuto dall’impero mediatico, Frate Nero continua lo show apocalittico. Ogni giorno alle 3 pomeridiane, ora mistica, muove una processione della penitenza. Seguitano rapidi i lavori parlamentari sulle riforme richieste dal mago. Rombano campagne cristiano-scientologiche sulla Parola rivelata. Vanno in onda Le soirées de Saint-Pétersbourg. Irrompe un tale, presentandosi come mio junior partner d’oratorio e scuola: vero, lo identifico; sono fatti d’almeno 60 anni fa. Dopo un monologo assordante de omnibus rebus mundi et quibusdam aliis, variato da sprazzi d’ilarità piuttosto nera, chiede d’usare il bagno. Uscito, estrae un suo ordine del giorno nel quale esponenti della società civile, estranei alla politica militante, difendono i valori negati dal radicalismo libertino. Non è la mia partita. «Pensaci, siamo nella ventiquattresima ora». Sapesse quanto daffare ho. Anche lui e corre, cursore volontario più che agente en titre. Da ieri sera spira uno scirocco che inquina le meningi. I penitenti hanno dei segni dalla loro e la curva termica li incanaglisce: da come sfilano lo spettatore direbbe che abbiano vinto; gl’istografi segnalano un aumento del pubblico sensibile, ma nutro qualche dubbio, notoria essendo la ribalderia con cui il mago adopera le sonde. *** Lunedì 15 dicembre. Coup de scène. Da stanotte Frate Nero sta «in vinculis», come scrivono gli avvocati latinisti, colpito da un provvedimento cautelare che lo qualifica estorsore: né c’entra l’Apocalisse; gesta d’ordinaria delinquenza, un lungo record da specialista nel captare teste deboli. L’evento lascia tramortiti gli sponsores ma la catalessi dura appena un’ora. La rompono furibonde emissioni dalla specola: è l’ennesimo colpo proditorio d’una magistratura eversiva, refrattaria allo Stato democratico; urgono risposte immediate. Eccole: seduta stante, le Camere deliberano un’inchiesta sul complotto giudiziario; il ministro manda gl’ispettori. I media annunciano riti strepitosi. Nemmeno una sillaba sul merito della questione, se Frate Nero sia uomo pio o professionista dell’estorsione. *** Venerdì 19 dicembre. Lo schieramento governativo è diviso: gli alleati infidi recriminano sulla condotta dell’affare meteorologico; solo dei tecnocrati idioti potevano scegliere un gaglioffo quale uomo-simbolo, nel momento in cui le cose vanno male. Ma siccome factum est, bisogna chiudere i ranghi. Interloquiscono finti oppositori: non approfitteranno dell’episodio, né arrischiano giudizi temerari; l’arresto è mossa dell’accusa; i processi diranno come stiano le cose. Insomma, union sacrée: i dialoganti rispondono all’appello; i dissidenti ostinati mietono invettive; la più blanda è «ossesso». Mancano 24 ore al clou. Se domenica il sole morde, Frate Nero ripiglia quota. Non è buon segno l’effusione lirica su sette colonne nel quotidiano laico cum iudicio: un salmista rosa soffia parole quasi fossero zucchero filato, indi grida, torcendosi le budella dell’anima; teste secche e storte distillavano veleno illuministico; specchi falsi riflettono fatti senza ombre; credevano d’avere espulso il mistero ma ecco, erompe, et coetera. Ringrazi Iddio che non esiste un tribunale dello Spirito, con metaforico patibolo, altrimenti vi salirebbe piagnucolando: «cantavo a piena gola»; «non tollero i birignao», risponde il giudice distogliendo lo sguardo. Le cosiddette anime sono macchine neuropsichiche: ognuna lavora secondo il codice inscrittovi dall’onnipotente Ingegnere; sant’Agostino docet. Nel disegno cosmico costui lavora al servizio canoro. Naturale che scriva così. L’allarmante è pubblicarlo nell’antivigilia dello iudicium Dei. Vogliono riassicurarsi? Com’era prevedibile, l’oppositore dialogante rende ossequio all’ineffabile, negando ogni parentela con i monchi dell’organo spirituale. Poveri noi se dopodomani sale un sole maligno, quando i calendari lo danno morto. Nella Phaèdre avvampa una fiamma nera: non ricordo se lo dica lei o Teramene, quinto atto; Fedra, «la splendente», nasce da Pasifae, «tutta luce», e Minosse, re degl’inferi. *** Domenica 21 dicembre. Ieri sera la luna aveva l’aureola che nella sapienza contadina significa pioggia o neve. Sognavo distese bianche. Non so cosa m’abbia svegliato. Le 5. Apro le persiane: piove fitto, un’acqua sottile e quieta; dev’essere appena cominciata, se no vedrei dei rigagnoli sull’asfalto lustro lungo i marciapiedi. *** Venerdì 26 dicembre. Piove da 101 ore, senza convulsioni temporalesche: acqua dal fruscìo lieve; vista contro il cielo, forma una cortina grigia. Non esistono più Frate Nero, angeli massacratori, cavalli ignivomi. Nasce da sola una festosa controsfilata natalizia, ombrelli d’un serio nero chic, ombrellini da chanteuse, ombrelloni a spicchi. Cattivo gusto, deplorano pulpiti neutrali: che iattura sarebbe rompere l’intesa sulle supreme questioni; sinora tace la destra realpoliticante d’una equivoca sinistra, ma non è mistero che i moti spontanei siano aborriti dal molto manovriero parlatore ex cathedra. La processione degli ombrelli manda in bestia un mangiafuoco dell’opinione cosiddetta indipendente: è patologia psichica l’impulso all’adunata, strepita; e cita Freud sull’Io dissolto nel vaso bollente d’una folla. Pagine culturali cantano le filosofie aperte al soprannaturale. Franco Cordero