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 2003  dicembre 31 Mercoledì calendario

La rivoluzione messicana poteva funzionare soltanto sullo schermo di un cinema, il Giornale, 31/12/2003 «Davvero non c’è nessuna guerra negli Stati Uniti?»

La rivoluzione messicana poteva funzionare soltanto sullo schermo di un cinema, il Giornale, 31/12/2003 «Davvero non c’è nessuna guerra negli Stati Uniti?». «Sì, è proprio così». «Ma allora come passate il tempo?». In questo scambio di battute fra John Reed e Pancho Villa c’è tutto il Messico del primo Novecento. Biografo delle rivoluzioni, Reed si allenò a raccontare quella messicana nell’attesa dei dieci giorni bolscevichi che avrebbero sconvolto il mondo. Villa si limitò a incarnarla con la stessa naturalezza con cui montava a cavallo. Il termine «macelleria messicana» usato da alcuni membri del Cln italiano allorché Mussolini venne appeso per i piedi rimanda a quell’esperienza. Il Messico fu la prima grande macelleria del Ventesimo secolo. Sul suo vendere carne rivoluzionaria e non carne da cannone il dibattito resta aperto. Fra il 1910 e il 1920 vennero rovesciati quattro presidenti, Diaz, Madero, Huerta, Carranza, assassinati i due leader militari più popolari, Villa e Zapata, si arrivò al milione di morti. Risultò alla fine vincitore il generale Alvaro Obregòn che governò, si fa per dire, ancora per otto anni, fece fuori i tre candidati alla presidenza che in quell’arco di tempo lo avevano sfidato, sprofondò il Paese sempre più nel sangue e nel caos economico, finì morto ammazzato durante un banchetto al ristorante La Bombita: cinque pallottole gli devastarono la faccia. Quasi per consunzione alla fine il Messico si ritrovò a identificarsi con il Partido Revolucionario Nacional che nel suo essere favorevole alla democrazia, e nel suo divenire istituzione univa in sé gli attributi del partito unico e dello Stato, cooptava gli avversari politici nella spartizione del potere, garantiva formalmente un regime parlamentare. Con qualche scossone, qualche aggiustamento sanguinoso, qualche febbre perniciosa si è proceduto così per tutto il Novecento. Nel saggio di Frank Mc Lynn Villa e Zapata (il Saggiatore, pagg. 508, euro 22) il tentativo di spiegare in chiave storico-scientifica cosa realmente successe si infrange di fronte a una serie di eccezioni. La rivoluzione del 1910 non nacque per effetto di uno stato di guerra (come in Russia, in Cina, nella Francia della Comune), o per un dissesto economico a esso legato (le casse vuote di Luigi XVI dopo la guerra d’indipendenza americana, da cui la convocazione degli Stati Generali), ma per una questione effimera di procedure elettorali. La presa del potere politico non provocò una successiva trasformazione economica (l’esempio cubano, russo o cinese) né un reale mutamento di sistema. Rimase un conflitto interno a una borghesia già esistente, dove il capitalismo si rinsaldò modernizzandosi. Il cosiddetto zapatismo, ovvero, schematizzando, «la terra ai contadini», fu un fenomeno minoritario e localistico e Zapata non pensò mai al Messico come a un’unica entità nazionale, ma sempre alla «patria chica» del Morelos, il sud dei pueblos. Nota Mc Lynn che i cambiamenti maggiori riguardarono l’atteggiamento delle classi popolari: un’accresciuta coscienza civile, una certa emancipazione femminile, la mobilità geografica fatta di marce, esodi, migrazioni che modificò la geografia sociale fino ad allora rimasta immutabile. Ma è difficile vedere in questo turbinio la volontà del cambiamento. Anche la Prima guerra mondiale provocò in Europa un fenomeno di modernizzazione e di democrazia di massa, ma non lo si può intendere nell’ottica rivoluzionaria di un cambiamento cosciente dello status quo. A chi guarda la rivoluzione messicana con l’occhio della comparazione non sfuggono altre particolarità. Nessuna delle sue principali figure riuscì a morire di morte naturale nel proprio letto e la stessa sorte toccò alla maggioranza degli altri attori, protagonisti o caratteristi che fossero. Certo, anche la rivoluzione bolscevica vide l’eliminazione progressiva della propria classe dirigente, ma in Messico tutto avvenne in modo ancora primordiale, meno raffinato, se vogliamo, ovvero meno ideologico. Le purghe e i processi staliniani si inserivano in un meccanismo che si voleva razionale e che in quanto tale esaltava, falsificandole, procedure di giustizia proletaria, laddove la mattanza centroamericana era una sorte di roulette dove tutti tiravano la pallina e nessuno aspettava che il croupier chiamasse il numero uscito. Dal punto di vista militare, fu una guerra civile ad alta tecnologia: la dinamite, la ferrovia, le troupe cinematografiche al seguito, persino l’aviazione. E tuttavia anche qui l’elemento principe non fu un uso raffinato, moderno della stessa, bensì indiscriminato, quasi fanciullesco nel suo eccesso, micidiale eppure grottesco, strettamente collegato a un individualismo fatto di cariche di cavalleria fortunate o dissennate, regolamenti di conti, fucilazione, saccheggi, stupri, duelli alla pistola ma anche duelli a colpi di cannone... Biografo di due vite a loro modo esemplari, McLynn cerca attraverso di esse di ricostruire, come dice il sottotitolo del suo libro, «una biografia della rivoluzione messicana». Quello che ne viene fuori è una cavalcata, anche qui, spavalda e fragorosa, dove però il fascino sanguinoso che da essa emana non è in grado di farsi qualcosa di altro e di più grande, un’utopia che giustifichi o compensi il macello che porta con sé. Nel 1914, quando Villa e Zapata si incontrano ai giardini galleggianti di Xochimilco, subito fuori Città del Messico, e due giorni dopo entrano nella capitale e poi nel palazzo presidenziale, nessuno dei due in realtà sa cosa vuole. O meglio, entrambi sanno cosa non vogliono: il potere supremo che la vittoria ha messo nelle loro mani. Non sanno che farsene perché non ci hanno mai pensato, l’idea stessa li spaventa. Per loro aver vinto è aver fatto la rivoluzione. Punto e basta. Come ha notato lo scrittore messicano Octavio Paz «colui che rifiuta il potere sarà distrutto dal potere attraverso un fatale processo di ritorno». L’incapacità dei leader a costruire un progetto politico va di pari passo con il tipo di seguito da loro posseduto. L’epopea messicana è un susseguirsi di tradimenti, cambi di campo, alleanze effimere, promesse mancate. Nella sua nota introduttiva l’autore riconosce un debito nei confronti di tre grandi libri sul Messico, quelli di Knight, di Katz, di Womack, ma è un altro il nome che fa riflettere, ovvero l’accenno fatto «ai film di Sergio Leone». E infatti, poche caratterizzazioni di quella rivoluzione furono così esatte, nel combinato disposto di avventura, cinismo, ideali perduti, balbettamenti ideologici, come le pellicole del regista romano. In Giù la testa c’è tutto ciò che il Messico rappresentò come prova generale di quanto sarebbe successo dopo, una guerra civile che si poteva nobilitare prestandole dei risvolti etici e dottrinari che essa non aveva, uno scontro in cui gli elementi distintivi del coraggio e dell’intelligenza individuali ancora non erano stati fagocitati dalla «guerra di materiali» che di lì a poco sarebbe scoppiata in Europa, un cameratismo delle armi premoderno e rafforzato dalla natura del terreno di scontro, un machismo all’ennesima potenza in parte riscattato dalla profondità delle passioni e da un’idea se non di invincibilità quanto meno di disprezzo per la morte. Se ci fu una rivoluzione cinematografica questa fu la rivoluzione messicana. E infatti funzionò solo sullo schermo. Stenio Solinas