Paolo Isotta Corriere della Sera, 23/12/2003, 23 dicembre 2003
La schizofrenia del Maestro Thielemann e il dolore di Isotta, Corriere della Sera, 23/12/2003 Dopo l’inaugurazione, anzi consacrazione beethoveniana, della ricostruita Fenice di Venezia, atta la sala a ospitare solo concerti per il complesso collaudo, ripeto, dei meccanismi scenici, il teatro organizza una sorta di Festival di altissima qualità coll’ospitare direttori e orchestre dei più illustri
La schizofrenia del Maestro Thielemann e il dolore di Isotta, Corriere della Sera, 23/12/2003 Dopo l’inaugurazione, anzi consacrazione beethoveniana, della ricostruita Fenice di Venezia, atta la sala a ospitare solo concerti per il complesso collaudo, ripeto, dei meccanismi scenici, il teatro organizza una sorta di Festival di altissima qualità coll’ospitare direttori e orchestre dei più illustri. Tutto, sebbene ne valesse la pena, non son riuscito a seguirlo; almeno uno m’interessava particolarmente, Christian Thielemann a capo della londinese Philharmonia. Confesserò apertamente la ragione: tutto il mese di dicembre è stato per il critico del ”Corriere” un giustificatissimo peana-Muti, ancorché esso critico dissentisse dal Maestro su argomenti non di secondo piano, quali la lingua in che cantare il Mosè inaugurale della Scala e la scelta, erronea, della protagonista femminile dell’Opera. Quanto piacere avrebbe il critico nel trovare e lodare un altro grande direttore senza ricadere sul solito suo concittadino. Thielemann è tra l’altro uno dei Maestri che rappresentano un grave imbarazzo per la Scala a causa del loro non esservi invitati né in stagione lirica né sinfonica. Dopo questo concerto ho compreso che il motivo sta solo nella piccineria di chi redige i cartelloni, ma se così non fosse un vero Direttore Artistico ben potrebbe ripararsi dietro l’argomento: non lo invito giacché solo il maestro Siciliani avrebbe potuto entrare nella testa di costui. Credo all’incirca quarantenne, Thielemann è attualmente direttore della Deutsche Oper di Berlino, che lascerà l’anno venturo per assumere la direzione stabile dei Filarmonici di Monaco. Per un periodo, dovevano essere più o meno dieci anni fa, fu la star dell’Orchestra romana di Santa Cecilia. In quell’occasione lo conobbi la prima volta, in una straordinaria esecuzione della Messa in Do maggiore di Beethoven. Già il fatto esser quest’Opera un capolavoro disprezzato dalla dottrina come dalla pratica e la sua scelta da parte del Maestro m’impressionò assai. L’esecuzione, piena di sensibilità oltre che prodiga di tutte le astuzie tecniche, la bellezza del gesto del Maestro, in particolare il suo impiego del braccio sinistro, accesero in me un’ammirazione fortissima per lui. Poi Thielemann passò a una posizione di predominio al nostro Teatro Comunale di Bologna. Ascoltai un Cavaliere della Rosa di rarissima finezza sotto la sua bacchetta. Ma non capii come un simile musicista avesse potuto farsi guastare la testa dai dirigenti il Teatro coll’accettare una regia scandalosa e miserabile in un suo inane tentativo di provocazione e una compagnia con troppi buchi. è cretino o fa il cretino?, mi domandavo. L’anno successivo capitanò un Tristano imperniato sulla regia d’una povera disgraziata orfana della Repubblica Democratica di Ulbricht. Anche in quella circostanza una sorta di silenzio-assenso da parte sua costituiva approvazione del progetto scenico. E già da allora, guardate la schizofrenia, egli tendeva a costruirsi un personaggio da Guardiano della Musica, secondo l’indimenticabile immagine coniata da Adorno per Furtwängler ma in realtà molto più appropriata per il sottovalutato Eugen Jochum. In altre parole, Thielemann pareva rivendicare un ruolo etico oltre che tecnico, manifestando però fin d’allora di possedere le doti solo per il secondo. Al Tristano non mi disturbai ad andare. Ed eccomi di fronte a lui dopo alcuni anni nei quali, se ho compreso lacerti di notizie, la sua rivendicazione di Custode della Tradizione s’era fatta più ufficiale e più forte. Eccomi vederlo dirigere un’eccellente orchestra inglese, la Philharmonia, dal suono inclinato verso quel brillante che pare l’antitesi delle concezioni di Thielemann. Tale il programma: 1) Lohengrin, Preludio atto I, esecuzione eccellente; 2) Intermezzo della Manon Lescaut di Puccini, scelta geniale giacché il primo pezzo «tristanico» della musica italiana era seguito dal Preludio e Finale dello stesso Tristano di Wagner. Seconda parte: Morte e trasfigurazione di Strauss, al quale, geneticamente, nulla può seguire. E invece Thielemann chiude col Till Eulenspiegel che, così collocato, è un vero errore di grammatica. Siamo esterrefatti. Geniale com’è, Thielemann legge Strauss in maniera entusiasmante, alla quale non sapresti trovare un difetto, non dirò tecnico, di struttura, inquadramento, ethos. E il gesto mai eccessivo ma preciso, parco ed espressivo, aiuta a comprendere una natura di direttore nato. Di Puccini va detto lo stesso, con l’aggiunta d’una sontuosità di suono rara in un brano che s’esegue in buca, non sulla pedana. Ma veniamo al Tristano. Il Preludio è eseguito con una tale discrezione e pudicizia, addirittura talora non rispettose di precisi segni d’espressione, da farti pensare a un musicista asceta. Però costui con un’orchestra non sua, in una sala dalle caratteristiche acustiche ignote a tutti, dispone il timpano nel luogo più sbagliato possibile. Nel Finale gli attribuisce così ruolo protagonistico mai sognato da Wagner. Attacca il pezzo a una lentezza tale che nemmeno i fiati della Flagstadt l’avrebbero sorretta. Poi, insensibilmente e con molta abilità, arriva al tempo giusto: intanto il contrappunto orchestrale non è trasparente, temi degli strumentini paiono ombre. Al finale lunghissimo crescendo si attiene alla disposizione di «non accelerare», ma all’ultimo cede. Ancora al timpano un ruolo indebito. Sull’ultimo accordo di Si maggiore egli trascura la capitale disposizione: crescere dal piano e, a metà battuta, diminuire al silenzio. Strauss, ripeto, non potrebbe esser meglio oggi al mondo eseguito, anche per continuità e senso della forma: salvo la brutale inversione dell’ordine dei Poemi e, ancora, una volta, il ruolo del timpano. Nell’uno come nell’altro esso funge a volte da partecipante allo sviluppo tematico-contrappuntistico, altre da base armonico-timbrica. Qui non era possibile distinguere i due. Quasi non richiesto, un bis, l’Ouverture dei Maestri Cantori. Che tempo lento!, sentivo dire attorno a me. Era velocissimo, ma la pesantezza del suono orchestrale tale lo faceva ai non tecnici apparire. Ho resistito poche battute. Ecco. Da quanto dico sembra emergere la necessità d’una perizia psichiatrica per sospetta schizofrenia, artistica, e poche volte ho provato tanto dolore nello scrivere. Paolo Isotta