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 2003  dicembre 23 Martedì calendario

Il gatto cinese si liscia i baffi all’ombra del nuovo millennio, La Stampa, 23/12/2003 Le rivoluzioni, quelle che cambiano la storia dei popoli e si fanno poi simbolo di mondi nuovi, non sempre arrivano con la ribellione di masse lanciate all’assalto della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno o anche d’un vecchio Muro ideologico ormai in rovina; possono arrivare pure con un semplice dispaccio d’agenzia

Il gatto cinese si liscia i baffi all’ombra del nuovo millennio, La Stampa, 23/12/2003 Le rivoluzioni, quelle che cambiano la storia dei popoli e si fanno poi simbolo di mondi nuovi, non sempre arrivano con la ribellione di masse lanciate all’assalto della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno o anche d’un vecchio Muro ideologico ormai in rovina; possono arrivare pure con un semplice dispaccio d’agenzia. E l’annuncio, ieri, dell’agenzia ufficiale ”Nuova Cina” che Pechino sta per dichiarare «inviolabile la proprietà privata acquisita legalmente», quell’annuncio vale davvero una rivoluzione. Ora un tempo si chiude, Mao e Lenin (e Marx) già statue di marmo, diventano mummie perfino ingombranti nelle dinamiche frenetiche che stanno mutando radicalmente paesi, politiche, culture, la nostra stessa memoria collettiva. In questo nuovo tempo, Pechino si propone come l’unico vero «competitore» degli Stati Uniti (così l’ha comunque definito un documento del Dipartimento di Stato, cambiando la vecchia dizione di «partner» e ufficializzando, dunque, una drammatica escalation strategica, tanto militarmente quanto politicamente). La Cina aveva già messo da parte Mao, la Rivoluzione Permanente, i rigori fanatici delle Guardie Rosse, l’eredità ideologica del marxismo; lo aveva fatto con i modi e con lo stile che - da Deng Xiaoping in poi - hanno sempre segnato le lente trasformazioni d’un processo che è apparentemente immutabile nei propri riti e nelle formulazioni ufficiali d’una gerontocrazia d’apparato, ma che in realtà è travolto da autentiche svolte epocali, con una correzione continua della ortodossia cui obbedivano i partiti comunisti al potere. E l’ultimo congresso del Pcc, a ottobre dello scorso anno, aveva deciso di legalizzare la proprietà privata, ma non ne aveva dato un vero annuncio ufficiale. La scelta votata dai 2000 delegati che affollavano il solenne edificio della Grande Assemblea del Popolo era stata anche accompagnata da un dibattito, però il partito aveva rinviato la sanzione pubblica di quella decisione, destinandola a un tempo successivo, un tempo nel quale il passaggio obbligato attraverso una modifica della Costituzione dell’82 sarebbe stato presentato come una proposta da sottoporre al Comitato permanente dell’Assemblea. La stanca metodologia burocratica dentro la quale finiva per essere assorbita quella scelta tendeva, ovviamente, a ridurne la portata e l’impatto; che tuttavia non sono rilevanti se non in termini di lettura simbolica, perchè lo scontro sul ruolo dell’iniziativa privata (in opposizione al ruolo delle imprese pubbliche) che segna oggi le decisioni della leadership cinese ha un ridotto contenuto ideologico, ed è trascinato piuttosto da motivazioni di stretta natura economicistica: cioè quale sia il miglior rapporto tra investimenti bancari e risultati produttivi. Come ebbe a dire Deng, che «non è essenziale che il gatto sia bianco o nero, l’essenziale è che acchiappi i topi», la nuova Cina che da quasi 20 anni cresce a un tasso d’incremento costante del 7 per cento non bada più ai proclami rigidi della vecchia cultura marxista, e alle formulazioni d’una politica di governo bloccata dal rispetto dei canoni ideologici; lo sviluppo economico, e l’uscita da una condizione di marginalità produttiva, sono diventati gli obiettivi reali che legittimano l’assunzione al potere degli eredi di Mao. I rituali appaiono immodificati, «contadini, operai, e soldati» vengono sempre magnificati come l’energia pura della Rivoluzione; e però, poi, più del 90 per cento dei delegati dell’ultimo congresso del Pcc aveva una laurea, e i militari sono precipitati dall’8° posto della gerarchia ufficiale al 21.mo e al 22.mo posto. E nel congresso gli imprenditori hanno avuto una propria rappresentanza ufficiale, con una distorsione della ortodossia che soltanto la crescita economica ha reso digeribile ai quadri del partito (funzionari comunque che per quasi due terzi sono venuti fuori dal tempo nuovo delle riforme). Un pragmatismo, spregiudicato intimamente, ma formalmente controllato, sta segnando la sfida che Pechino porta al proprio passato, nel tentativo di ricuperare - attraverso la crescita economica - il ruolo e la potenza dell’antico Impero Celeste; è una sfida che impegna la Cina in un confronto di lungo tempo con l’Occidente, e il passaggio attraverso la legalizzazione della proprietà privata è solo una tappa, nemmeno d’importanza strategica. La Cina sta sostitudendo gli Usa come destinazione prioritaria dei flussi internazionali d’investimento: il gatto si liscia i baffi, all’ombra del nuovo millennio. Mimmo Càndito