Geminello Alvi CorrierEconomia, 22/12/2003, 22 dicembre 2003
L’economia italiana nel 2033, vista da Geminello Alvi. Il Giubileo del 2025 raccontato da Andreotti, CorrierEconomia, 22/12/2003 Se nel 2033 l’Italia ancora esisterà, del che potrebbe dubitarsi come dell’esistenza dell’euro, qualcuno certo sul ”Corriere della Sera” s’occuperà ancora della sua economia
L’economia italiana nel 2033, vista da Geminello Alvi. Il Giubileo del 2025 raccontato da Andreotti, CorrierEconomia, 22/12/2003 Se nel 2033 l’Italia ancora esisterà, del che potrebbe dubitarsi come dell’esistenza dell’euro, qualcuno certo sul ”Corriere della Sera” s’occuperà ancora della sua economia. E costui, nostro successore, se sarà finita male, inizierà così la sua nota: «Gli italiani nel 2003 avevano avuto due decenni per accorgersi che la loro economia era in declino. Erano in verità molto aiutati a non badarvi dall’abitudine ad agire per dispetto, intenti nella guerra civile dei loro odi. Del resto proprio quanto in una generazione ci ha così impoverito, allora alleviava l’inizio del disastro. I profitti non mancavano, anzi erano alti, ma in essi c’era poca industria, tanto meno epica...». «Troppi industriali aspiravano alla politica, lucravano dalla finanza, ricercavano con puntiglio nicchie dove non vi fosse troppa concorrenza a dargli pensiero. Perciò il di più di profitti non divenne crescita, e l’esportazioni tornarono quelle che la Penisola aveva in quota mondiale nel commercio del Settecento. Intanto le banche, perse in vicende tutte romane di pomodori pelati e giornali di sinistra, pativano guai che un notista d’allora chiamò papalini, degni dei sonetti del Belli. Mentre a loro volta i lavoratori esecravano l’euro, per il diminuire del loro potere d’acquisto. E volentieri votavano gli scioperi selvaggi. Non volevano vedere che in Italia si lavorava da anni in minor proporzione e meno che altrove in Occidente...». «...La produttività minore spiegava i salari più bassi, impoveriti anche dalle tasse che servivano a pagare pensioni. Per le quali come per l’alte prebende statali, i sindacati li facevano sfilare in gottose e cupe sfilate. L’impoverirsi dei redditi riguardava tuttavia quella parte che viveva soltanto di redditi dal lavoro. Per l’altra, più vasta, c’era abbondanza di pensioni, di rendite, prebende, tanto che i patrimoni grandi o minuti seguitavano a crescere come i prezzi della casa e della terra. Le rendite e l’impigrirsi nel litigio rovinarono...». E finiamo qui perché è Natale e vogliamo farci il dono di non escludere che il nostro postero fra trent’anni concluda magari altrimenti: «Nei primi anni Duemila l’Italia pareva condannata a perdersi. I dispetti, l’avversioni senza disegno, come solo l’isteria vanesia di soubrette e comici tv potevano concepirle, dilagava invece della politica, già del suo immiserita. Peraltro evitare il declino non era affare di anni. Sarebbe dipeso dalla tenacia di noi allora confusi trentenni, che in una generazione rimediammo all’impigrirsi dell’imprese, all’uso d’una parte solo esigua del lavoro, alle rendite. Guai che avevano trovato nella crescita del debito pubblico il loro lievito, e a cui dunque solo la riforma dello Stato, il rifarlo tagliando le spese, avrebbe posto rimedio...». «...Mantenere l’avanzo primario in media al 5-6 per cento è stato il vincolo più prezioso di questi anni. Ha permesso oggi, nel 2033, di ritrovarci con un debito dimezzato, e costretto l’economia a riformarsi. La fine della spesa statale in pensioni ha permesso di diminuire le tasse sul lavoro, rinforzato i redditi dei lavoratori, che hanno ritrovato dignità. Giovandosi anche delle misure di conversione di una parte del debito in valori immobiliari, per cui diminuirono le rendite, e i valori abnormi di terre e case...». «...Il che generò nel momento più delicato l’aumento di domanda interna, che compensò il calo di quell’esterna. Aumentò l’uso del lavoro disponibile e tornò una crescita superiore a quella europea. Oggi non esiste più l’Inps, ma un sistema di mutue; in tutto il mondo l’agricoltura biodinamica, l’industria alimentare e le energie rinnovabili ci sono invidiate; soppresse le Regioni, l’Italia è Confederazione come doveva essere dal Risorgimento; una prospera area economica s’è amalgamata a noi nell’Europa orientale grazie alla nuova rete di trasporti e infrastrutture...». Scriverà così il nostro postero? Nel caso più benigno, che, come tutto quanto va a finir bene, a immaginarlo prima, non ci si crede. Ma questa voglia di sorprendersi, il desiderio di giovare non solo al proprio particolare, di sentirsi in un’epica fraterna è quanto dovrebbe scuoterci. L’Italia è una nazione non buona, come finge di credersi; resiste in attività nei suoi vizi. Per smetterli le sinistre dovrebbero smettere le loro ipocrisie stataliste; le destre trovare il coraggio d’un liberismo che bruci le rendite. «Certo, er penziere è un gran penziere santo, e vvedremo che diavolo n’essce. Però, bbeato chi cciarriva! e intanto magna cavallo mio, ché ll’erba cresce. Ma in quest’altri trent’anni, Angelo, dimme, che se fa...?». Gioacchino Belli, Sonetto 1347 del 10 novembre 1834. Geminello Alvi