[1] Luca Pagni, ཿla Repubblica 27/12/2003; [2] ཿCorriere della Sera 27/12/2003; [3] Giancarlo Radice, ཿCorriere della Sera 27/12/2003; [4] dall’intervista di Federico Fubini a Fabrizio Saccomanni, vicepresidente della Banca europea per la ricostruzione, 27 dicembre 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 29 DICEMBRE 2003
Il supereuro è una fregatura o merita il Pallone d’oro?. Luca Pagni ha scritto su ”la Repubblica” che «se venisse assegnato un Pallone d’oro per le migliori performance finanziarie, quest’anno un posto sul podio non sfuggirebbe di certo al supereuro». [1]
Partito sotto quota 1,05 dollari, a marzo il conflitto in Iraq gli ha fatto sfondare quota 1,10, a maggio alcune dichiarazioni del segretario Usa al Tesoro, John Snow, per il quale il cambio doveva essere fatto dal mercato, l’hanno spinto sopra quota 1,12. A giugno, nell’attesa di un nuovo taglio dei tassi d’interesse americani da parte della Federal Reserve, siamo arrivati a 1,19 dollari. Il 29 novembre è stato superato per la prima volta il rapporto di un euro per 1,20 dollari. A dicembre un record dopo l’altro: il 12, a causa di un inatteso calo nella fiducia dei consumatori americani, la moneta unica è arrivata a 1,2326 dollari. Appena cinque giorni dopo ha sfondato una nuova soglia, 1,24 dollari. [2]
«Molti operatori sono concordi nel prevedere l’euro scambiato a 1,25 sul dollaro entro il 31 dicembre.
Venerdì, con le borse europee ancora chiuse per le festività, la quotazione è arrivata dai mercati americani e asiatici. La moneta europea ha raggiunto il suo massimo di giornata a metà pomeriggio, 1,2455, per poi chiudere appena al di sotto, 1,2430. Le previsioni di un ulteriore rialzo potrebbero trovare conferma già nella seduta di oggi». [1]
«Ogni nuovo dubbio in grado di offuscare la solidità della crescita dell’economia americana si sta traducendo immediatamente in un ulteriore balzo della divisa europea.
Mercoledì scorso è stato il caso dell’inattesa battuta d’arresto negli ordinativi di beni durevoli da parte dell’industria americana: un calo del 3,1 per cento registrato in novembre, per un valore complessivo di 180,1 miliardi di dollari, che ha bruciato di colpo le attese innescate dall’incremento del 4 per cento che era stato invece misurato in ottobre. Un segno, secondo gli operatori di mercato, che il settore manifatturiero appare ancora molto cauto nelle strategie d’investimento. In particolare, il mese scorso sono diminuiti gli ordinativi in aree chiave come i computer, l’hardware per le telecomunicazioni, l’industria aeronautica». [3]
«Alla stragrande maggioranza degli economisti, l’euro appare sopravvalutato.
Secondo Asmara Jamaleh, di IntesaBci, il punto di equilibrio dovrebbe essere a quota 1,15-1,20 dollari, la stessa soglia cui fa riferimento la Banca centrale europea. Jamaleh ha anche offerto una stima sull’impatto che super-euro potrà avere sull’economia del continente: ”Se lo lasciassimo arrivare fino a 1,35 dollari - ha spiegato - il Pil europeo si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale”». [3]
«Più che di forza dell’euro, si dovrebbe parlare di dollaro debole. Operatori e speculatori che fin dall’inizio del 2003 hanno investito sulla divisa dei Dodici possono festeggiare. Non così governi e imprenditori del Vecchio Continente che con il dollaro in flessione si vedono sfuggire quote di mercato e la possibilità di uscire in tempi brevi dalla crisi economica degli ultimi anni. Venerdì, per la prima volta, anche un esponente della Banca centrale europea ha manifestato pubblicamente i suoi timori. Il belga Guy Quaden, membro dell’istituto centrale di Francoforte, ha affermato in un’intervista che ”un ulteriore apprezzamento dell’euro potrebbe mettere a rischio la ripresa dell’economia”». [1]
«Il dollaro debole è, in parte, una conseguenza delle scelte dell’amministrazione Bush e del presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, per favorire l’export americano e la ripresa interna.
Una politica che ha dato i suoi frutti, con la ripresa dei consumi e con il prodotto interno lordo statunitense salito nel terzo trimestre dell’anno dell’8,2 per cento. Gli ultimi dati congiunturali arrivati da Washington hanno, però, messo in crisi l’idea di un’America economicamente in salute. Provocando l’ulteriore deprezzamento del dollaro e dando ragione a quegli analisti che parlavano di ripresa drogata dalle spese militari, dai tassi di interesse vicini allo zero e dalla diminuzione del peso fiscale alle aziende, caposaldo della politica del presidente Bush». [1]
«Nei primi anni dell’euro dopo il debutto abbiamo assistito a eccessi verso l’alto del dollaro.
Che continuava ad apprezzarsi malgrado il deterioramento della bilancia dei pagamenti americana e poi anche della situazione del bilancio pubblico [...]. L’esperienza dice che a un eccesso da una parte tendenzialmente ne segue un altro dal lato opposto. molto difficile dire quale sia il punto al quale è giusto o è opportuno fermarsi: è una valutazione che in Europa può dare solo la Banca centrale europea [...]. Le autorità monetarie devono dare segnali al mercato quando questo si mette a operare a senso unico. In questi casi l’unica cosa da fare è ricordargli che esistono dei rischi di perdite nei due sensi, al rialzo e al ribasso. Non in uno solo. E questo si può fare in vari modi: dalle dichiarazioni, alle scelte sui tassi d’interesse, agli interventi di mercato con le riserve (Saccomanni)». [4]
«La Bce da sola può piegare la speculazione contro il dollaro, se le autorità americane non collaborano?
’L’America tradizionalmente ha sempre seguito la linea del benign neglect, un benevolo disinteresse, per il livello del biglietto verde sulle altre monete. C’era stato un abbandono di questa politica con Robert Rubin (segretario al Tesoro da ’95 al ’99, ndr), per il quale il dollaro forte era nel migliore interesse degli Usa. Ora sembra di capire che siamo tornati alla strategia del benign neglect”». [4]
«Allora Trichet si sbaglia di grosso? Parla a un muro?
’Trichet sta mettendo garbatamente in guardia gli Usa che questa loro strategia non è coerente con il migliore interesse degli Stati Uniti stessi. Del resto gli americani guardano molto meno di noi al tasso di cambio della loro moneta, ne sfruttano la posizione di valuta di riserva mondiale che viene emessa dal loro Paese”». [4]
«E il loro disavanzo-record della bilancia dei pagamenti, ormai non lontano dai 600 miliardi di dollari?
’Loro lo interpretano come un aumento della domanda di dollari dal resto del mondo, anche se sono il Paese più indebitato della Terra. Altri, che appunto non emettono una moneta di riserva, questi squilibri non se li possono permettere. Ora si parla molto anche negli Stati Uniti dell’importanza dell’Estremo Oriente per la loro economia ed è giustissimo: la Cina è un importante partner per gli scambi di beni reali. Ma se c’è una lezione che viene da Pechino, è che fra le monete è importante mantenere relazioni di cambio stabili”». [4]
«Anche l’euro sta conquistando lo stesso status di moneta di riserva internazionale che ha il dollaro?
’I dati sul 2003 e sul 2004 mostreranno un aumento in valori assoluti delle riserve monetarie in euro in tutto il mondo. Se è così, si tratta di un fenomeno che contribuisce a spiegare la lunga fase di rivalutazione della moneta unica. in corso una vasta ricomposizione dei portafogli privati e pubblici, cioè delle banche centrali, anche a copertura dei rischi di perdite sul biglietto verde”». [4]
Quasi tutte le banche centrali del pianeta nel 2003 hanno centrato il loro obiettivo, la stabilità dei prezzi.
Ma per molte, pressoché tutte meno la Federal Reserve americana, il 2003 rischia di rivelarsi un bagno di sangue finanziario. «Vero che sono sempre piene di riserve in dollari: a fine 2002, la Banca centrale europea le stimava nella fantastica cifra dell’equivalente di 2.400 miliardi di dollari nel mondo. Ma la gestione di questa massa di attivi ha subito gli effetti della svalutazione del biglietto verde». [5]
«La Bundesbank, la Banca centrale tedesca, potrebbe dover iscrivere a bilancio svalutazioni per circa 6 miliardi di euro.
[...] Con contraccolpi politici: le perdite a bilancio della Bundesbank, un ente che appartiene alle pubbliche amministrazioni della Germania, spingono ancora più in rosso il deficit federale, di un altro 0,3 per cento del Pil». [5]
Le riserve italiane in dollari sono aumentate fra il 2001 e il 2002 da 18,8 a 22,5 miliardi. «La scelta è legata all’opportunità per le banche centrali di disporre di ”munizioni” per eventuali interventi di mercato a difesa della propria moneta. Ovvero, per poter vendere dollari e comprare euro in caso di attacchi speculativi sulla valuta dell’Ue. Ma già nel 2002 i dollari emessi dal presidente della Fed, Alan Greenspan, avevano perso il 4 per cento del loro valore sugli euro. Per la Banca d’Italia ciò ha comportato svalutazioni di attivi per 822 milioni di euro nel 2003. Per quest’anno, invece, se si applicheranno le stesse dinamiche di bilancio, la perdita potrebbe risultare di circa 3 miliardi di euro: più o meno lo 0,3 per cento del prodotto lordo italiano». [5]
«Bankitalia non è la sola a perderci.
Nel suo recente rapporto sul ruolo internazionale dell’euro, la Bce segnala che l’anno passato il 64,5 per cento delle riserve delle banche centrali del pianeta era in dollari (in calo dal 67,5 per cento del 2000): circa 1.600 miliardi. Solo il 18,7 per cento era in euro (in crescita dal 15,9 per cento di tre anni fa). E proprio le perdite da ”mini dollaro” degli istituti d’emissione contribuirebbero ora all’impennata della moneta unica: secondo alcuni molte banche centrali cercano ormai di riequilibrare il portafoglio per coprirsi dai rischi di fluttuazioni valutarie. Con più euro in cassa, le perdite divengono minori in caso di svalutazioni del dollaro. Ma proprio la lenta ricomposizione delle riserve a favore della valuta di Francoforte contribuisce a spingerla verso l’alto. In una sorta di ”crisi di crescita”». [5]
«Difficile che la tendenza si rovesci prima di febbraio.
Allora, alla riunione di ministri delle Finanze del G7, i Paesi europei preparano la loro offensiva: spingeranno affinché il gruppo dei Sette Grandi chieda più chiaramente ai Paesi dell’Asia di assorbire l’impatto della caduta del dollaro. E rivalutino insieme all’euro, per contribuire a riassorbire un deficit commerciale americano ormai ai massimi di sempre». [5]
«Il fatto nuovo del 2003, in economia, è stato la Cina.
Il suo irrompere nella consapevolezza dei consumatori, dei produttori degli imprenditori del mondo industrializzato. Non avrebbe dovuto essere una sorpresa: la Cina era lì, che accresceva a vista d’occhio la sua potenza industriale e il suo ruolo nella redistribuzione del lavoro e nel commercio mondiale». [6]
«La sorpresa tuttavia c’è stata, quantomeno per larghi strati dell’opinione pubblica.
Nel 2002 di Cina si parlava poco, nel 2003 invece se n’è parlato moltissimo. Per lo più per esprimere paure. Perché si vanno a produrre in Cina cose che prima si producevano negli Stati Uniti, in Europa o in Giappone. Perché vanno verso la Cina investimenti che prima andavano verso la Romania, la Tailandia o il Messico. Perché sorgono in Cina, e in India, invece che altrove, nuovi laboratori e centri di ricerca anche nei settori più avanzati. La Cina è il nuovo grande competitore di tutti, più grande e per alcuni versi più competitivo tra tutti quelli con i quali il mondo industrializzato si sia dovuto fino ad oggi confrontare». [6]
«Per il dollaro debole, o per l’euro forte, paghiamo dunque un doppio prezzo.
In concreto quello che succede in seguito alla perdita di valore del dollaro è che agli americani le merci cinesi costano come prima, cioè sempre poco, mentre agli europei costano meno di prima, e cioè pochissimo. Per converso ai cinesi le merci americane costano come prima, ma quelle europee molto di più». [6]
«In realtà il cambio fisso yuan-dollaro è un problema anche per gli Stati Uniti.
Tanto che Washington da molti mesi preme su Pechino perché renda pienamente convertibile la sua moneta e la lasci quindi fluttuare, e probabilmente apprezzare, seguendo gli andamenti del mercato. In subordine ha chiesto una rivalutazione del cambio yuan-dollaro». [6]
«Una forte rivalutazione della moneta cinese è necessaria per riequilibrare il commercio internazionale e sarebbe di gran beneficio non solo per gli Stati Uniti, l’area euro, il Giappone e i Paesi emergenti, ma per la stessa Cina. Il valore internazionale dello yuan o renminbi (Rmb) è legato al dollaro ed è rimasto fisso al valore di 8,28 Rmb per $ dal 1994. Con salari medi bassissimi e forti restrizioni commerciali non tariffarie alle importazioni (nonostante la sua appartenenza al Wto), la Cina ha registrato quest’anno un surplus commerciale rispetto agli Stati Uniti di 115 miliardi di dollari, pari a un quinto dell’eccessivo e insostenibile deficit commerciale statunitense». [7]
«Fino a questo momento nessuna delle richieste è stata soddisfatta. La Cina non ha nessuna intenzione di lasciare lo yuan esposto alle speculazioni del mercato, almeno finché il suo sistema bancario e finanziario non sarà solido e stabile abbastanza da reggere ad eventuali attacchi. Perché ciò avvenga, e quindi perché Pechino possa prendere seriamente in considerazione la piena convertibilità dello yuan, ci vorranno anni. Anche sulla semplice rivalutazione del cambio yuan-dollaro, fermo da molti anni a quota 8,3, Pechino sembra molto cauta». [6]
«è l’Fmi che dovrebbe fare pressione sulla Cina affinché rivaluti la propria moneta. Purtroppo il Fondo sembra, in questo caso, aver abdicato al suo ruolo di monitoraggio attivo, non esercitando alcuna pressione sulla Cina affinché elimini il forte disallineamento nel suo tasso di cambio. Questa è una situazione pericolosa perché potrebbe spingere gli Stati Uniti e l’Europa a portare la Cina davanti alla Wto e autorizzarle ad adottare misure antidumping (per esempio l’imposizione d’alti dazi) sulle esportazioni cinesi a danno di tutti». [7]
L’Europa è il vaso di coccio tra dollaro debole e yuan debole.
«Per uscire da questa scomoda situazione c’è però una strada possibile. Tra il cambio fisso yuan-dollaro e il cambio pienamente flessibile c’è infatti una terza opzione, che potrebbe andare incontro agli interessi di molti: legare lo yuan non più solo al dollaro ma ad un paniere composto da dollaro, euro e yuan, ovviamente con pesi diversi. un’ipotesi che Pechino aveva cominciato a studiare ma che nessuno ha seriamente incoraggiato. La Cina, dobbiamo saperlo, su questo non ha fretta, a lei le cose vanno bene così come stanno, anche se sa che qualcosa prima o poi dovrà fare». [6]
Quale lezione ci lascia il 2003?
«Giocare a yo-yo con le monete, lasciare che i mercati scommettano per l’una o contro l’altra a senso unico, non giova allo sviluppo. E l’indifferenza di Washington per il dollaro che precipita non serve proprio a nessuno: né all’Europa e alle sue esportazioni, né agli Stati Uniti, né agli operatori finanziari. I quali, per troppa sicumera o per ”mentalità da gregge”, rischiano di farsi sorprendere da quello che Paul Krugman chiama lo ”schiaffo in faccia”: l’azione controcorrente delle banche centrali». [4]
Ma Washington è solo ”indifferente” o cerca di approfittarne?
«Chi guarda con dispiacere allo sgretolamento della moneta Usa cerca scuse per questa discesa agli inferi [...]. La storia però insegna che la causa vera di strappi o scivolate non sta mai in fattori di contorno, ma nelle ragioni di fondo che presiedono a una vicenda del dollaro che appartiene ormai alla struttura e non alla congiuntura dell’economia mondiale». [8]
Una terapia ”europea” per il 2004?
«Se questa è la diagnosi, la terapia è disperante. Non c’è altro da fare che accettare un dollaro debole. Sperare che la Cina si assuma una parte del fardello rivalutando il renminbi è, appunto, una speranza. I Paesi dell’euro possono auspicare ma non possono decidere la politica valutaria del governo cinese. Intervenire sui mercati è inutile. Come i badilanti che rinforzavano gli argini durante le alluvioni nel Polesine, le Banche centrali possono cercare di regolare le acque ma non possono invertire il corso del fiume». [8]