Francesco Merlo la Repubblica, 10/12/2003, 10 dicembre 2003
La prima vittoria dell’idroavvelenatore è farsi chiamare terrorista, la Repubblica, 10/12/2003 Come ci resterebbero male, questi poveri avvelenatori d’acqua, se arginassimo la loro stupida follia con la cautela ironica al posto del panico scomposto
La prima vittoria dell’idroavvelenatore è farsi chiamare terrorista, la Repubblica, 10/12/2003 Come ci resterebbero male, questi poveri avvelenatori d’acqua, se arginassimo la loro stupida follia con la cautela ironica al posto del panico scomposto. E se tributassimo loro una distratta considerazione, trattandoli da balordi criminali e non da Bin Laden. E se ancora ci limitassimo ad adottare qualche strategia idropinica, un più accorto e discreto uso delle bevande, il vetro al posto della plastica, il controllo olfattivo, l’attenta ricerca del foro, la prudenza forte di chi, pur rischiando un danno, non ha paura della paura. E sempre stando bene attenti, nel rinculare malvolentieri sul filo della modernità, a non scambiare idrologia e ideologia. A non rinunciare né alla Ferrarelle né alla Coca-Cola, a non farci mai tentare dalle teorie e dalle pratiche idropaganiche e precapitalistiche, quelle che contrappongono le sorgenti della Natura alle dighe dell’Industria, sino agli stregoni visionari, ai maghi della pioggia, ai devoti delle fonti e delle polle (e per capirne la stupidità reazionaria basta pensare a Umberto Bossi, sacerdote del Po). Non sappiamo cosa bevono gli avvelenatori della nostra acqua, se sono idrofobi e magari sempre ubriachi, ma sembrano così vacui da non curarsi neppure di se stessi e dei loro parenti, visto che l’acqua è ubiquitaria, va ovunque, in tutte le gole. L’acqua non risparmia nessuno, e anche l’avvelenatore, se ospite casuale di una vittima casuale, potrebbe imbattersi in un bicchiere della sua acqua avvelenata. Ma forse questo avvelenatore non ha parenti, oppure ancora ne ha uno di troppo e spera nell’eredità, come nella trama del delitto perfetto. Ebbene, purtroppo anche in questo caso, anche se l’avvelenatore uscisse da un film di Hitchcock, noi riusciremmo comunque a chiamarlo «terrorista», anche se, al contrario dei brigatisti, che ne colpivano uno per educarne cento al veleno della loro ideologia, questo matto davvero ne avvelenasse cento per colpirne uno. Insomma fossero pure le vecchie Martha e Abby, le ziette di Cary Grant in Arsenico e vecchi merletti, ancora noi daremmo loro del terrorista, perché troppo il terrorismo ci ha ferito e ci ferisce, è l’attualità della nostra paura, abbiamo ormai verso il terrorismo la stessa sindrome degli ebrei a Tel Aviv, dove la gente, ogni volta che esce di casa, sa che può scoppiargli accanto un uomo. Così per noi, ovunque c’è una insidia c’è terrorismo, e tutti i delitti li chiamiamo terrorismo, anche quelli commessi contro l’acqua, vale a dire contro il buon senso. Siamo dunque noi, con la psiche ulcerata, che assimiliamo ogni cosa al terrorismo. Come avvelenatori semplici, come matti banali ancorché pericolosi, questi avvelenatori ci sembrerebbero infatti spropositati. E come avvelenatori per stupidità politica ci risulterebbero incomprensibili. Perciò li stiamo prendendo, e sempre più li prenderemo sul serio, troppo forte è l’abitudine italiana di dare al reo attenuanti sociologiche; la ricerca delle ragioni del misfatto da noi diventa assoluzione del colpevole; il movente del delitto è la prima colpa della vittima. Al contrario, e per cominciare, nessuno dunque dovrebbe chiamarli terroristi, né terroristi soft né ecoterroristi, e neppure se rivendicassero a nome di qualche Fronte antidrocapitalista, perché mai come in questo caso denotare significa già connotare. Insomma, la parola «terroristi» è la loro prima vittoria. E invece, chiunque essi siano, non meritano la nostra paura ma appunto solo la nostra ironia. Non dovremmo concedere loro neppure una goccia di preoccupazione, o un rivolo di ansia, e dovremmo pregare i nostri sociologi di non esibirsi nell’ennesima lezione sulla fragilità della potenza, non dovremmo farci coinvolgere nella lotta del kumbh, cioè la brocca dell’acqua sacra: da un lato gli dei che la vogliono salvare e dall’altro i demoni che la vogliono rompere, gli dei protettori e i demoni distruttori, gli dei curatori e i demoni sfruttatori. E invece stiamo per fare la cosa che non dovremmo assolutamente fare, e cioè metterci a discutere sulla cattiveria dell’acqua in bottiglia, perché su questo è fondato il dispetto ideologico dell’avvelenatore, chiunque esso sia: mostrare che il veleno stava già tutto nella privatizzazione e nell’imbottigliamento dell’acqua da parte delle solite multinazionali, come la francese Vivendi e Suez Lyonnaise des eaux, la Coca-Cola, la Pepsi-Cola, l’Aguas de Barcelona, l’inglese Thames water, la Biwater, la Perrier, l’Evian, la San Pellegrino e così via. Ma purtroppo l’Italia è terra di importazione. Noi importiamo materie prime e sgomenti epocali. E infatti, gli scaffali delle nostre librerie già pendono sotto il peso recente di una storiografia e di una sociologia terzomondista all’acqua piovana, con l’idea base che la lotta per l’acqua è oggi la lotta per il plusvalore, che ogni goccia d’acqua imbottigliata è una risorsa per il capitalismo rapinatore che proprio per questo ha già provveduto a impoverire d’acqua il pianeta, privatizzando le sorgenti, i fiumi, i laghi, la pioggia. Insomma, benché gli investigatori non sappiano ancora nulla degli avvelenatori di bottiglie, la bibliografia è già pronta a dare la colpa dell’avvelenamento all’avvelenato, a scoprire che l’acqua in bottiglia è batteriologicamente e moralmente impura (e sarebbe inutile chiedere a cosa serve avvelenare un’acqua già avvelenata). Delle tante opere suggestive dell’idroantiglobalismo citiamo qui, una per tutte, il saggio dell’indiana Vandana Shiva, che nella quarta di copertina dell’edizione italiana (Le guerre dell’acqua - Feltrinelli 2003) viene presentata come fisica, economista e vincitrice del ”Nobel per la pace alternativo” (che sarà mai?). Il libro, che addirittura profetizza un Jihad idrico, rintraccia nell’acqua il motivo di tutte le guerre attuali, con Turchia Siria e Iraq che si battono per le dighe sul Tigri e sull’Eufrate, Israele e Palestina che si contendono il Giordano, l’India che combatte contro le multinazionali per lo sfruttamento della acque del Gange, Messico e Stati Uniti che si azzuffano per il Colorado, Egitto e Sudan per il Nilo... E, aggiungerebbe forse il nostro grande scrittore etnico Andrea Camilleri, Enna e Caltanissetta che ”si tumpuliano” per il Salso. C’è insomma un’idrobiblografia in tutti i sensi eccessiva secondo cui «le grandi dighe sono armi di distruzione di massa, strumenti dell’idrocapitalismo per controllare il popolo, maligne indicazioni di una civiltà che si fonda sulla rottura di ciò che connette le uova alle galline, il latte alle vacche, il cibo alle foreste, l’acqua ai fiumi, l’aria alla vita e la terra e all’esistenza umana». E «fanno dighe per vendere acqua, compresa quella minerale...perché i poveri hanno l’acqua del fango e i ricchi l’acqua minerale». Purtroppo noi in Italia non abbiano l’acqua, da Roma in giù non l’abbiamo mai avuta, come bene sapeva il grande Francesco Saverio Nitti e come sanno tutti i meridionali. Noi non abbiamo le grandi dighe, non abbiamo deviato i corsi dei fiumi, ci mancano gli ingegneri idrici, e i nostri poveri sono asciutti, non fangosi. Ecco: non abbiamo l’idrocapitalismo ma abbiamo l’anticapitalismo idrico. Come potremmo prendere sul serio l’idroterrorista? Francesco Merlo