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 2003  dicembre 11 Giovedì calendario

Berlino. una di quelle storie che non si sa se è meglio parlarne oppure no. Ma da quando è successa non c’è conversazione, in tutta la Bundesrepublik, che non faccia in qualche modo riferimento alla vicenda e ai suoi dettagli più raccapriccianti

Berlino. una di quelle storie che non si sa se è meglio parlarne oppure no. Ma da quando è successa non c’è conversazione, in tutta la Bundesrepublik, che non faccia in qualche modo riferimento alla vicenda e ai suoi dettagli più raccapriccianti. E inevitabilmente, magari lontano dai pasti, si finisce di nuovo a parlarne, a chiedersi come sia stato possibile [...] e se quello che è accaduto sia accaduto davvero. Sì, perché la storia del cannibale di Rotenburg ha dell’incredibile. Armin Meiweis, 42 anni, è il signore della porta accanto. Distinto, coi capelli ravviati da una parte, l’aria discreta di chi conduce una vita riservata e i modi cortesi di chi non si rifiuterebbe mai di portarvi un sacco della spesa davanti alla porta di casa. Anche dal punto di vista della fisiognomica non ha il ghigno satanico del mostro di Rostov o i lineamenti stralunati di tanti volti [...] della psicologia criminale. Quando parla, poi, è talmente consequenziale che nessuno dei periti scelti dal tribunale gli ha potuto riconoscere l’infermità mentale, «né temporanea, né permanente». Chi potrebbe immaginare che dietro quest’uomo si nasconde un cannibale capace di evirare un altro uomo, di condividere con lui un perverso banchetto, infine di farlo a pezzi e continuare a mangiare carne umana fino a esaurimento delle riserve? Ma cominciamo dall’inizio: tutto è partito da un’inserzione lanciata su Internet nell’aprile del 2000: «Cercasi uomo giovane, di bella presenza, disposto a farsi uccidere e mangiare, non è uno scherzo». Armin era sicuro che prima o poi qualcuno avrebbe risposto, perché, come ha dichiarato alla corte del tribunale di Kassel, dove si sta svolgendo il processo nei suoi confronti: «C’è tantissima gente che ha la fantasia di essere macellata» [...]. Dopo qualche tempo si è fatto vivo un ingegnere berlinese di 43 anni, Bernd Juergen Brandes, che si è detto disponibile. Tra i due ci sono stati un paio di scambi mail per assicurarsi della reciproca serietà e poi è stato fissato un incontro a Rotenburg, non lontano da Francoforte, nel casale abbandonato di proprietà di Meiweis. La mattina del 9 marzo 2001 Bernd prende un treno per raggiungere la località. Oggi il suo compagno, certo René, dice di non aver mai sospettato che Bernd avesse delle pulsioni «così perverse». Conducevano la vita di una normale coppia di omosessuali [...]. Arrivato a Rotenburg, l’ingegnere berlinese concorda con il carnefice come realizzare la comune fantasia. «L’unica cosa che mi dispiace - ha detto Armin in tribunale - è che Bernd non abbia voluto parlare, farsi conoscere, è voluto subito andare al sodo». Che nel caso specifico significava farsi fare a pezzi, sperando di riuscire a mantenere un minimo di lucidità per il tempo utile a mangiare un pezzo della propria carne. Prima di sottoporsi a quell’assurda auto-macellazione, Bernd beve una bottiglia d’alcol e si stordisce con il contenuto di una confezione di tranquillanti. In quello stato di semi-veglia, accetta di farsi tagliare il pene da Armin Meiweis. Malgrado l’emorragia in corso, i due fanno in tempo a cuocere in padella l’organo mutilato (nella confessione si dice espressamente «flambiert», alla fiamma) e a mangiarne insieme dei pezzetti. Poi Bernd perde conoscenza, e Armin lo finisce tagliandogli la gola. «Confesso di essermi eccitato sessualmente» ha affermato Meiweis davanti ai giudici attoniti del tribunale di Kassel. L’operazione dura un paio d’ore. I dettagli sono stati visionati dalla Corte in un film documentario girato dallo stesso Armin e trasmesso due giorni fa a porte chiuse. Uno dei tre membri della giuria popolare si è trattenuto dall’uscire a metà proiezione solo per non invalidare tutto e essere poi costretto a rivederlo. Ma quando è uscito dalla stanza è svenuto. Il cannibale gentiluomo, invece, non ha battuto ciglio. E continua a ripetere di non aver commesso nessuno omicidio. «La vittima - dice il suo avvocato - era consenziente. Al massimo questo è un reato di eutanasia». Inutile chiedere che cosa ci sia di dolce in una morte così. Del resto, lo stesso Armin ha detto che per lui uccidere Bernd è stato difficile. «Mangiarlo no, ma che c’entra, desideravo fin da piccolo di mangiare carne umana, e il mondo è pieno di gente che vorrebbe farlo». Pieno? Si chiedono con preoccupazione i tedeschi. E dove si nascondono? « vero - ha detto Meickart, psicologo criminale e perito del tribunale di Kassel - sono dentisti, idraulici, autisti, professori. Per lo più però si trattengono dal realizzare le loro fantasie». Per lo più. Armin ha avuto un’infanzia infelice: «Mio padre ha abbandonato la nostra casa e non si è più fatto vivo». Poi ha sofferto per la morte prematura del fratellino Frank, ed è stato proprio con il nome di ”Franky” che si è presentato su Internet. Dopo aver ucciso Brandes ha tentato anche con altri, ma non era mai soddisfatto, non gli sembravano abbastanza seri o abbastanza piacenti [...]. stato sempre Internet a tradirlo: uno studente di Innsbruck, incappato per caso nell’annuncio, lo ha segnalato alla polizia, che dopo breve tempo ha perquisito l’abitazione di Rotenberg trovandovi resti di carne umana congelata, e ossa sepolte nel giardino. «La carne sta finendo», aveva scritto a un amico per mail. Cominciava a essere teso, ad avere bisogno di una nuova vittima. Ma vallo a trovare un altro come Bernd, disposto a farsi fare a pezzi e a morire così senza neanche fare un po’ di resistenza. Tutti concordano sul dato che il vero squilibrato, tra i due, è quello che è morto. Il problema è che non si può lasciare a piede libero uno che ha il gusto della carne umana, anche se è gentile e «mai farei qualcosa contro la volontà di un altro individuo». E non è problema da poco, perché nel codice penale tedesco il reato di cannibalismo non è previsto, e il pm dovrà ricorrere a chissà quali cavilli per smontare la tesi dell’eutanasia [...]. Francesca Sforza