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 2003  dicembre 01 Lunedì calendario

Frank Zappa, duca delle Prugne che sognava sinfonie, il Giornale, 01/12/2003 Francoforte s’era vestita d’un novembre uggioso, i tiggì annunciavano il crollo del marco, c’era un’aria mesta da quasi inverno

Frank Zappa, duca delle Prugne che sognava sinfonie, il Giornale, 01/12/2003 Francoforte s’era vestita d’un novembre uggioso, i tiggì annunciavano il crollo del marco, c’era un’aria mesta da quasi inverno. Incontrai Frank Zappa nella hall d’un albergo, vicino al teatro dell’Opera dove, marcato dalla morte imminente, avrebbe diretto il suo concerto d’addio. Era in smoking, cereo il viso, chiazzati di bianco i baffi e le tempie. Rammentava il perfido autoritratto d’alcuni anni prima: «Bello d’una vecchia nobiltà provinciale inurbata, avanzava con le sue ghette candide, il viso superbioso e ampio crinito, la voce baritonale d’affascinatore di demivierges». Gli rammentai un suo concerto italiano, rispose con una risata diafana e una sola parola, «zanzare»: era stato in un’estate remota, dal laghetto di Segrate irrompevano orde d’insetti e la magia della musica degradava in incubo di pruriti e ronzii. Quando salì sul podio e levò la bacchetta, l’orchestra dilagò in risacche pastello e marosi dissonanti, e la platea affondò in un silenzio tedesco: ligio, roccioso. Sentivi aleggiare Stravinskij, Penderecki, Boulez, lui dirigeva con gesti secchi e viso impassibile. Dopo due brani rinunciò: gli successe un altro e il passo stento con cui Zappa raggiunse le quinte ci apparve come la rivalsa d’un vinto, conscio ma indomito. Lo riportarono a Los Angeles e se ne andò dopo poche settimane, il 4 dicembre del 1993, a cinquantatré anni, spesi con l’ingordigia del genio e l’aspra passione del picaro che covava in lui. Nel tracciarne il profilo, per il ”Giornale”, mi pesò l’epigramma che lui stesso aveva dedicato ai cronisti di musica: «Gente che non sa scrivere, che intervista persone che non sanno parlare per un pubblico che non sa leggere». Era il suo modo di rapportarsi col mondo: con le devastazioni dei media, le aberrazioni del business e l’arte stessa, «che consiste – ghignava – nel fare qualcosa di nessun valore, e cercare di venderla». Fu un profeta del freak in tempi non sospetti, quando, finita la guerra, l’America sprofondò in un’euforia sgangherata. Dominava un surrealismo da catena di montaggio, il design postbellico impose frigoriferi elefantiaci, chassis bombati, aspirapolvere maestosi come giraffe. Tutto questo esaltò gli estri sardonici del piccolo Frank, la ripulsa, subentrati gli anni Cinquanta, delle leziosaggini dei crooner, la curiosità per gli inestetismi della musica nera e per i pelvici eroi del rock’n’roll. Il padre, siciliano, lavorava nell’industria militare «dove non incontravi che gente noiosa», la madre, franco-italiana, era austera e bigotta. Soldi ne giravano pochi, si passavano ore sul ciglio di un’autostrada, sperando che da un camion cadesse una cassetta di verdura per cenare a lattughe cotte, contorno di lattughe crude, lattughe come dessert. Quando la famiglia si trasferì dal Maryland in California, vicino alla bicocca degli Zappa c’era un’istallazione dell’esercito, dove facevano esperimenti di guerra chimica e bisognava dormire con la maschera anti-gas sul comodino; Frank ne trasse un elmo spaziale, tramutò un barile in astronave e quelli furono i giochi di bambino. Poi rubò della polvere da sparo e ne fabbricò petardi da attaccare, accesi, alle ali dei pipistrelli: l’ossessione della grandezza, e la febbre del sarcasmo, lo abitavano già. Ma non gli mancò un coté bucolico: creò un orticello, e s’incoronò Duca delle Prugne. L’interesse per la musica scaldò gli anni dell’infanzia, poi si fece progetto. Sdegnando gli studi, comprò due bacchette e trasformò in tamburi tutto quanto trovava: pentole, tavoli, l’utilitaria paterna. Esasperati, i suoi gli regalarono un rullante e lui, dal bastian contrario che era, si convertì alla chitarra. Compose brani in stile barocco e li attribuì a un suo avo, Francesco Zappa, cembalista di corte e mai esistito. S’imbatté in Edgar Varrèse e ne mutuò le predilezioni percussionistiche, il culto dell’elettronica, gli intrecci di suono e rumore. Di Stravinskij, ancora, condivise il fuoco barbarico, la contaminazione di presente e preistoria. Adolescente, compose canzoncine da spiaggia, colonne sonore, un concerto per pompe e biciclette e avviò un tormentoso epistolario con tutte le etichette della West Coast, accludendo provini e collezionando rifiuti. Si dedicò alla pirateria e finì in carcere: qui diede un senso all’ozio studiando contrappunto e composizione, scarcerato uscì con lo zaino pieno di partiture, scritte in cella per occupare le notti insonni. In seguito la sua industriosità trovò nuovo alimento in altri arresti: per schiamazzi, rissa, film porno prodotti in società con una diciannovenne. Finché, a vent’anni, decise di formare un band, «perché non potevo ascoltare la mia musica, se nessuno la eseguiva». Così, rinviato il sinfonismo a tempi migliori, sterzò verso il rock. Albeggiavano gli anni Sessanta, debuttava Bob Dylan, John Kennedy accendeva i sogni del mondo, il Vietnam li smorzò, Lee Oswald li spense. Il monolito del sogno americano si frantumò in sgomento e rabbia impotente, Dylan ne risvoltò le macerie in poesia, Zappa in clownerie. In Freek out! stampò in copertina «no commercial potential», lo slogan con cui i discografici avevano rifiutato i suoi nastri. «Uccidi la brutta radio» fu il suo grido di guerra, irrise le fumisterie degli psichedelici e le vaghezze del flower power, pose l’accento, come un nihilista dei tempi di Turgenev, sull’urgenza di demolire per poi rinnovare. Rivendicando il ruolo sociale e guerriero del rock. L’album fece scandalo ed ebbe successo. Era un centone di bizzarrie sonore, rhythm and blues stralunato, turpiloquio, invettive: «Mister America, tira dritto/ davanti alle tue scuole che non insegnano/ davanti al tuo sogno da supermarket», cachinnava Frank in Hungry freak, daddy, proprio all’inizio del disco. «Wowie Zowie, sii mia/ su e giù per la mia spina dorsale/ non m’importa se ti lavi i denti», ghignava sornione, nella più sbilenca delle canzoni d’amore. Lo accompagnavano le Mothers of Invention, sua celebrata invenzione: un gruppo mutante, magmatico, complice dei suoi estri sardonici e della sua cultura onnivora, che Frank dirigeva dal podio imitando i gesti asciutti d’un Toscanini e l’enfasi d’un Bernstein. è il ’66. Ora Zappa è una star controversa e contesa. In scena mescola rock e doo wop, Borodin e Hendrix, Stravinskij e il blues, irride alle star e le frequenta per allenarsi allo sberleffo: Joni Mitchell, Eric Burdon, Phil Spector, Jim Morrison «liceale viziatello», Captain Beefheart virtuoso dello sghignazzo, che per anni intratterrà col Duca un sodalizio d’intese, divorzi, ritorni. Absolutely free, l’anno dopo, è un scaracco avvelenato e anarcoide. «Guarda i nazisti che ti governano/ poi va’ a casa e guarda te stessa/ sei di plastica, sei una noia/ l’amore non potrà mai nascere dalla Plastica», sibila il Duca, tra l’accorato e il beffardo. E spiega: «Mio padre fabbricava gas venefici per il governo. E quello che, in fondo, faccio anch’io». E ce la mette tutta. A un gruppo di marines, presenti a un concerto, porge una bambola e dice: «Questo è un bambino negro, fate il vostro mestiere: ammazzatelo». I militari non si fanno pregare: smembrano la bambola mentre uno di loro, un nero, piange a dirotto. Su una copertina Frank si fa ritrarre nudo, accovacciato su un water. Va a Londra, frequenta Pete Townshend, Hendrix, Claudia Cardinale e si fa fotografare da ”Melody Maker” prima in bombetta, di fronte a Buckingham Palace, poi vestito da donna, i capelli pettinati all’insù. Lo sommergono di contumelie ma il debutto alla Royal Albert Hall, tra lazzi e grande musica, è trionfale. Su Zappa grava il più atroce dei rischi, quello di diventare una moda. Lui l’aggira con la scaltrezza di sempre. Disprezza il consenso, si definisce «personalità così ripugnante che è meglio starne alla larga», spiazza il suo pubblico saltando da un genere all’altro. In un ininterrotto delirio creativo sforna grandi album di rock e gioielli di jazz, che non ama. Emula Gershwin creando brani sinfonici, e ad assecondare il suo antico sogno coopta nomi grandi: Zubin Metha, poi Pierre Boulez salgono sul podio per lui. Non pago dedica il suo estro al musical, che detesta, producendo partiture sghembe e incomprese, compone musica settecentesca e sposa la serialità di Stockhausen, veleggia tra il facile ascolto e lo sperimentalismo più ardito. Se la sua vita privata – sposato, due figli – è di un’oltraggiosa normalità, quella d’artista è un fiume selvaggio; cinquanta album, una versatilità che lascia attoniti, una fantasia che rinasce continuamente da se stessa, sfida l’ostilità dei discografici e l’insipienza del pubblico senza mai flettersi nella routine. Caso unico negli effimeri annali del pop, la fuga degli anni ne riattizza il mito, si finisce per considerarlo il più inevitabile, inscalfibile, perpetuo tra i monsters of rock. Non fosse che ce l’ha rubato la morte. Cesare G. Romana