Fabrizio Dragosei CorrierEconomia, 31/03/2003, 31 marzo 2003
Un Kuwait di ghiaccio nato sulle casette di legno dei gulag di Stalin, CorrierEconomia, 31/03/2003 Ancora cinque anni fa qui c’erano quasi solamente casette di legno, costruite negli anni ’30 dalle vittime delle repressioni staliniane mandate nei lager di tutta l’Urss
Un Kuwait di ghiaccio nato sulle casette di legno dei gulag di Stalin, CorrierEconomia, 31/03/2003 Ancora cinque anni fa qui c’erano quasi solamente casette di legno, costruite negli anni ’30 dalle vittime delle repressioni staliniane mandate nei lager di tutta l’Urss. Il distretto autonomo che porta i nomi delle due popolazioni autoctone che ancora pascolano le renne da queste parti (gli Khanty e i Mansijsk) era una delle tante regioni dilapidate della Russia post sovietica. Tanto petrolio nel sottosuolo ma nulla in superficie, solo povertà e negozi mezzi vuoti. Ma la svolta era dietro l’angolo: in questo angolo del Paese a 3mila chilometri da Mosca il miracolo si chiama privatizzazione alla russa. Le aziende petrolifere che erano dello Stato sono passate di mano nel corso degli anni ’90. I nuovi padroni sono i famosi «oligarchi», magnati venuti su dal nulla e arricchitisi enormemente grazie agli agganci politici giusti. Così tutti i quattrini che prima finivano a Mosca ora vanno a riempire anche le casse del distretto di Khanty Mansijsk e le tasche dei locali. Fioriscono le costruzioni nella capitale del distretto che ha lo stesso nome. Nascono case realizzate con pannelli canadesi, cedute gratuitamente agli abitanti e un centro culturale tutto in acciaio inossidabile. A Khanty-Mansijsk il reddito medio è il doppio di quello del resto della Russia. Ma c’è poco da meravigliarsi: nel sottosuolo di una regione grande come la Francia e che ha gli stessi abitanti di Milano si nascondono 20 miliardi di tonnellate di petrolio. Ogni anno se ne estraggono 210 milioni, il doppio della produzione del Kuwait, il 60 per cento di quella di tutta la Russia. Tutte le compagnie petrolifere russe sono presenti nel distretto e lavorano su qualcuno dei 500 giacimenti accertati. Ma questo è il regno della Lukoil, la più grande compagnia del Paese e del suo presidente, il ricchissimo Vagit Alekperov, un cinquantenne di origine azera laureato all’istituto del petrolio di Baku. Dopo una vita nel settore, Alekperov era vice ministro del Petrolio e del gas nel ’90, alla vigilia del collasso sovietico. L’anno dopo divenne presidente della Lukoil, successivamente trasformata in società per azioni. Nel corso di tre anni passò da stipendiato a proprietario del colosso petrolifero che oggi capitalizza 11 miliardi di dollari. Gran parte del petrolio di Khanty Mansijsk è della Lukoil. Per essere onesti, l’oro nero sarebbe degli indigeni, una popolazione di ceppo ugro-finnico ridotta a 30mila anime che si trovava qui quando i primi colonizzatori (in buona parte cosacchi) arrivarono alla fine del XVI secolo. Ma nessuno si è mai posto il problema dei loro diritti di proprietà. Oggi le compagnie, per non avere seccature, cercano di limitare i danni alla flora e alla fauna (soprattutto le circa 50 mila renne), forniscono una motoslitta a ogni famiglia più la benzina necessaria per scarrozzare tra la tundra e la taiga. Per i russi che vivono e lavorano qui e per quei pochi indigeni che si sono integrati è invece arrivata la ricchezza, portata dal desiderio dei padroni del petrolio di fare di questa remota regione il loro fiore all’occhiello. Un fenomeno che ricorda la Manaus dell’800, quando la città brasiliana sul Rio delle Amazzoni era il centro mondiale della gomma. Le compagnie petrolifere investono direttamente e soprattutto pagano le tasse, evento non proprio pacifico in Russia. Così il distretto nuota nell’oro e spende i soldi a destra e sinistra. Il governatore regionale Aleksandr Filipenko crede nella Khanty-Mansijsk del futuro. Intanto la capitale è stata collegata per la prima volta con il mondo esterno attraverso una strada (prima le merci arrivavano solo per aereo o attraverso i fiumi) che, naturalmente, può essere usata solo d’estate. Sono stati costruiti alberghi, ristoranti, negozi. Il supermarket Viktòr, uno dei migliori della città è pieno di merci d’importazione. Tutti i frigoriferi, le casse e i banconi sono stati fatti venire dall’Italia. A Khanty Mansijsk è stato creato anche il più importante centro di biathlon della Russia, con una spesa di 25 milioni di dollari, nel quale si sono appena conclusi i campionati del mondo. A gennaio c’è stato il festival internazionale del cinema. Un evento che ha richiamato attori e registi di tutt’Europa arrivati direttamente in charter da Francoforte (c’è una pista che può ospitare anche i jumbo). Ma tutto questo non basta in una regione che cresce a ritmi invidiabili. Nel 2002 la produzione di petrolio è salita dell’8,1 per cento e per quest’anno si prevede di salire di un altro 6 per cento. In un anno sono stati realizzati nuovi edifici per 690 mila metri quadri, sia pubblici che privati. Le vecchie case di legno vengono demolite dalle ruspe e al loro posto sorgono le nuove palazzine con appartamenti gratuiti per gli abitanti. Sul fiume Irtish che oggi si attraversa solo d’inverno con una strada («a proprio rischio e pericolo», c’ è scritto) creata sul ghiaccio, stanno costruendo un grande ponte. Ma i quattrini che entrano sono troppi e non si spendono tutti. Così ecco che le autorità hanno inventato il «fondo per le future generazioni» che ha già investito cento milioni di dollari; 15 milioni sono serviti a comprare appartamenti a San Pietroburgo, una città dove si pensa che i prezzi dovranno salire. Poi Viktor Vorontsov, amministratore del fondo, ha deciso di puntare sull’arte. Così si è rivolto alle grandi case londinesi, Sotheby’s e Christie’s. In varie aste ha speso 5 milioni di dollari per acquistare dipinti russi degli ultimi due secoli. « la nostra riserva d’oro - ha spiegato Vorontsov - se in futuro ci troveremo in difficoltà potremo sempre venderli». Fabrizio Dragosei