Antonella Scott Il Sole-24 Ore, 03/12/2003, 3 dicembre 2003
Khodorkovskij voleva portare greggio in America, ma è affondato a Murmansk, Il Sole-24 Ore, 03/12/2003 Murmansk
Khodorkovskij voleva portare greggio in America, ma è affondato a Murmansk, Il Sole-24 Ore, 03/12/2003 Murmansk. Nella notte polare di Murmansk, a mezzogiorno l’alba è un po’ di luce che non fa in tempo a trasformarsi in giorno ed è crepuscolo. Alle tre è buio, e già non si riescono più a distinguere le alture gelate del fiordo e gli alberi delle navi e le gru del porto. Un tempo Murmansk, che la corrente del Golfo lascia libera dai ghiacci tutto l’anno a differenza di Pietroburgo, era tra i principali scali merci sovietici, sede della Flotta settentrionale e base dei sottomarini nucleari impegnati a giocare per tutto l’Artico «al gatto e il topo» con quelli americani. Con la fine dell’Urss, il declino dei traffici e il degrado della Marina, quei privilegi hanno lasciato alla maggiore città oltre il Circolo popolare un’eredità di disoccupazione, di abbandono, di fallimenti, di svendite, di piaghe radioattive. Agli abitanti di Murmansk non è facile fare promesse. «Sono stanchi di crederci, per loro la parola ”deputato” è diventata sinonimo di ”chiaccherone”». E dunque Viktor Khabarov, candidato indipendente alla Duma regionale, di promesse non ne fa. Incontrando un gruppo di dipendenti di un albergo, alla vigilia del voto del 7 dicembre, si limita ad assicurare di battersi per i loro problemi. Tra i quali, qui come a Mosca capro espiatorio della campagna elettorale, Khabarov si affretta a citare il nome di Michail Khodorkovskij, l’ex capo di Yukos arrestato per frode il 25 ottobre. Il legame tra l’oligarca caduto in disgrazia e i guai di Murmansk è l’apatite, uno dei tanti minerali custoditi dal sottosuolo della penisola di Kola: ci puoi trovare tre quarti della Tavola di Mendeleev, si dice. Dunque Khodorkovskij avviò qui nella regione di Murmansk una delle sue prime attività, il complesso Apatit, che lavora i derivati del fosforo per la produzione di fertilizzanti. «La produzione è a Nizhnij Novgorod - spiega Khabarov - Per aggirare il fisco, Khodorkovskij ha creato una rete di venti compagnie offshore a cui vende i fosfati, a un prezzo stracciato che minimizza le imposte. Da lì, senza pagare tasse, rivende a Nizhnij Novgorod per il doppio del prezzo, facendo profitti enormi». E lasciando a bocca asciutta il bilancio pubblico di Murmansk, Khabarov lascia intuire alle cameriere indignate: «E ne abbiamo altri, di oligarchi come lui. Che però devo ammettere - gli sfugge - è un manager geniale». Tra gli altri c’è Vladimir Potanin, cresciuto come Khodorkovskij all’ombra delle privatizzazioni ”selvagge” degli anni ’90, più disponibile alle richieste delle autorità e dunque a piede libero. A Murmansk l’impero di Potanin conta su due grandi fabbriche di nichel, e sul favore di Jurij Evdokimov, il governatore. Il vantaggio è reciproco. Khabarov: «I bilanci delle grandi industrie dipendono dalle autorità regionali. Loro appoggiano il governatore, votano come chiede lui e in cambio ottengono agevolazioni fiscali e accesso privilegiato alle società privatizzate». Vendute letteralmente per pochi copechi, altre risorse che passano sopra la testa degli abitanti di Murmansk. Un altro bersaglio degli elettori sono quelli che in russo chiamano i cinovniki. Burocrati, dal piccolo funzionario di provincia ai grandi dell’amministrazione centrale, registi dell’attacco a Yukos. Il loro numero è in aumento, più che ai tempi sovietici, le quotazioni – rinvigorite dalla vittoria su Khodorkovskij – in rialzo. Quelli la gente li vede sinonimo di corruzione e privilegi, e fa paragone tra i loro stipendi e il salario o la pensione media, cinque, sei, dieci volte più bassi. E scuotono la testa: ma il quadro completo è pieno di contraddizioni, grigio e indefinito come la luce che sta calando a Murmansk; una riproduzione in piccola scala della situazione che si ritrova a Mosca. L’attacco a Khodorkovskij e l’indulgenza verso gli altri oligarchi, la guerra dichiarata alla burocrazia e lo strapotere dei cinovniki che ne sono parte, la crociata contro la corruzione lanciata da quelle stesse forze che di corruzione vivono. Dagli abitanti delusi e impoveriti di questo avamposto nella tundra ci si aspetterebbe una sonora rivolta elettorale contro «Russia Unita», partito del Cremlino e dei cinovniki. E invece quello vola verso una vittoria già decisa, sulle ali della popolarità incrollabile di Putin e di tutte le risorse su cui un partito di potere può contare, le autorità locali, la stampa, il predominio in tv [...]. Ma dunque questa campagna elettorale è tutta qui, senza grandi temi o battaglie sociali, dominata da oligarchi e cinovniki, incupita da un presentimento a cui qualcuno tenta di dare un nome tremendo ma significativo, la «kappagibizzazione» della Russia? Eppure a Murmansk una grossa questione su cui coinvolgere la gente ci sarebbe: «Se mi ripresentassi io, ci puoi scommettere che se ne parlerebbe[...]». Andrej Zolotkov, la vita passata a lavorare tra il combustibile nucleare, è il presidente della filiale di Murmansk di Bellona, organizzazione non governativa norvegese impegnata a combattere i problemi dell’ambiente. Alla regione di Murmansk, e a quella vicina di Archangelsk, la guerra fredda ha lasciato una pesante eredità nucleare: tonnellate di combustibile utilizzato e di scorie radioattive scaricate da sottomarini e rompighiaccio nucleari; i depositi in mare e sulla terraferma; il compito di smantellare 192 sottomarini della Flotta settentrionale messi fuori servizio. Vladimir Denisov, vicedirettore dell’Istituto biologico marittimo di Murmansk, non si scompone. «Mi creda, non è propaganda – assicura - Il mare di Barents è riconosciuto come uno dei più puliti quanto a presenza di radioattività». «Posso confermare, non c’è inquinamento – spiega Zolotkov - Ma potenzialmente, questo è il posto più pericoloso del mondo». Con la più alta concentrazione di reattori nucleari: e i metodi russi di manipolazione, conservazione, trasporto, trasformazione del materiale nucleare non fanno dormire tranquilli i Paesi vicini. [...] Il Sole-24 Ore, giovedì 4 dicembre Murmansk. La «città-eroe» potrebbe restituire il favore. E tornare sulle rotte dei convogli americani e inglesi, ripercorrere al contrario quello spaventoso ”Murmansk Run” che sfidava i ghiacci e gli attacchi nazisti per portare aiuti all’Unione Sovietica invasa. Bush e Putin abbozzarono l’idea a Camp David, nel maggio 2002: e il progetto aveva tutti i toni dell’epopea. La Russia offriva il proprio petrolio agli Stati Uniti, affamati di fornitori che diversificassero i rischi del Medioriente. Tra le alternative possibili, Murmansk apparve presto come una via ideale verso l’America: unico porto sull’Artico libero dai ghiacci tutto l’anno, ha acque abbastanza profonde da accogliere le petroliere adatte, fino a 300mila tonnellate di portata. Nel novembre 2002 quattro compagnie - Lukoil, Yukos, Tnk, Sibneft - si impegnarono a studiare la realizzazione di un oleodotto e di un terminal che accogliesse al porto di Murmansk il petrolio della Siberia occidentale. Uno sfogo importante per una produzione in aumento: lungo da 2.500 a 3.600 chilometri, l’oleodotto potrebbe trasportare da uno a tre milioni di barili al giorno, arrivando in teoria a coprire tutto il petrolio che gli Stati Uniti importano dai paesi Opec: 2,5 milioni di barili al giorno. Nel giugno precedente erano già partite per Houston le prime navi con carichi simbolici e il compito di fare da apripista. Forse uno dei passi troppo affrettati del loro proprietario, Mikhail Khodorkovskij. Entusiasta, l’ex capo di Yukos calcolava che il viaggio da Murmansk all’America dura soltanto nove giorni, invece dei 32 necessari partendo dal Golfo Persico. Aveva preso tempo per verificare la convenienza della rotta, concludendo poi che i costi sarebbero stati competitivi anche supponendo il prezzo del greggio a 17 dollari al barile. Tutto sembrava possibile nell’euforia della grande alleanza energetica tra Russia e Stati Uniti. Anche la presenza di stranieri attorno a un terminal a due passi dalla riserva strategica di combustibile per la Flotta settentrionale, tra depositi di scorie radiattive e insediamenti militari dove l’accesso è negato anche ai cittadini russi. E quando Yukos è arrivata a trattare con gli americani di ExxonMobil la vendita di una quota, perfino la condivisione tra americani e russi di un settore strategico come quello dell’energia apparve a portata di mano: perché gli investimenti necessari alla costruzione dell’oleodotto di Murmansk sarebbero scattati solo con la garanzia di contratti di rifornimento a lungo termine da parte degli Usa; e gli americani avrebbero preso un impegno simile solo in cambio della possibilità di gestire nei giacimenti siberiani. L’arresto di Khodorkovskij, accusato di frode e evasione fiscale, potrebbe aver rotto l’incantesimo. Almeno così pensano gli abitanti di Murmansk, per i quali «petrolio» per un anno e mezzo è stata la parola magica. « il nostro futuro», ripeteva loro il governatore, Jurij Evdokimov. Ma oggi Jurij Zavjalov, del settimanale ”Nord-West Courier”, non ha dubbi. «Dell’oleodotto non si farà più niente, almeno per i prossimi anni», assicura. [...] Come la fusione di Yukos con Sibneft, come le trattative con Exxon, il progetto di Murmansk è per lo meno avvolto nella nebbia che nasconde il destino della compagnia di Khodorkovskij, e la direzione che prenderà ora la politica energetica del governo centrale. Evdokimov si batte perché il progetto non affondi insieme a Khodorkovskij. «Dal momento che le accuse degli organi giudiziari a Khodorkovskij non hanno niente a che vedere con l’oleodotto, Yukos non ha alcun motivo per interrompere la propria partecipazione». Aperto all’eventualità di una proprietà privata dell’oleodotto, Evdokimov fa quattro conti: l’intero sistema porterà alle casse federali 1,4 miliardi di dollari, e 2,6 miliardi ai budget regionali, mente i posti di lavoro creati potrebbero essere da 2 a seimila. [...] Volesse il cielo, dicono a Murmansk. Ma intanto a Mosca il successore di Khodorkovskij alla guida di Yukos, Simon Kukes, è attento a mostrarsi in perfetta sintonia con il governo, frenando le iniziative che possano apparire come una sfida, come l’ambizione di Khodorkovskij di aprire da sé strade all’export e di arrivare ai mercati americani. Nuovi oleodotti «promuoveranno la Russia a una nuova classe di potenza economica», ha dichiarato Kukes, ma non è tanto importante dove sia venduto il petrolio né chi possieda la rete di trasporto [...]. Così sul campo irrompe qualcuno che Khodorkovskij avrebbe voluto lasciare fuori dal gioco: Transneft, monopolio statale del trasporto del greggio. Per conto dello Stato, ha il controllo di tutti gli oleodotti del paese. Costruirne uno privato, il piano originario di Yukos, è un tabù che il governo non sembra pronto a infrangere. Se lo facesse, perderebbe la capacità di regolare l’esportazione e di influenzare le compagnie. «C’è una terza possibilità - osserva il presidente della Camera di Commercio settentrionale, Anatolij Glushkov - Dare a un gruppo finanziario internazionale la concessione dell’oleodotto per un certo periodo di tempo, costruzione e sfruttamento compresi. Il ”net” del governo ai privati del resto, prima categorico, sembra più duttile». Ambiguo, il Cremlino lascia dire. Quando il progetto di questo passagio a nord-ovest riprenderà quota, sarà comunque alle regole del governo. In suo favore gioca il fatto che se l’apertura di un settore strategico agli investimenti stranieri può essere vista a Mosca come una svendita inaccettabile o una perdita di controllo, la fornitura di greggio all’America permetterebbe al Cremlino di acquisire in pochi anni una posizione negoziale di forza, limitando la possibilità dell’Opec di stabilire i prezzi sui mercati e rafforzando l’influenza della Russia sulla scena internazionale. Antonella Scott