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 2003  novembre 25 Martedì calendario

Sabina Guzzanti, artista organica non alla classe ma al suo moralismo, il Riformista, 25/11/2003 Dicono che solo ai registi d’eccellenza riesca ogni volta di trasfondere tutta la loro poetica in un’unica opera

Sabina Guzzanti, artista organica non alla classe ma al suo moralismo, il Riformista, 25/11/2003 Dicono che solo ai registi d’eccellenza riesca ogni volta di trasfondere tutta la loro poetica in un’unica opera. Sabina Guzzanti c’è riuscita nell’opera unica, Bimba, il film italiano peggio girato dai tempi degli spaghetti-western ambientati sui monti della Tolfa, che almeno, però, risparmiavano anche sul messaggio per il pubblico. Sabina, invece, è autrice generosa di messaggi e artista dal profilo intellettualmente denso. Nel mondo di Sabina, che si potrebbe definire un universo socratico incantato (nel senso del mangianastri, non della meraviglia) o del gramscismo impazzito (in cui l’Artista è organico non al partito, non alla classe, e neppure al ceto medio, ma al moralismo di quest’ultimo) ritorna sempre la stessa pars destruens (la destra ruba, la sinistra ha tradito, la tv è volgare, il popolo è rincoglionito) e la solita pars costruens (la cultura è l’antidoto, i movimenti sono il futuro, la magistratura è in missione per conto di dio). Non a caso l’opera unica, dopo un’ora e mezza in cui non succede niente (alla Medusa hanno tenuto fermo il film per mesi, forse il tempo di capire qualcosa della trama o, penserebbe Sabina, di rendersi conto che il titolare della ditta era Berlusconi), si conclude con la protagonista (una divetta oca) che si redime dall’ignoranza e si fidanza con un magistrato retto e idealista. La saldatura rivoluzionaria, un tempo operai-studenti, viene insomma individuata nel binomio procuratori-artisti. E il nemico da combattere è l’insabbiamento. Anzi, l’Insabbiamento. Perché nel mondo di Sabina il pericolo censorio non è mai contingente, bensì immanente. L’artista non dubita che ci sia una e una sola Verità (per lei l’epoca del postmoderno, intesa come proliferazione del punto di vista e ingarbugliamento del senso estetico, non è mai iniziata) ma, come per tutte le verità ultime, il problema è che qualcuno complotta affinché il popolo non possa conoscerla («Come faccio io - ha ripetuto all’Auditorium due sere fa - a dire che l’Italia è l’unico paese al mondo che va in guerra e non lo sa?»). Lei sa. L’Italia no. La sua arte nasce tutta in questo iato. Ma attenzione, solo una parte dei rincoglioniti può essere riportata alla luce della Verità, e non certo le coattelle di periferia, quelle che nell’opera unica sognano di fare le veline in tv (si noti che nel suo sforzo maieutico l’artista sceglie sempre gli exempla più scontati, probabilmente nella speranza di trasformare la banalità in forza didascalica). Di certo c’è che la gravità del compito che Sabina sente di portare sulle spalle la spinge all’utilizzo di una figura retorica prediletta, l’iterazione (da due anni gira i teatri con lo stesso spettacolo rivisto e corretto, e all’Auditorium idem), in questo esponente di spicco di uno zdanovismo di ritorno: non importa che la trama sia sempre la stessa, l’importante è che alla fine il protagonista, e con lui il pubblico, prenda coscienza che qualcuno lo ha preso per il culo. Che è poi, in ultimo, il cuore stesso del girotondismo: ovvero il terzinternazionalismo nell’era della Dandini.