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 2003  novembre 26 Mercoledì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 1 DICEMBRE 2003

La storica battaglia dell’Ecofin che non interessò i mercati.
«Lo scontro tra Commissione e Consiglio è come quello tra due mufloni che si contendono la femmina». [1] Così Mario Sarcinelli ha commentato il fattaccio del 25 novembre, quando il Consiglio dei ministri economici europei (Ecofin, rappresenta i governi dei vari Paesi) si è rifiutato, votando a maggioranza, di infliggere a Germania e Francia le sanzioni previste dal Patto di stabilità, e non ha nemmeno deciso se ne scatteranno di nuove nel caso le ultime più blande raccomandazioni non fossero osservate da qui al 2005. [2]

Il Patto fu approvato nel 1997, su insistenza di Berlino e Parigi. Giancarlo Galli su ”Avvenire”: «Prevede che il deficit annuale di ogni Stato sia inferiore al 3 per cento del Pil, tendendo allo zero. invece accaduto che, complici la crisi mondiale e le mancate riforme della spesa pubblica, Francia e Germania lo abbiano sfondato da un paio d’anni. Pertanto, dopo una serie di ammonimenti blandi, si sarebbe dovuto passare al bastone. Intimidazioni categoriche (come per Portogallo e Irlanda) e multe pesanti». [3]

Il ministro di un paese del Nord, che i tedeschi li conosce bene, l’ha chiamata «la rivolta del primo della classe». [4] Prodi lo ha rammentato qualche giorno fa a Strasburgo: «Ricordo ancora le sopracciglia di Waigel quand’ero presidente del Consiglio, che mi guardava con aria scura e m’imponeva il Patto di stabilità». Luigi Mayer su ”la Repubblica”: «Nella lunga notte di Bruxelles, sei anni più tardi, la telenovela del Patto è andata in onda con personaggi e ruoli che qualcuno sembra essersi divertito a mettere in un frullatore. Prodi nei panni di difensore di quelle regole di bilancio ”inventate” dai tedeschi per stendere un cordone di sicurezza intorno alla ”sua” Italia; Eichel nelle vesti di affossatore della creatura di Waigel». [5]

I tedeschi temevano gli ”spendaccioni”. Ora invece capita che i paesi più piccoli siano più virtuosi. Lamberto Dini: «Che il Patto si sia dimostrato rigido, è vero. Andava interpretato. Rispettare il 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil in un ciclo economico e non ogni anno. Ma quella era la condizione posta proprio dalla Germania per rinunciare al marco». [6]

Ipse dixit. Marcello De Cecco su ”la Repubblica”: «Molto prima della firma del Patto di stabilità fu ripetutamente affermato da chi scrive e da altri in Europa che la Germania stava introducendo un Patto contro la propria incontinenza fiscale, oltre che contro quella dei membri del cosiddetto Club Mediterranée. Una lettura attenta dei bilanci pubblici tedeschi, infatti, e una proiezione nel futuro di trend fiscali che si potevano derivare da essi, dimostrava abbastanza chiaramente che, in assenza del ritorno veloce ad un vigoroso sviluppo del Pil che potesse restituire equilibrio ai conti pubblici tedeschi, questi avrebbero indotto la violazione abbastanza rapida dello stesso Patto. E proprio da parte della Germania che lo aveva con tanto insistenza e petulanza richiesto, mettendolo come condizione per la propria adesione alla moneta unica. Tre anni ulteriori di rapidissimo sviluppo americano, che assorbì enormi quantità di esportazioni tedesche, mascherarono la debolezza fiscale di fondo della Germania. Ma essa riapparve appena l’ultima carica della cavalleria americana si spense oltre l’orizzonte, e l’11 settembre, con la sua tragedia, colpì l’intera economia mondiale». [7]

Con i ”fatti di Bruxelles” la profezia si è avverata. De Cecco: «Suo corollario era stata anche la previsione che il Patto, ad un lettore attento, si rivelava come formalmente e giuridicamente inattuabile nelle parti che prevedevano con tanta puntualità, ma anche con tante aggettivazioni e qualificazioni di difficile interpretazione, la procedura sanzionatoria contro coloro che lo avessero violato. Arrivati al dunque, alla violazione da parte di Francia e Germania, l’attivazione delle procedure si è rivelata in tutta la sua difficoltà». [7]

A quanto avrebbero dovuto ammontare le sanzioni? Giuseppe Mammarella su ”Il Messaggero”: «La punizione consiste nel deposito infruttifero dello 0,2 per cento del Pil del Paese inadempiente (più una parte variabile fino allo 0,5) che nel caso della Germania si aggirerebbe attorno ai 10 miliardi di euro. Il deposito potrebbe trasformarsi in una multa ma, a prescindere dal danno finanziario, la condanna ne creerebbe uno politico per il governo tedesco in seria difficoltà per far accettare al Paese le riforme del welfare. Ma la Germania ha trovato il sostegno di molti Paesi, sia di coloro che come la Francia sono sullo stesso banco degli imputati sia di quelli che come l’Italia potrebbero arrivarci il prossimo anno, quando sarà duro per Tremonti preparare una Finanziaria rispettosa del Patto di stabilità, e persino del Portogallo che per uno sforamento del 3,3 per cento le sanzioni le ha già subite e che appunto per questo pone il problema dei due pesi e delle due misure». [8]

Parafrasando Orwell, tutti gli Stati membri dell’Unione europea sono uguali, ma Francia e Germania sono più uguali degli altri. Andrea Bonanni su ”la Repubblica”: «Nei confronti del piccolo Portogallo le regole sono state applicate con implacabile severità. ”Quello che vale per un Paese vale per gli altri, ma quando un piccolo paese ha un grande problema, è un grande problema solo per questo paese. Mentre quando un grande paese ha un grande problema questo diviene un problema per tutta l’Europa”, spiega il ministro del bilancio lussemburghese, che di piccoli Paesi se ne intende. E in effetti se i tagli imposti dal Patto di stabilità dovessero rivelarsi talmente duri da impedire alle economie di Francia e Germania, che da sole fanno poco meno della metà del Pil europeo, di cogliere al volo la brezza della ripresa economica, il prezzo di questa occasione perduta lo pagherebbero non solo i francesi e i tedeschi ma tutti i cittadini europei in termini di mancata crescita». [9]

La Germania e la Francia hanno imposto il primato del loro «peso politico» sul ruolo istituzionale della Commissione guidata da Prodi. Nel Consiglio dei ministri finanziari Ecofin a Bruxelles sono riuscite a far sospendere le «raccomandazioni» sul contenimento dei rispettivi sfondamenti del deficit di bilancio, chieste dal commissario per gli Affari economici Pedro Solbes nel suo ruolo di «guardiano» del Patto di stabilità e di crescita, sottoscritto dai governi per difendere l’euro. [10]

Nella riunione dei ministri finanziari dei 12 Stati dell’Eurogruppo, il presidente di turno Giulio Tremonti ha ammesso di non aver convinto la Commissione ad attenuare le misure di contenimento del deficit, che i governi di Berlino e Parigi non intendevano applicare (ritenendole negative per la crescita in questo difficile periodo congiunturale). Nel successivo Ecofin (a cui partecipano i 15 Paesi membri) le «raccomandazioni» alla Germania e alla Francia sono state respinte a maggioranza, nonostante il voto favorevole di vari piccoli Paesi che hanno attuato i «sacrifici» del Patto. I ministri finanziari hanno poi concordato richieste più «comprensive», sostituendole a quelle di Solbes. Le hanno votate anche alcuni dei dissenzienti (Belgio, Grecia, Portogallo), convinti che questa pressione impegnasse comunque Berlino e Parigi a riportare il deficit sotto il 3 per cento nel 2005 (pur con «tagli» minori e compatibilmente con la crescita). [10]
Olanda, Austria, Finlandia e Spagna sono rimaste schierate con la Commissione temendo di far perdere credibilità al Patto di stabilità qualora ne fosse sospesa l’applicazione ai due Paesi più potenti. Anche il presidente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, presente alla riunione di Bruxelles con Prodi e Solbes, ha ventilato rischi per l’inflazione e la conseguenza di dover alzare i tassi d’interesse. L’Ecofin ha allora votato all’unanimità un generico «impegno verso il Patto di stabilità e di crescita come cornice per il coordinamento delle politiche monetarie dell’Unione europea con l’obiettivo di bilancio vicino al pareggio o in surplus». [10]

Il patto di stabilità è (era?) stupido: come ha spiegato Romano Prodi, è un trattato eccessivamente rigido, incapace di funzionare a dovere in perduranti fasi di crisi economica. [11] Nicolas Baverez, autore de La France qui tombe (la Francia che crolla): «Ho sempre pensato che non può funzionare il patto per come è stato pensato e cioè con sanzioni automatiche che non tengono conto né di quello che accade nei diversi paesi, né nel resto mondo. Un patto fondato sull’idea che le stesse regole valgono sia quando c’è il 4 per cento di crescita o quando si è in deflazione mondiale». [12]

La spaccatura sul patto di stabilità è di natura ben diversa da quanto potrebbe sembrare a prima vista. Mario Deaglio su ”La Stampa”: «In realtà nessuna persona sensata ha mai pensato di prelevare davvero decine di miliardi di euro sotto forma di multe dall’erario francese e dall’erario tedesco. [...] Dietro alla ”battaglia dei decimali” si è, in realtà, svolta una battaglia politica: occorreva determinare se Francia e Germania, i due ”cattivi” di questa storia, dovessero subire una ramanzina con i fiocchi dalla Commissione (che avrebbe alla fine quasi certamente rinunciato alle multe) riconoscendone di fatto la supremazia, oppure se i due governi di questi paesi - che non stanno davvero facendo spese pazze e semmai sono, come tutti, un po’ esitanti sulle riforme - potessero tranquillamente autoassolversi, ribadendo il primato dei paesi membri sulla Commissione. Che si tratti di un polverone politico lo hanno, del resto, capito benissimo i mercati valutari sui quali questa ”storica” battaglia europea è passata quasi senza conseguenze». [13]

Prodi aveva tentato una mediazione. Giulio Tremonti dice che era «grosso modo una formula istantanea: si comminano sanzioni a Francia e Germania, ma un attimo dopo se ne annuncia la sospensione. Una formula consustanziale di procedura e non procedura, abbastanza virtuale, che tuttavia per la Commissione sembrava sufficiente per salvare la ”procedura”». [14] Prodi smentisce: «La Commissione non stava affatto ”comminando sanzioni” ma soltanto raccomandando misure di progressivo controllo dei deficit pubblici. Unicamente nel caso di mancato rispetto da parte di Francia e Germania degli impegni presi e al termine di una ancor lunga serie di passaggi formali e di ulteriori decisioni del Consiglio sarebbe stato possibile arrivare ad imporre delle sanzioni. E non si trattava affatto di una procedura-non procedura, di una soluzione ”abbastanza virtuale”, quasi che si trattasse di una magia escogitata dalla Commissione. Si trattava, niente di più e niente di meno, che della applicazione della legge [...]». [15]

Alla fine Francia e Germania si sono impegnate autonomamente a ridurre i propri deficit (ma non con i tempi e i modi chiesti dalla Commissione Ue): la Francia ridurrà il deficit di 0,77 punti percentuali nel 2004 e di 0,6 nel 2005, mentre la Commissione chiedeva rispettivamente 1 per cento e 0,5; negli stessi anni la Germania ridurrà di 0,6 e 0,5 per cento invece di 0,8 e 0,5. Il tutto è scritto in un testo «politico» di «conclusioni» che non ha alcun valore giuridico, come ha più volte sottolineato il commissario Pedro Solbes. [16]

«Siamo per la prima volta di fronte ad un doppio sistema: uno basato su criteri politici, l’altro su principi legali» (Pedro Solbes). Tremonti: «Sono d’accordo, ma anche le decisioni politiche sono legali. Non è che o sono tecniche oppure sono reato. [...] Oggi il sistema prevede che la Commissione faccia proposte e che il Consiglio si esprima su di esse. Un voto divergente rispetto alla Commissione è coerente con il sistema ed è tecnico e politico insieme. Ecco perchè dico che un voto politico è perfettamente legale». [17]

I legali della Commissione europea stanno valutando la possibilità di ricorrere alla Corte di Giustizia contro le decisioni assunte dall’Ecofin. [18] Gianni Manghetti su ”Avvenire”: «Che la decisione dell’Ecofin abbia messo a repentaglio il Patto di stabilità è sotto gli occhi di tutti, ma sarebbe ora ancor più grave se la Commissione europea rispondesse sul terreno delle iniziative legali. Il problema istituzionale aperto tra Commissione e ministri finanziari non è risolvibile infatti sul terreno giuridico, bensì sul piano politico». [19]

Un altro conflitto d’interessi? Spiega Tommaso Padoa Schioppa che l’Ecofin, il Consiglio dei ministri dell’Unione nel quale sono rappresentati i governi, «è l’organo che giudica le politiche di bilancio, ma al suo interno siedono anche i giudicati. E in questo episodio si è formata una maggioranza che ha fatto pendere il baricentro dalla parte di questi ultimi. [...] Ha ragione Tremonti quando dice: ”Abbiamo fatto giurisprudenza”. La Bce è convinta che si tratti di cattiva giurisprudenza e io condivido. [...] da notare che in questa materia non si applica l’unanimità, non ci sono diritti di veto nazionali. [...] Per una materia così al cuore della sovranità nazionale, strategica come lo sono solo difesa o politica estera, aver scelto il principio maggioritario ha significato un salto gigantesco nella sopranazionalità. Se si tien conto di questo la brutta pagina non si giustifica, ma forse si spiega». [20]

Per impedire che dilaghi il risentimento contro l’euro bisogna senza indugio scrivere un nuovo Patto. Francesco Giavazzi sul ”Corriere della Sera: «Non è difficile. sufficiente copiare con umiltà il Codice di responsabilità fiscale inglese, introdotto a Londra da Tony Blair nel 1997, che si concentra non sul disavanzo corrente registrato in quell’anno, bensì sul cosiddetto disavanzo strutturale: quello, cioè, che tiene conto dell’andamento dell’economia. E che applica la ”regola aurea”, sottraendo dal deficit la spesa per gli investimenti netti». [21]

Ci dobbiamo aspettare più crescita dalle decisioni di Bruxelles sul patto di stabilità? Oppure gravi pericoli si prospettano per l’Europa e dunque anche per l’Italia? Elena Polidori su ”la Repubblica”: «Gli economisti s’interrogano sul dopo-Ecofin. E si dividono, proprio come i ministri Ue, riuniti in Belgio. Perché, in realtà, i possibili scenari per l’economia europea sono almeno due. Il primo, roseo, porta all’equazione secondo cui meno vincoli di bilancio equivalgono a maggiori spese da destinare allo sviluppo e quindi a più crescita. [...] Il secondo scenario è più buio: prevede un euro indebolito dalla perdita di fiducia nella costruzione europea il che, per certi versi aiuterebbe le esportazioni, ma al tempo stesso rischierebbe di far rialzare la testa all’inflazione. In questo caso, la Bce - l’ha già fatto capire - sarebbe costretta ad alzare i tassi, con rincari del costo del denaro e effetti negativi sul Pil». [1]