Riccardo Signori il Giornale, 11/11/2003, 11 novembre 2003
Bobo fu chiamato Bonimba da Gianni Brera: «Diceva che somigliavo al nano Bagonghi», il Giornale, 11/11/2003 C’è un lembo di terra in cui Mantova torna città del sogno e della leggenda, antica e moderna
Bobo fu chiamato Bonimba da Gianni Brera: «Diceva che somigliavo al nano Bagonghi», il Giornale, 11/11/2003 C’è un lembo di terra in cui Mantova torna città del sogno e della leggenda, antica e moderna. Lo stadio del calcio si accosta al maestoso palazzo del Tè, le insegne indicano la strada per Palazzo ducale e Palazzo reale, sui tabelloni pubblicitari spicca la testa inghirlandata di Virgilio, un tempo poeta delle Bucoliche e oggi cantore del burro. La pista del ciclismo è intitolata a Learco Guerra. E davanti ai prati, dove giocano i ragazzi delle squadre minori, non manca mai la sagoma in giubbotto di Bobo Boninsegna. Sessanta anni il 13 novembre, ricorda, quasi qualcuno se ne volesse dimenticare. Come fare? Sembra appena uscito dalle figurine Panini. Sguardo da duro, sorriso sghembo. Tanti fantasmi: Herrera e Valcareggi, Italia-Germania e gli arbitri con cui litigare. E tanti ricordi. Gianni Brera lo battezzò Bonimba per il modo di correre, con i glutei bassi. «Diceva che somigliavo al nano Bagonghi». Giocatore senza confini, allenatore della nazionale under di C che ha sempre sperato di diventare ct della under 21 («Ma dopo 12 anni ho capito... »), allenatore del Mantova e ora vicepresidente operativo. Quella di Bonimba è la storia di 45 anni di passione, con un piccolo neo di delusione. «Da quando ho smesso di giocare non ho mai ricevuto una telefonata dall’Inter che mi dicesse: vieni a lavorare con noi. Eppure ci sono andati in tanti». Sessanta anni e 45 nel calcio, Bonimba non si è ancora stancato del pallone? «Se non ci fosse, non so cosa farei. Quando ho smesso di giocare ho provato a star fuori. Ero saturo. Poi dopo tre-quattro anni sono rientrato. Il calcio mi mancava. La vita mi sembrava piatta. Col calcio vai da un estremo all’altro. Quando ci sei dentro non dormi, hai lo stress, ma non puoi uscirne. Chi ne esce è bravo. Io non ce l’ho fatta». E tutto nacque... «Nella squadra di parrocchia: la polisportiva Sant’Egidio. A scuola non ero tanto bravo. Meglio il calcio. Mio padre lasciò fare e mi disse: se va male, puoi trovare un posto in fabbrica». è andata bene, magari con qualche sofferenza. «Fu sofferenza lasciare le giovanili dell’Inter da ragazzino. Arrivai a Milano che avevo 15 anni, ho passato tre anni in serie B eppoi al Cagliari. E intanto l’Inter vinceva in giro per l’Europa e il mondo. Mantova era il mio rifugio. Pensi che, per Mantova, mi sono giocato anche la famosa partita Juve-Inter 9-1, quando andarono in campo i ragazzini nerazzurri. Ci dovevo essere, ma non mi trovarono: quel giorno ero scappato di casa». Inter, amore e delusioni. «L’amore stava tutto nella felicità del giorno di Santa Lucia. Da noi si aprono i regali come fosse Natale: mia mamma era magliaia e mi regalava la maglia dell’Inter. La delusione arrivò alla fine dell’estate in cui feci la preparazione con la prima squadra, poi mi mandarono via a novembre in serie B: a Prato, a Potenza. Che rabbia! L’Inter vinceva e non aveva un centravanti». Un’idea di Helenio Herrera. «Appunto. Quando tornò a Milano, nel 1973, mi parlò e si spiegò. Disse che la colpa era di Allodi e Maino Neri che gli avevano dato referenze sbagliate. Quella spiegazione è stata la più grande mascalzonata del mago». Lei è rimasto un’icona: segnava, lottava, litigava con gli arbitri, infallibile sui rigori. A quale immagine è più legato? «Sono affezionato al mio carattere che mi ha dato dispiaceri, come la lunga squalifica per aver strattonato un arbitro, ma mi portava a colpire la palla a un metro da terra con il piede spianato dell’avversario, mi faceva giocare senza paura dove tutti scappavano». Il momento più bello? «Il rientro a Milano. Scopigno, l’allenatore del Cagliari, a maggio mi dice: quest’anno siamo arrivati secondi. Qui ci sono solo due giocatori che si possono vendere: Riva, ma non si muove nemmeno con le cannonate, l’altro sei tu. Risposi: capisco le esigenze della società, ma vado via solo se torno all’Inter. E così fu, con quello scambio clamoroso: io a Milano, Poli, Gori e Domenghini a Cagliari. Fu un affare clamoroso ma portò bene a tutti. Per me una grande emozione, come l’avevo sognata da bambino: tonare a Milano dalla porta principale, per essere protagonista. L’anno dopo vincemmo scudetto e classifica marcatori». Poi... «Dopo quasi due anni da 4°-5° posto, io e la mia corrente sostenevamo che occorreva prendere un regista. Invece qualcuno cominciava a dire che ero un po’ stanco. Finché, nell’estate del 1976, Fraizzoli mi telefona al mare. Ero a pranzo con mia moglie. Mi dice: hai perso la tua battaglia, ti ho ceduto alla Juve. Tornai a tavola con la faccia un po’ strana. Negli anni successivi l’Inter non ha mai preso un regista. Anastasi è durato poco e Mazzola ha cominciato a fare il regista. E allora capii». Non fu una brutta idea. «Fu un periodo splendido, vinsi due scudetti, la coppa Italia. Ma andare alla Juve era una sconfitta: come interista e come bandiera interista». Con chi le piaceva giocare? «Bettega, quello con cui mi sono trovato meglio. Poi Corso: ti dava la palla dove la volevi tu, non dove voleva lui. Anche Mazzola ti metteva in condizione di segnare». Riva? «Eravamo amici, ma in campo ci davamo crapate: due mancini, egoisti e punte centrali. Così ci scontravamo e ci mandavamo a quel paese. Anche se, in Messico, abbiamo dimostrato di poter giocare insieme». C’è poca nazionale nei suoi ricordi. «Con Valcareggi non ho avuto gran feeling. Non mi ha fatto giocare gli europei, mi chiamò in Messico solo al posto di Anastasi e in Germania come riserva. Eppure di gol ne segnavo». L’allenatore preferito? «Scopigno il più intelligente. Era un fannullone fuori dal campo. Avrebbe avuto bisogno del preparatore atletico. Ma era grande, tatticamente e a livello umano». Boninsegna fu famoso anche come rigorista. «Mi assegnarono 19 rigori consecutivi, ma in realtà il ventesimo lo segnai contro la Roma. Eravamo 1-1 all’Olimpico. All’ultimo minuto l’arbitro fischia un rigore. Calcio, segno, invasione di campo, ci danno botte. Risultato annullato e i due gol pure, anche l’altro era mio. Il successivo l’ho sbagliato. Ma rigoristi si nasce. Qualche volta si diventa». Gli avversari più duri? «Quelli delle grandi squadre: Rosato, Morini, Anquilletti, Bet a Roma, Rogora, un altro picchiatore come Panzanato a Napoli. Con Morini ci picchiavamo anche in allenamento nella Juve». Quante botte... «Far l’attaccante era più duro di oggi: volavano botte e non c’erano tante moviole. Occorreva coraggio, passavo il lunedì col ghiaccio dappertutto. Prendevo colpi e, se potevo, restituivo. Cercavo anche lo scontro fisico. Oggi mi pare lo faccia Vieri. Anche Trezeguet e Corradi». Il gol più spettacolare? «Quello a San Siro contro il Foggia, che diede lo scudetto all’Inter: insieme di spettacolarità, sincronismo, acrobazia. Sono reti che capitano poche volte nella carriera, anche se io li sapevo fare così». E sul set cinematografico, come andò? «Giravano per la Rai ”I promessi sposi” qui a Mantova, regista Nicotra, un interista. Mi chiama Facchetti e mi dice: io sono troppo bello per fare il monatto. Meglio tu che hai la faccia da sgherro. Invece per ”Don Camillo e Peppone”, il mio amico Terence Hill mi chiese di insegnare qualche movimento per la partita fra Diavoli e Angeli. Poi ci ripensò: no, giochi tu da protagonista». Belle storie, e ora, a 60 anni, come sarà il futuro? «Quando ero ragazzo parlavo dei sessantenni e dicevo: sarò vecchio e finito. Invece mi sento pieno di forze mentali e fisiche, e anche realizzato. Dicono: nessuno è profeta in patria. Ma io amo Mantova e i mantovani, anche se non vado bene a tutti. è stata una scelta di vita. e allora vorrei riportare in alto questa squadra. Almeno salire di categoria. Dopo si vedrà». Riccardo Signori