Luca Caioli Corriere della Sera, 18/11/2003, 18 novembre 2003
Don Alfredo giocava a tutto campo «perché non ci si può nascondere dietro i numeri», Corriere della Sera, 18/11/2003 Madrid
Don Alfredo giocava a tutto campo «perché non ci si può nascondere dietro i numeri», Corriere della Sera, 18/11/2003 Madrid. Pallone, Madre e Industria Britannica: la Santissima Trinità di Alfredo Di Stefano. Nel giardino di casa sua, un monumento la ricorda. Perché al pallone (o meglio alla pelota, femminile in spagnolo) Don Alfredo deve molto, quasi tutto quello che ha avuto dalla vita. Perché là dove è nato, a Buenos Aires, il pallone è la vieja, la vecchia, come, familiarmente, chiamano la mamma. Per questo il titolo della statua e della sua biografia, Gracias Vieja, è un doppio omaggio. Ma l’industria britannica che c’entra? «Se non fosse stato per gli inglesi che inventarono il football, la maggior parte di noi sarebbe a spasso». Alfredo Di Stefano è un settantasettenne molto occupato. Assiste, come presidente onorario del Real Madrid e dell’associazione veterani, agli atti ufficiali della Fondazione. «Presentazioni, partite, riunioni, premiazioni. Se dovessi dar retta a quelli che mi invitano, mi toccherebbe sdoppiarmi». Per Florentino Perez, il presidente del Madrid, «Di Stefano è la storia vivente del Real». Una storia mai dimenticata: il 23 settembre, cinquantesimo anniversario del suo arrivo nella capitale spagnola, al Bernabeu, l’hanno celebrato alla grande. I merengues hanno un debito con la «Saeta Rubia» (il lampo biondo, così lo chiamavano): l’anno che indossò la maglia bianca vinsero il primo campionato dopo la guerra civile, poi venne l’epopea delle Coppe Campioni. Non sono gli unici a dovere qualcosa a questo signore tranquillo: il 9 novembre a Buenos Aires, al Monumental prima del clàsico de los clàsicos, ovvero River-Boca, il pubblico, le vecchie glorie, i giocatori hanno dedicato un applauso infinito a quel numero 9 che ha vinto un campionato con gli uni e con gli altri. In principio però fu River Plate. Debuttò il 7 agosto del 1944 in un’amichevole contro il San Lorenzo. Suo padre Alfredo, figlio di emigranti italiani (il nonno di Capri, la madre di Genova), che giocò come centrocampista nel River, fra il 1910 e il 1912, gli insegnò a «pegarle a la pelota», anche se la vera scuola calcio furono dapprima le strade di Barracas, il suo quartiere, poi il vivaio del River. Perché per Don Alfredo un calciatore deve avere agilità, abilità ed equilibrio, il resto s’impara. «La fortuna è avere buoni istruttori. Io ho avuto Renato Cesarini. Gente che ti insegna prima a fare le aste, poi la A, la O, la I». Da quell’abbecedario sono passati più di sessant’anni vissuti come giocatore e allenatore fra Argentina, Colombia e Spagna. In Italia, alla Juventus, non arrivò per un pelo, forse perché, racconta la leggenda, il generalissimo Franco lo volle al Real. Sessant’anni di calcio e un palmarès lungo come la lista della spesa di una famiglia numerosa (5 Coppe dei Campioni, 1 Intercontinentale, due ”Palloni d’oro”, otto volte la Liga, persino un Superpallone d’oro, solo per citare qualcosa). Pallone, pallone e ancora pallone: uno spettacolo che a Don Alfredo piace ancora. «Passo la giornata vedendo partite al campo o alla tv. Guardo il campionato argentino, quello francese, quello tedesco, quello inglese (divertente vederli giocare fra di loro, ma tecnicamente lasciano a desiderare), quello italiano. Cosa ne penso? Che voi con il latte materno avete succhiato tattica e sistemi difensivi. Lo fate meravigliosamente. Un esempio? Il Milan e la Juve nella finale di Champions League». Maldini il giocatore italiano che preferisce, «Maradona il miglior straniero che arrivò dalle nostre parti». Accende una sigaretta, sorride, sardonico. Si aspettava la domanda... «Sempre così voi... Cosa posso dirle sul calcio di ieri e quello di oggi? Che noi, tatticamente, eravamo più romantici, tutti all’attacco e via». Di Stefano rappresentò la rottura. Arrivò al Real Madrid e fece quello che non si doveva fare: difendeva, attaccava e dirigeva le operazioni nel centro del campo. Divenne, come scrisse il quotidiano sportivo francese ”L’quipe”, L’Omniprésent (l’onnipresente): «Ero un tutto campo perché il football, per me, è così. Non ci si può nascondere dietro ai numeri: l’11 deve essere il primo difensore e l’1 il primo attaccante». E qui vengono fuori i comandamenti di Don Alfredo: il collettivo («non sopporto che mi vengano a dire che sono stato il miglior giocatore del mondo, il football è un sport collettivo, non individuale»); la velocità («è la cosa che più mi piace di una squadra»); la tecnica («perché il calcio deve deliziare, stupire»); la disciplina («bisogna obbedire e obbedire»). Una postilla: l’allegria. «Quando arrivai in Spagna le società erano ben strutturate, il campionato era forte, le squadre organizzate, ma mancava l’allegria. L’abbiamo portata noi dal Sudamerica». Una sorsata di acqua brillante («ho sempre fatto attenzione alla dieta e alle sigarette, sennò non avrei giocato fino a 40 anni») e Don Alfredo ripercorre i collettivi che più lo hanno impressionato. Il River Plate degli Anni Quaranta con Muñoz, Pedernera («il Beethoven del futbol») Labruna, Moreno e Lostau, il Real Madrid (Kopa, Puskas, lui, Rial e Gento), il Benfica di Eusebio e Coluña, il Milan di Grillo e Schiaffino, l’Ajax e soprattutto la nazionale olandese del ’74 e ’78 e, per finire, il Milan di Sacchi. E l’individualità che, oggi, più l’affascina? Zidane. Non ha dubbi Don Alfredo: « efficace, un organizzatore, capace di armonizzare una squadra. Ciò senza togliere meriti a nessuno» e cita mezza formazione del Real Madrid. Ritorniamo al tema: come è cambiato il calcio dai suoi tempi a oggi. «Come tutto nella vita. Basta pensare alla Coppa dei Campioni. Quando nacque nel 1955, sembrava una barzelletta e invece guardi oggi cos’è diventata. l’evoluzione. Normale. La gran differenza? La televisione. Ha portato la luce, i colori, i suoni, ha fatto del calcio un gioco più estetico. Diciamolo: una partita ai miei tempi era triste. Poi, la televisione ha portato i miliardi. Adesso un calciatore smette con la borsa piena. Una volta guadagnavamo il giusto. Basta vedere come sono finiti tanti grandi. Compravano la casa, un bar, gli affari andavano male e adesso li aiutiamo con l’associazione veterani». Del calcio di oggi non sopporta due cose: la parola galattici (in Spagna sinonimo del Real Madrid), perché «è una stupidaggine, non c’è nessun galattico nel mondo. L’avete inventata voi giornalisti per poter dire di tutto quando giocano male». L’altra cosa che lo infastidisce sono i colorini delle scarpe, delle maglie, più in generale il look. «Una pagliacciata. In questo sono rimasto un classico». Anche se qualcuno ricorda che Di Stefano ebbe il coraggio di far pubblicità ai collant Bekshire. «Ci misi solo il busto, le gambe erano della mia signora». Tanti anni di gloria, ma ci sarà pur stato un momento duro? «La sconfitta nella finale della Coppa dei Campioni del 1962 con il Benfica: finì 5-3 per loro. Il migliore? una situazione: l’amicizia, la solidarietà con i compagni di squadra». Scusi, ma dicono che lei aveva un caratteraccio, che comandava tutti a bacchetta... « vero, ma non ho mai insultato nessuno». Cambia discorso, ritorna a Capri, alla prima volta che ci andò con sua moglie, alla famiglia che conobbe, tutti marinai, al bisnonno Agostino che comandava i piroscafi per l’Argentina. Ricordi e ancora ricordi, ma è tardi, non c’è tempo, lo aspetta un altro impegno. Don Alfredo alza il bastone, «devo usarlo perché mi fanno male le spalle, ma sto bene anche se la cassa da morto è lì - e indica la stanza intorno a lui -. Passeggia, mi sorride, allunga la mano, cerca di ghermirmi, ma io le rispondo che è ancora presto». Luca Caioli