Ranieri Polese Corriere della Sera, 02/11/2003, 2 novembre 2003
Ellroy annusava mutandine di nascosto, Corriere della Sera, 02/11/2003 Dal mese di giugno di quest’anno, James Ellroy non collabora più con ”GQ”, il mensile della Condé Nast America per cui cominciò a scrivere dieci anni fa
Ellroy annusava mutandine di nascosto, Corriere della Sera, 02/11/2003 Dal mese di giugno di quest’anno, James Ellroy non collabora più con ”GQ”, il mensile della Condé Nast America per cui cominciò a scrivere dieci anni fa. Fra i testi apparsi su ”GQ”, oltre ad articoli legati alla cronaca (il caso O. J. Simpson, l’attacco alle Twin Towers) e a brevi racconti ambientati nella Los Angeles Anni ’50, c’è anche L’assassino di mia madre, uscito nel ’94, che conteneva l’idea da cui poi nacque il libro Le mie zone oscure (Bompiani). «L’editore ha licenziato Art Cooper, che aveva diretto il giornale per tanti anni ed era amatissimo. Con lui sono stati fatti fuori anche molti collaboratori di una certa età, me compreso. ”GQ” è diventato una rivista per ragazzini e io non voglio più averci niente a che fare». Così racconta lo scrittore in un’intervista che ha concesso al ”Corriere” in occasione dell’uscita in Italia di Destination: Morgue, contenente la raccolta dei suoi articoli apparsi negli ultimi tre anni su ”GQ”. Cinquantacinque anni, una ventina di libri pubblicati a partire dal 1981, Ellroy vive da tempo a Kansas City, lontano dalla Los Angeles maledetta degli anni giovanili (che pure torna sempre come scenario dei suoi nerissimi romanzi). Libri come Dalia nera, L.A. Confidential, Il grande nulla (Mondadori) gli hanno valso una solida reputazione tra gli amanti di thriller. Ma non solo. Per la sua Underworld Trilogy sulla storia americana fra il 1962 e il 1972, fra Kennedy e Nixon (finora sono usciti American Tabloid e Sei pezzi da mille, Mondadori) molti l’hanno paragonato allo Shakespeare dei drammi storici. E recentemente il suo nome è apparso nella lista dei ”Cento romanzi più importanti di tutti i tempi” stilata da un critico dell’’Observer” (L.A. Confidential appare al numero 95, e precede Espiazione di Ian McEwan, Pastorale americana di Philip Roth e Austerlitz di W. G. Sebald). Destinazione: Morgue comprende dodici pezzi. In alcuni Ellroy riapre le memorie degli anni selvaggi della sua giovinezza, quando orfano di madre (Geneva ”Jean” Hilliker Ellroy fu trovata uccisa nel giugno del ’58: nessuno ha mai scoperto il suo assassino), il piccolo James imparò presto ogni genere di sregolatezza, pasticche, alcool, riviste porno, furti. In Let’s Twist Again, per esempio, ricorda gli anni delle medie alla John Burroughs Junior High School quando spiava le compagne di classe ed entrava nelle loro case per rovistare nei cassetti e annusare la biancheria. Molti anni dopo, leggiamo, Ellroy ha rincontrato gli ex allievi della sua scuola e ha raccontato tutto, delle sue fantasie sessuali, dei suoi pedinamenti, dei piaceri solitari rubati nelle case delle ragazzine desiderate e intoccabili. Ma gliel’ha detto veramente? «Sì, ho raccontato tutto». E loro, le ragazze, come hanno reagito? «Scioccate, ma anche divertite». In altri articoli, invece, tornano le torbide cronache di Hollywood Anni ’50, gli anni dei «rags», cioè delle riviste piene di pettegolezzi micidiali tipo ”Hush Hush” in cui si distruggevano divi e divine scoprendo i loro segreti più pericolosi, ovvero: relazioni omosessuali, droga, simpatie per i comunisti. E torna anche Danny Getchell, il giornalista ricattatore già incontrato in L. A. Confidential. Con la recente campagna per l’elezione di Arnold Schwarzenegger a governatore della California, Hollywood è tornata sotto i riflettori. Ma stavolta nessun pettegolezzo piccante è venuto fuori, nemmeno le foto di Schwarzy nudo nei suoi primi anni americani. Non ha provato, Mr. Ellroy, un po’ di nostalgia per quei giornalacci di una volta? «Io non ho seguito le elezioni in California. Però da una fonte anonima di Hollywood, uno che è molto addentro alle cose di là, ho sentito dire che Schwarzenegger è omosessuale; alcune donne l’hanno accusato di palpeggiamenti, ma lo fa solo per coprire il suo segreto. Peccato che questa storia non sia uscita su nessun giornale». E della politica nazionale, che cosa pensa lo scrittore Ellroy? Nel libro viene pubblicato il lungo articolo scritto nel 2000, al momento delle convention repubblicana e democratica per scegliere il candidato alla presidenza. Dalla prima uscì George W. Bush junior, dall’altra Al Gore. Mentre esprime tutto il suo disprezzo per Bill Clinton, bugiardo e lussurioso, Ellroy così scrive di Bush: «Junior smentisce il concetto che i candidati presidenziali siano mediocri. Junior è deficiente. La sua è la comoda deficienza di un uomo trascinato dalla sete di potere del padre [...]. Si muove come se al posto della testa avesse il culo e ridacchia a denti stretti». E di Al Gore dice: « una merda. L’ha dimostrato quel famoso giorno al gran ballo dell’impeachment. Ha ottenuto il proscioglimento (di Bill Clinton, ndr)... Avrebbe potuto fare un passo indietro e non dire niente. Avrebbe potuto proiettarsi in testa qualche istantanea di Bill che si abbassava la lampo davanti alle sue figlie. Avrebbe potuto provare almeno un minimo di sdegno». Oggi, Mr. Ellroy, come vede il presidente Bush e gli altri uomini politici? «Guardi, sinceramente della politica non me ne importa un c...! Fu il giornale a chiedermi di scrivere quell’articolo. Il succo? Vada a rileggersi le ultime righe: ”Presidenziali 2000. Bush contro Gore. La bella notizia è che uno dei due perde. La brutta notizia è che uno dei due vince”. Posso aggiungere che pensavo che entrambi i candidati erano dei poveri fessi». Lei cita molti scrittori, Hammett, Chandler, Mike Spillane e anche Don De Lillo. Cosa pensa dei più importanti autori americani di oggi: Philip Roth, Jonathan Franzen, Jeffrey Eugenides? «Ma è sicuro che i maggiori scrittori di oggi siano tutti uomini? Trent’anni fa lessi molti di libri di Philip Roth, mi piacquero molto. Non ho letto né Franzen né Eugenides, non ho la più pallida idea di cosa siano i loro libri». L’ultimo articolo apparso su ”GQ” (che non è compreso in Destination: Morgue) è dedicato a tre donne, Jean Hilliker, sua madre; Dana Delany, l’attrice che lei vorrebbe nel ruolo di sua madre in un film; e Anne Sexton, la poetessa americana morta suicida nel 1974. Già nell’87, lei usò dei versi della Sexton come epigrafe di Dalia nera. Come mai questa passione per questa scrittrice? «Era una grande poetessa. Era una donna traumatizzata, sconvolta; il suo destino tragico se l’è costruito con le sue mani. Ma la sua poesia reggerà alla prova del tempo». Due suoi libri, Dalia nera e Le mie zone oscure, dovrebbero diventare film. vero? «Sì, ci sono già le sceneggiature. Le ho lette, ma non ho partecipato alla loro scrittura. Comunque, sinceramente, non credo che quei libri possano mai finire sullo schermo». Intanto, Ellroy, sta scrivendo la terza parte della trilogia Underworld. Quando sarà pronta? «Fra circa tre anni». E il racconto si concluderà nel ’72, con la morte di J. Edgar Hoover, l’onnipotente capo del Fbi. Cos’è stato Hoover per la storia americana? «In American Tabloid e in Sei pezzi da mille io ritraggo Hoover come l’incarnazione assoluta del male nell’America del ventesimo secolo. Le sue qualità, se così si possono definire, erano: crudeltà, avidità, megalomania, oscure pulsioni sessuali e un falso moralismo da femminuccia. In una parola, la sua politica era: potere assoluto per se stesso, e repressione di ogni forma di dissenso. Una volta chiesero a L. B. Johnson perché teneva Hoover a capo del FBI; e Johnson rispose: ”Meglio tenere uno come lui dentro la tenda e lasciare che pisci di fuori, piuttosto che lasciarlo fuori della tenda con la certezza che prima o poi ti piscerà dentro”. Hoover aveva prove contro tutti, dai presidenti in giù: poteva ricattare chiunque. Il suo potere era sconfinato». Ranieri Polese