Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  novembre 16 Domenica calendario

Simenon amava le spogliarelliste, Il Sole-24 Ore, 16/11/2003 Lei ha scritto un libro che si intitola Tre camere a Manhattan, ma - mi viene da dire - avrebbe potuto scrivere un libro che si intitola Tre donne a Tucson, perché a quell’epoca lei viveva a Tucson [

Simenon amava le spogliarelliste, Il Sole-24 Ore, 16/11/2003 Lei ha scritto un libro che si intitola Tre camere a Manhattan, ma - mi viene da dire - avrebbe potuto scrivere un libro che si intitola Tre donne a Tucson, perché a quell’epoca lei viveva a Tucson [...] «Certo. Vivevano tutte nella stessa casa». Già: c’era la sua moglie legittima, c’era l’amante in carica che in seguito sarebbe diventata sua moglie, e c’era anche Boule, e ciò nonostante ogni tanto andava al bordello. «Sì. Le dirò, a questo proposito, che io considero le prostitute donne come le altre. E non sopporto le espressioni che usava per esempio Clouzot e che usa anche la maggior parte della gente per chiamarle. Ne ho conosciute migliaia, e le assicuro che molte di loro sono più degne qualche volta di certe donne sposate». Sono meno ipocrite. «Sì, e qualche volta ho trovato in loro anche molta più affettività. Le spogliarelliste, per esempio, le ho frequentate moltissimo, innanzitutto perché hanno un bel corpo e poi perché erano accessibili. Ebbene ne ho conosciute alcune che erano delle donne straordinarie».  vero, come mi hanno riferito, che lei ha dichiarato di aver conosciuto carnalmente 10mila donne? «Questa è una storia divertente...Io e Federico Fellini siamo molto amici da tantissimo tempo, da più di vent’anni. Un giorno, all’epoca del lancio di Casanova, Fellini venne a trovarmi. Mio figlio Johnny, che in quel periodo lavorava da Gaumont, era stato appunto incaricato del lancio di Casanova in Francia. Perciò registrava con il magnetofono la conversazione, a ruota libera, tra me e Fellini. Naturalmente ci siamo messi a parlare di donne. A un certo punto Fellini mi fa: ”Eh questo Casanova ebbe più di 4.000 donne”. E io: ”Vediamo, quanti anni ha vissuto?”. ”Tot anni”; E io: ”Non fa neanche una al giorno. Io ne ho avute in media tre al giorno a partire dai tredici anni e mezzo. Allora... se facessi il calcolo non so quanto verrebbe”. E non so più se è stato lui o sono stato io a dire all’improvviso: ”Per lo meno 10.000”. ”Puo darsi,” ho detto io ”non ne ho idea, non le ho mai contate”. E da lì è nata la leggenda che ha fatto il giro del mondo: ”Simenon e le sue 10mila donne”». E le dà fastidio? «No, per nulla. Non me ne importa, ma io non mi sono mai vantato, non sono mica - come posso dire? - uno sportivo che vuole a tutti i costi... battere un record». La sua potenza di lavoro è stata straordinaria... Lei racconta che a 18-20 anni scriveva 80 pagine in una mattina. «Sì, ma si trattava di romanzi popolari, era facile». Georges Simenon, lei racconta che, anche quando è diventato ormai uno scrittore famoso, pubblicava 4, 5 o 6 romanzi all’anno... «Avevo un contratto con Gallimard per 6 romanzi all’anno»... Perché distingue i Maigret da una parte e i romanzi che lei definisce «duri» dall’altra? «C’è una ragione. Il romanzo poliziesco ha delle regole, e delle regole sono come dei corrimano, come i corrimano di una scala: c’è un morto, ci sono uno o più investigatori, c’è un assassino e dunque un enigma. Quindi bisogna seguire delle regole, ben determinate, e oltre a ciò, se al secondo capitolo il lettore trova che il libro sia un po’ fiacco, leggerà lo stesso fino alla fine perché vuole sapere chi è l’assassino. Bene, io questa la chiamo fabbricazione, cioè semiletteratura, una parola che usavo e che indignava Jacques-Emile Blanche quando c’incontravamo alle ”Nouvelles Littéraires”. A quell’epoca si faceva salotto in tutti i giornali, tutti questi signori, con i loro bastoni dal pomo d’oro e il cappello a cilindro. Quando parlai di semiletteratura, mi disse: ”Semiletterario? Che cos’è?”. Ebbene è una sorta di fabbricazione che può essere di lusso, di primo o di terz’ordine, come un falegname, un ebanista può fare dei mobili da quattro soldi o dei mobili stupendi, però sono tutti comunque fabbricazione. Quelli che io chiamo i romanzi ”duri”, invece - del resto non sono stato io il primo a definirli così - sono semplicemente romanzi dove non ci sono corrimano. Tutte le volte che mi sono sentito in grado di scrivere un romanzo senza corrimano, ovvero senza avere questa e quell’altra regola, ho scritto quello che chiamo un romanzo duro». Duro da scrivere? «No, no, duro significa che posso permettermi di dire la verità sui miei personaggi. Nei Maigret, in fondo, no, tranne verso la fine, o mettiamo pure negli ultimi 20 anni, quando si sono avvicinati sempre più ai romanzi-romanzi. Ecco, io all’epoca non dicevo romanzi ”duri”, dicevo ”romanzi-romanzi”». I Maigret li scriveva subito a macchina? «Oh sì, direttamente a macchina, e li scrivevo quasi fischiettando». Davvero fischiettava mentre scriveva i Maigret? «Sì, perché era facile. diventato un po’ più difficile alla fine, perché ho iniziato a confondere un po’ i Maigret e gli altri romanzi, lavoravo di più ai miei personaggi; ma i primi, diciamo i primi 30, erano un divertimento. Anche alla fine, del resto, scrivevo un Maigret solo quando ero stanco. Siccome avevo bisogno di scrivere e non avevo la forza fisica per mettermi a un romanzo perché, lo sa, ci vuole una resistenza fisica notevole, in due ore e mezzo scrivere un capitolo di 20 pagine è faticoso... i veri romanzi. Mentre i Maigret li tamburellavo». Che cosa vuol dire con faticoso? Intellettualmente? «No. faticoso. Fisicamente faticoso. Intellettualmente no, sa, io non sono intelligente. tirare fuori quello che si ha nel cuore, tirare fuori il proprio istinto. Io sono un istintivo, non sono per nulla un intellettuale. Non ho mai pensato un romanzo, ho sentito un romanzo; non ho mai pensato un personaggio, ho sentito un personaggio. Non ho mai inventato una situazione, la situazione è venuta mentre scrivevo un romanzo, ma all’inizio non sapevo assolutamente dove il mio personaggio mi avrebbe portato, era lui a portarmi, e io vivevo prima undici giorni, poi alla fine sette, per così dire nella pelle di questo personaggio». Qual è la parte di lei che c’è in Maigret? «All’inizio non ce n’era nessuna. Del resto all’inizio l’avevo utilizzato vagamente in due o tre romanzi popolari, quando scrivevo ancora romanzi popolari, e a proposito dei romanzi popolari, le vorrei dire, tra parentesi, che per me non erano solo un mezzo per guadagnarmi da vivere, ma erano anche uno strumento per imparare il mestiere, perché scrivere romanzi è un mestiere. [...] Bene, io non riesco a immaginare che uno a vent’anni dica: ”Voglio scrivere un romanzo” senza aver imparato come si fa. Lo sa che la cosa più difficile in un testo teatrale è far entrare un personaggio, e soprattutto farlo uscire? Bene, anche nel romanzo. Anche nel romanzo c’è tutta una tecnica da imparare, ebbene, io volevo conoscere la tecnica del romanzo, soprattutto sapere tutto quello che non bisogna fare. Ora, nel romanzo popolare si fa tutto quello che non bisogna fare. Perciò scrivere romanzi popolari è il modo migliore di evitare i sentimentalismi, non dico i sentimenti, dico i sentimentalismi, di evitare l’acqua di rose, eccetera, insomma, tutto quello che c’è nel romanzo popolare». Maigret? «Ebbene, mi hanno chiesto dei romanzi polizieschi e io ho scritto dei romanzi polizieschi e ci ho messo un personaggio: Maigret. All’inizio era una sagoma: un uomo grosso, con una pipa e una bombetta, e poi un soprabito con il colletto di velluto, come si usava a quei tempi. E poi Xavier Guichard, che era all’epoca il direttore della Polizia giudiziaria mi ha fatto chiamare. Fino a quel momento avevo scritto 3 romanzi. E mi ha detto: ”Guardi, Simenon, i suoi romanzi mi piacciono molto, ma lei fa un mucchio di errori d’ordine tecnico. Deve venire un po’ a conoscere tutta la baracca qui”. E mi ha fatto conoscere la baracca. E l’ho frequentato molto». D’accordo, questa è la tecnica. Ma la psicologia di Maigret? Maigret, per esempio, ha mai tradito sua moglie? «Probabilmente...Ma io non lo dico». Ah be’, certo, lei non lo dice, però... «Ci sono molti uomini che tradiscono la moglie e non lo dicono...[...]». Un’altra differenza è che mentre lei ha quattro figli, Maigret non ha avuto figli. «Sa perché? Per una ragione molto semplice. Quando scrivevo i Maigret non avevo figli e mi sentivo incapace di descrivere la vita familiare con un bambino, poiché non ne avevo». Bernard Pivot