Concita De Gregorio la Repubblica, 14/11/2003, 14 novembre 2003
C’è chi prova a riempire coi fiori il cratere di Nassiryah, la Repubblica, 14/11/2003 come se avessero voluto riempire di fiori quel cratere
C’è chi prova a riempire coi fiori il cratere di Nassiryah, la Repubblica, 14/11/2003
come se avessero voluto riempire di fiori quel cratere. La fossa di terra che si è mangiata diciotto uomini l’hanno vista in tv, così piccola sullo schermo e invece enorme, lontanissima. Allora sono usciti di casa e come a un segnale identico sono andati tutti nello stesso posto: il comando generale dell’Arma, un palazzone imponente dei Parioli, in viale Romania. I primi sono arrivati mercoledì sera, con un mazzo di margherite, un cappello, una poesia. Volevano entrare ma non si poteva, firmare un registro ma non c’era: hanno lasciato tutto lì per terra accanto all’ingresso, dove ci sono le aste delle bandiere a lutto.
Nella notte e poi ieri mattina i mazzi di fiori sono diventati una montagna, ciascuno come fosse un pugno di terra a riempire quel cratere lontano. Una collina di cellophane d’argento e nastri viola, e rossi, e verdi: una cupola scintillante. La processione non si è fermata mai: reduci di guerra, ragazzi con gli zaini, madri coi figli in carrozzina, uomini in abito da ufficio che fermano la macchina un momento coi lampeggianti accesi, lasciano un biglietto, tornano via. La gente ha capito per prima, da sola, quello che i politici hanno visto poi, e alimentato per un giorno intero della loro sfilata: l’epicentro del dolore è questo pezzo d’asfalto davanti al comando generale dell’Arma. L’altra Nassiryah è qui.
All’ora del caffè il bar della cittadella dei carabinieri si riempie. Entrano a gruppi, trenta centesimi una tazzina. Accanto alla cassa c’è una scatola di cartone per le offerte: «per i familiari delle vittime di Nassiryah», c’è scritto. Lasciano quasi tutti una banconota. La barista saluta un ragazzo in borghese, «coraggio, coraggio», gli dice, lui le fa cenno di grazie con la testa. Uno dei morti era suo compaesano. Un maresciallo gli batte sulla spalla. [...] A mensa nello stanzone con le tavolate si discute di quelli che stanno per partire: due plotoni di volontari sono pronti per andare a prendere il posto delle vittime. Bellini li accompagna? Forse, ho sentito dire. Ma non è già partito? No, non ancora. su.
Il generale Guido Bellini non è ancora partito. qui al primo piano della palazzina centrale, una statua equestre all’ingresso, due carabinieri alla porta. Dalla sala operativa di fianco gli portano dispacci ogni momento. Legge, annota. Riceve condoglianze. Ha occhi azzurri, caldo accento pugliese. «Nessuno, non uno dei nostri ragazzi ha chiesto di rientrare. Anzi, abbiamo un elenco lungo così di richieste per partire». Con D’Alema e Fassino, poi con Cossiga, ricostruisce la dinamica: «Due veicoli, un’autocisterna colma di esplosivo. Poteva essere un razzo, un elicottero. L’onda d’urto ha raggiunto l’altra sponda del fiume. Il parcheggio si è accartocciato. Il figlio di Ficuciello è morto così, sotto un container». Più tardi Berlusconi, Fini. Ascoltano il comandante generale: «Testimoni hanno raccontato che alla guida non c’era gente di Nassiryah. Ne sono certo. La collaborazione e la convivenza con la gente del posto erano eccellenti. stato un atto di terrorismo dei feddayn di Saddam, ormai saldati ad Al Qaida». Poi a Casini, il presidente della Camera. «Se dovessi tornare oggi rifarei quella scelta. L’edificio andava presidiato perché non fosse occupato dai cecchini. La sua collocazione ha anche un significato psicologico. Andare per stare chiusi in un bunker non ha senso, tanto vale restare in Italia». A Mirko Tremaglia. «Il vicebrigadiere Coletta era una persona straordinaria. Ho qui l’elenco dei quindici orfani, mi si stringe il cuore: li seguiremo tutti uno ad uno, li porteremo fino all’università, non si sentiranno mai soli». Bellini stringe mani, a ciascuno degli ospiti ripete queste stesse parole, poi annuncia che si prepara a partire. «Vado a riprendere i ragazzi, li riporto a casa». Sul tavolo di un ufficio vicino c’è, aperta, una cartellina azzurra con l’elenco delle vittime: nome, età, indirizzo, nome delle vedove, nome e data di nascita dei figli. «Paolo e Maria», c’è scritto accanto al nome di Giuseppe Colletta, vicebrigadiere a San Vitaliano. Paolo è morto a sei anni per un tumore, Maria ha due anni. La moglie, in tv, sta dicendo proprio adesso: «Vorrei trovargli un difetto per arrabbiarmi con lui, ma non ne trovo nessuno».
Fuori dalla porta di Bellini continua lo sbattere di tacchi, il via vai del cordoglio. Per strada, sotto le bandiere, arrivano i romani a piedi. Giacomo Guerriero, classe 1916, combattente in Africa, piange. Un giovane carabiniere scende le scale e lo consola. Lorenzo Onofri, 32 anni, arriva con due mazzi di giunchiglie. «Uno da parte di mio padre che non c’è più. Erano ragazzi della mia età, sono stati più sfortunati di me». Da una macchina scendono i calciatori Damiano Tommasi e Stefano Fiore, da un’altra Giuseppe Gibilisco campione del mondo di salto con l’asta e Vincenzo Cantatore, pugile, figlio di un carabiniere. Gibilisco è in divisa da finanziere. Portano una corona a nome degli atleti italiani, con loro c’è il presidente del Coni Petrucci. Diana Bianchedi, 15 ori nella scherma. Klaus Dibiasi abbellito dagli anni: «Ero a Monaco nel ’72, la palazzina di Israele era di fronte alla nostra. Anche allora, giustamente, l’Olimpiade è andata avanti [...]».
Dalla base Maestrale arriva notizia che si sta ricostruendo un terrapieno a difesa della palazzina distrutta. Il generale Bellini legge l’ultimo appunto, è sera, sta per partire. Non è mai stato a Nassiriyah, «avrei voluto vederla com’era prima». Come prima, però, ora non c’è più niente. «Tornate a casa, non fatevi uccidere per la guerra di Bush», hanno scritto quattro adolescenti scesi dai motorini coi fiori. L’ultima a portare una rosa è Maya, 6 anni. «Ho visto quel soldato con la bambina in braccio, nella foto sul giornale, e ho detto a mamma: ”Se fosse stato papà mi sarebbe dispiaciuto da morire”. Allora lei mi ha detto: ”Hai ragione”, e siamo venute a salutarlo».
Concita De Gregorio