Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  novembre 20 Giovedì calendario

Il modello inglese funziona: a Bassora non si muore (quasi) più, L’espresso, 20/11/2003 Strizza l’occhio ai passanti il sergente inglese che nel centro di Bassora insegna a un moccioso come si imbraccia il mitra e si prende la mira

Il modello inglese funziona: a Bassora non si muore (quasi) più, L’espresso, 20/11/2003 Strizza l’occhio ai passanti il sergente inglese che nel centro di Bassora insegna a un moccioso come si imbraccia il mitra e si prende la mira. uno dei tanti sforzi di pubbliche relazioni con cui le truppe di Sua Maestà britannica (12 mila uomini tutti concentrati nel Sud) cercano di attirare simpatie nella seconda città dell’Iraq. Per un paio di mesi si erano illusi di tenerla sotto controllo. Fino a che una bomba esplosa l’11 novembre in mezzo al traffico urbano ha disintegrato un pullmino, mietendo civili (4 morti e 9 feriti). Preceduta qualche giorno prima da una serie di colpi di mortaio sparati contro una scuola (nessuna vittima, era mattina presto). A Bassora la tensione è tornata altissima. Anche se non si respira quella sensazione di estrema vulnerabilità che mette i brividi nelle strade di Baghdad. In questi giorni di Ramadan, la gente si riversa per le strade dopo il tramonto. Provoca ingorghi di traffico, affolla i ristoranti e le gelaterie, fuma il narghilé nelle caffetterie, prolunga fino a oltre mezzanotte il rito dello shopping. Nessuno gira armato, davanti agli edifici pubblici non ci sono né blocchi di cemento né cavalli di frisia, nelle hall degli alberghi non si vedono kalashnikov. Malgrado il rigurgito di violenza, si percepisce un’energia positiva che almeno sul piano economico favorisce la normalizzazione. Bassora, quasi un milione e mezzo di abitanti, ha prevalentemente sepolto fra i rottami della storia Saddam. Ha riacceso la sua vocazione mercantile. Sta recuperando velocemente la sua naturale frenesia. L’esplosione di vitalità è solo in parte merito degli inglesi, che hanno dimostrato una sensibilità e un rispetto per i costumi locali totalmente trascurati dagli americani. «Non si intromettono nelle nostre vite, ed già tanto», dice Alì al Amiri, portavoce del Da’wa, il principale partito sciita. Si deve anche all’avversione viscerale di questa gente verso un regime che l’ha schiacciata per decenni nella totale indifferenza degli occidentali. Oggi è benvenuto chiunque cancelli in fretta le tracce del passato. «Non abbiamo mai invitato gli inglesi ad andarsene», si premura di puntualizzare il governatore Wael Abdul Latif: «E diciamo loro grazie». «Non ci sentiamo liberati», conferma il vicesindaco Mizhar Khairullah, «ma abbiamo deciso di collaborare. Se protestiamo lo facciamo pacificamente». L’intesa è fiorita però solo alla fine dell’estate. La lotta degli inglesi contro la diffidenza non è stata un’operazione del tutto indolore. Bassora, difesa durante la guerra da Alì il chimico, aveva contrastato duramente l’avanzata delle truppe inglesi. E alla fine del conflitto aveva sfogato tutta la sua rabbia nelle violenze e nei saccheggi. Era proibitivo in quei giorni di metà aprile girare per la città. L’hotel Sheraton era stato letteralmente disossato in un paio d’ore. Le rare auto in circolazione venivano bloccate e svuotate in un baleno. Nelle notti da lupi, in cui la gente per bene si barricava in casa, avevano divelto dai piedistalli lungo lo Shatt-el-Arab (il corso d’acqua formato dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate) anche le inquietanti statue in bronzo dei guerrieri con il braccio proteso verso l’Iran , retorica del regime per una terra da conquistare. Non tanto perché ricordavano l’epopea di una guerra (1980-88) tragica per l’Iraq, ma per ricavare qualche profitto dal riciclaggio del metallo. E con il grande caldo c’erano stati moti di piazza per la mancanza di acqua e luce. I generatori distrutti dalle bombe non consentivano la conservazione dei cibi. La situazione igienica era prossima all’emergenza. In quel periodo anche gli inglesi (inventori del moderno Iraq, ma ritiratisi nel 1920 per le ondate di violenza) hanno contato i loro morti. Undici prima della tregua autunnale: un numero già allora nettamente inferiore a quello delle vittime americane. Ma non hanno mai scatenato repressioni. Applicando le tecniche di peacekeeper adottate recentemente con successo nell’Irlanda del Nord, hanno sedato gli animi usando il guanto di velluto. Non sono mai scesi per strada con gli elmetti, in assetto di guerra. Per sdrammatizzare lo scenario hanno continuato a pattugliare la città a bordo dei Warrior con semplici berretti militari in testa. E per non esprimersi a gesti come fanno gli americani hanno studiato i primi rudimenti della lingua araba. Nel quartier generale hanno capito che per agevolare la pace sociale bisognava riportare nelle case l’acqua e la luce. Hanno speso 16 milioni di dollari per le riparazioni. Poi, in vista dell’anno scolastico, hanno provveduto alla sistemazione delle scuole. Contemporaneamente hanno curato il training delle nuova polizia iracheno, baluardo contro un crimine assai aggressivo. «Ci siamo rimboccati le maniche», dice il capitano Alan Sweeney, «per rimettere in piedi le infrastrutture essenziali». E la soluzione di tanti piccoli problemi civili è stato il volano che ha restituito alla città fiducia e energie. I commercianti hanno riaperto i battenti, superando il panico dei saccheggi. ripresa la coltivazione dei datteri distrutta dai bombardamenti. Le merci ci sono tornate ad affluire via mare, dal Kuwait e dagli Emirati, nel porto rimesso in funzione di Umm Qasr. Gli Ahwar, i pescatori delle palude perseguitati e dispersi da Saddam, hanno cominciato a rientrare alla spicciolata nei loro acquitrini. Nella città di Sindbad il marinaio (esageratamene definita la Venezia della Mesopotamia), l’ex comandante di vascello Abd Alsattar Abd Algabbar ha avuto dalle autorità inglesi l’incarico di rifondare anche la Marina militare. E il coprifuoco è stato abolito dopo un lungo negoziato coi capi delle tribù. Che hanno promesso di accantonare le vecchie faide. E di provare inoltre a mettere in riga le teste calde. Oggi la città si presenta ancora un po’ ammaccata. Nessuno ha rimosso le macerie dei bombardamenti. Lo scheletro bruciacchiato dello Sheraton è un sinistro simbolo di vergogne troppo fresche. Lungo la Kurnish, il lungofiume dirimpetto, gli sfaccendati giocano a carte sui piedistalli dei guerrieri inghiottiti nel vortice delle ruberie. Di notte quel tratto di strada un tempo elegante, dove ancora fino a prima della guerra si tirava tardi intorno ai chioschetti delle bibite, è avvolta da atmosfere spettrali. Ma basta spostarsi di qualche centinaio di metri verso il mercato di Al Ashar, dove ogni mattina va in onda il festival della cianfrusaglia, o di un paio di chilometri verso l’area commerciale più sofisticata intorno ad Algeria Street, per ritrovare la Bassora che pulsa. Il giovedì sera, vigilia del venerdì festivo, l’animazione non è inferiore a quella delle metropoli arabe mai toccate dalla guerra; per mangiar fuori anche a Bassora conviene prenotarsi. «Prima venivano solo gli esponenti del regime», dice Muhammad Nasem, titolare di un ristorante specializzato in pesce: «Ma adesso alla gente è tornata la voglia di uscire». Migliaia di persone visitano il mercato delle auto usate appena scaricate, senza pagare dazio, dai cargo provenienti da Dubai. Esaminano i modelli con occhio da intenditori. Accarezzano le carrozzerie. Auscultano il rombo dei motori. Trattano sul prezzo. Le insegne al neon restano accese fino a notte fonda. Per almeno mezzo chilometro è una successione ininterrotta di bar, gelaterie, Internet café, saloni di videogame, esposizioni di mobili, negozi che propongono mercanzia di ogni tipo. Tira anche il superfluo. «Vendo più profumi che in passato», dice Jafer Sadaq Ahmad, commerciante di cosmetici: «Adesso entrano senza paura anche le donne». «La gente ha riscoperto i miei fiori», gongola nella sua botteguccia Asad Watban. autentico boom per le vendite delle antenne satellitari e dei cellulari. Il volume globale dei traffici è triplicato negli ultimi sei mesi. E richiama negli alberghi inaugurati nel dopoguerra anche imprenditori degli Stati vicini. Il nuovo attentato non ha paralizzato la ripresa. Ma è un segnale troppo netto per poter essere trascurato. Sull’autostrada per Baghdad si sono moltiplicati i posti di blocco. La Croce Rossa, quasi fiutando la nuova ondata di violenza, aveva già chiuso i suoi uffici. E si insinua soprattutto il timore che il terrorismo trovi un terreno fertile nella povertà ancora troppo diffusa, o si saldi con la criminalità. Si è riaperta proprio nei giorni scorsi la piaga dei rapimenti. Hanno sequestrato il figlio di un industriale all’uscita di scuola e la polizia ha indirizzato le indagini verso la tribù dei Garamsha che Saddam aveva confinato in una orrenda baraccopoli. C’è allarme inoltre per il contrabbando di petrolio. Alcune gang di pescatori succhiano il greggio direttamente dalle raffinerie o dalle pipelines e lo trasportano su piccole imbarcazioni al largo dove sono in attesa le petroliere di anonimi committenti. Un giro d’affari da un milione di dollari al giorno. Ma la grana più grossa riguarda la politica. C’è da gestire la patata bollente delle vendette. Si allunga ogni giorno la catena degli ex dirigenti del Baath giustiziati. Il primo della lista è stato un medico, Abdullah al Fadhil, che subito dopo lo scoppio della guerra tagliava le orecchie ai disertori. Sospettate le organizzazioni sciite più vessate da Saddam, e tornato dai lunghi esili in Iran. Nell’amministrazione della giustizia gli stessi inglesi, che hanno scelto di rimanere sullo sfondo, chiedono spesso la mediazione degli sceicchi. Col rischio però che la legge islamica si sostituisca al codice penale di uno Stato che non c’è più e in cui le immagini dell’onnipresente Saddam sono state sostitute da quelle dei leader spirituali. In fatto di etica l’integralismo ha già preso piede. Prima del ’90 (invasione del Kuwait) la laica Bassora, con le tentazioni pruriginose di Watan Street (night club, donnine facili, alcol a volontà), attirava ogni week-end dai vicini emirati torme di sceicchi in fuga dai tabù religiosi. La piccola Pigalle è sopravvissuta poi fino al ’96 a esclusivo uso degli iracheni, quando Saddam (già orientato verso la sterzata islamica) dispose la chiusura di tutti i locali notturni. E oggi rimane un mortorio. Dal punto di vista della morale, la città è sotto il tallone degli sciiti. Che ammettono il consumismo ma considerano peccaminosa anche la visione di una caviglia femminile. Gianni Perrelli