Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  novembre 13 Giovedì calendario

Ma la parola «guerra», in Parlamento, esiste?, Corriere della Sera, 13/11/2003 La parola ricorrente: domani

Ma la parola «guerra», in Parlamento, esiste?, Corriere della Sera, 13/11/2003 La parola ricorrente: domani. La parola evitata con cura: guerra. «Domani» è la formula magica che consente alla sinistra di mimetizzare le crepe intraviste nelle riunioni riservate, nei conciliaboli in Transatlantico, nelle dichiarazioni della prima ora. Oggi è il momento del lutto, del «dovere di sentirsi addosso le uniformi insanguinate di Mimmo Intravaia, Alfio Ragazzi...» come ha detto Francesco Rutelli (segue elenco delle vittime finora accertate); se ne litigherà appunto domani, o magari subito purché non in aula, dove come ricorda Casini c’è pure la televisione. «Guerra» è il nome impronunciabile di un male che tutti nella maggioranza conoscono ma che proprio per questo si guardano dall’evocare. Il ministro della Difesa Martino parla per 10 minuti e 6 cartelle senza citarla mai. Dice invece per due volte: «missione di pace». «Spedizione umanitaria», per il presidente del Consiglio. «Dopoguerra», per D’Alema. «Non guerra, terrorismo» si cautela il capogruppo di Alleanza nazionale Anedda. «Oggi è il nostro 11 settembre» dice Adornato, e come l’altra volta, quella vera, Montecitorio appare quasi sorvolata dalla storia. I parlamentari si muovono per il Palazzo come disorientati da cose più grandi di loro. Abiti scuri. Grisaglie. Gara di retorica, «il lutto che abbruna la nostra bandiera» (Martino) contro «l’inferno senza fine della terra liberata» (Pisicchio). Citazioni del Papa. Voci da Palazzo Chigi: Berlusconi non viene, Berlusconi viene ma non parla. Alla fine Berlusconi ha parlato. Smagrito, teso, a voce bassa. L’ha deciso a mezzogiorno, a pranzo nella casa di via del Plebiscito ha discusso con il sottosegretario Letta e il portavoce Bonaiuti il testo del discorso. Parla dei «nostri ragazzi», «amati e rispettati», della «pace» (2 volte), della «libertà» (5 volte). Non riceve applausi da sinistra, come non li riceve Martino tranne qualche eccezione, ad esempio Vernetti della Margherita, subito fulminato con lo sguardo da Rosy Bindi; deve intervenire Casini con il saluto alle famiglie delle vittime per far levare in piedi l’aula tutta intera. Pieni i banchi del governo, Gasparri con le mani sul viso, Urso sulla fronte. Per il centrosinistra è una giornata drammatica. Riaffiora la frattura tra antagonisti e riformisti, tra Cossutta che parla di «guerra coloniale» e Parisi che ricorda: «I nostri ragazzi restano i nostri ragazzi». Si riallarga anche la divisione interna ai Ds, di primo mattino Folena del Correntone chiede il ritiro delle truppe, segue serrata assemblea dei deputati, risolve come d’abitudine D’Alema: ritiro no, svolta sì. Da domani, certo. Adornato, maramaldo, con voce impostata: «Apprezziamo davvero le parole di Fassino, di Rutelli, di Castagnetti, tutti concordi nel ritenere che oggi non possa essere giorno di polemica. Per la verità, noi speriamo che non lo sia neanche domani, perché davvero non ne vedremmo il motivo». Diliberto sì. L’ex Guardasigilli scavalca a sinistra Ramon Mantovani di Rifondazione, cita Apicella e la Costa Smeralda, la diplomazia in villa, le pacche sulle spalle, gli ammiccamenti; coro di insulti da destra; Casini: «Ognuno ha il senso dell’opportunità che ritiene». Quando il leghista Cè attacca «il cinismo» di D’Alema, da sinistra si leva netto un invito che lo stenografo pietoso espunge dai verbali di giornata. Qualche motivo di polemica ci sarebbe già oggi. Davvero le truppe italiane erano pronte a fronteggiare un attacco? Martino assicura che sì. Berlusconi lo ascolta a mani giunte. Buttiglione si inoltra in una complessa distinzione tra «peace-keeping» e «peace-enforcing». Tabacci si rifugia nell’insegnamento di don Mazzolari: «Non basta alzare gli argini per evitare le inondazioni... ». Incede Sgarbi in pantaloni rossi. De Michelis è indignato con tutti: «La sinistra dovrebbe smettere di disquisire di risoluzioni Onu, la maggioranza dovrebbe dire con chiarezza: siamo in guerra. E basta con il mito degli italiani benvoluti da tutti». Il principe Vittorio Emanuele: «Atto non accettabile». Fuori dal Parlamento è già buio. I tricolori dei militanti di An contendono la piazza al presidio di Rifondazione. Una domanda percorre i corridoi: chi parte per l’Iraq? Il ministro Tremaglia si è offerto volontario ma gli hanno spiegato che è meglio di no, troppo pericoloso. L’atmosfera è surreale. Non aiuta il titolo dell’agenzia Agi da Parigi: «A Berlusconi la solidarietà di Mitterrand». Aldo Cazzullo