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 2003  novembre 13 Giovedì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 17 NOVEMBRE 2003

Sondaggio terrorista: interroga ebrei, americani e italiani.
C’è da rispondere a un nuovo sondaggio. Dopo Eurobarometro, adesso sono i terroristi a chiedere l’opinione dell’Italia e dell’Europa, oltre a quella di ebrei e americani. Lo stillicidio di morti americane e britanniche in Iraq, la strage di Nassiryah e l’attentato alle sinagoghe di Istanbul sono le domande dell’islamismo radicale all’occidente. Quanto siete disposti a pagare per proteggere libertà e democrazia? Quanto per l’appoggio a Israele?

«La guerriglia terroristica dei difensori di Saddam sta scompaginando il programma politico-militare finalizzato alla ricostruzione del’Iraq. [...] La genesi di questo particolare modo di combattere può essere considerata la resistenza che nel 1808 gli spagnoli opposero alle truppe francesi al comando di Napoleone. Si trattò dell’azione irregolare e perfino disordinata e anarchica di gruppi e di bande che, ben conoscendo il territorio e ben mimetizzati tra la popolazione, si opposero ad un esercito regolare, addestrato e tecnologicamente potente. Da allora la guerrilla degli spagnoli, e successivamente la ”petite guerre” dei francesi o la ”kleiner krieg” dei tedeschi, significò una tecnica militare irregolare, estrema, che si serve di ogni mezzo per raggiungere il fine». [1]

Alcuni mesi fa gli analisti della Kroll avevano tracciato tre possibili scenari per l’evoluzione della situazione irachena. Jules Kroll: «Uno, giudicato molto improbabile, prevedeva una rapida stabilizzazione con l’avvento di un governo ad alto tasso di democrazia. Poi si citava la possibilità di un ”wobbly landing”, un atterraggio instabile, con progressi lenti e incerti verso la pace. Infine, la stessa percentuale in termini di probabilità veniva attribuita allo scenario catastrofico, con un aumento vertiginoso di crimini e violenza e un coinvolgimento sempre più rapido e sanguinoso delle truppe americane. Proprio quello che sta succedendo in queste settimane». [2]

Terrorismo, guerriglia, resistenza. Paolo Mieli: «Per la situazione a cui stiamo facendo riferimento potrebbero essere considerati tre sinonimi intercambiabili. [...] Ma deve esserci un motivo se una parte di coloro che, come me, furono contrari all’intervento in Iraq, preferisce - a differenza di me - definire ”guerriglia” (è il caso di Rossana Rossanda sul ”manifesto”) o ”resistenza” (come è già nel titolo di un articolo a firma Giancarlo Lannutti su ”Liberazione”) le ostilità in armi che dai primi di aprile, quando terminò la guerra ufficiale, continuano ad insanguinare la terra mesopotamica. E qual è questo motivo? Lo ha spiegato sul ”Giorno”, con la consueta franchezza, Massimo Fini: ciò che ha prodotto la strage di Nassiryah, a suo avviso, è qualcosa di simile alla forma di lotta ”che è sempre stata praticata da movimenti indipendentisti, noi italiani compresi quando eravamo occupati dai tedeschi”». [3]

«Dai tempi dell’impero romano è la prima volta che una superpotenza occupante viene assediata dagli occupati» (Ghassan Tueni, ex ambasciatore libanese all’Onu). [4] In Iraq c’è una «tempesta perfetta» basata su denaro, kamikaze, armi. Marvin Cetron, consulente del Pentagono e dell’Fbi: «Anche se non possiamo escludere un coinvolgimento di Al Qaida ritengo che, nella caccia ai responsabili, dobbiamo guardare i termini più ampi: l’Onu, la Croce Rossa e adesso l’Italia sono colpiti perchè considerati ”nemici dell’Islam”». [5]

Stiamo vivendo i prodromi dello «scontro di civiltà» annunciato da Samuel Huntington? Igor Man: «I fedayn di Saddam (o chi per loro), gli ”afghani” rimasti disoccupati dopo lo sporco lavoro fatto in casa propria e successivamente emigrati in Algeria per esercitare l’unico mestiere di cui son capaci: assassinare, sono ora attratti dall’Iraq come la limatura di ferro da una calamita. Chi non è con loro è contro. Chi non pratica la sharia è un infedele; la nazionalità non conta, essere italiani o yankee non fa differenza. Tutti infedeli e quindi nemici. Il seme terribile sparso da Osama comincia a dare i suoi frutti: quella annunciata dallo Sceicco della Morte comincia a profilarsi come una sorta di anticrociata postmoderna». [6]

Chi minaccia i carabinieri? «I terroristi di Al Qaida che si infiltrano in Iraq dall’Arabia Saudita, quattro importanti latitanti del vecchio regime di Saddam nascosti nella zona di Nassiryah ed i miliziani sciiti estremisti sono le minacce, non più potenziali, al nostro contingente. Fin dall’inizio della missione Antica Babilonia, l’intelligence dei carabinieri aveva registrato un costante flusso di contrabbando dalla vicina Arabia Saudita. Assieme alla merce per il mercato nero si spostano cellule di terroristi legate a Al Qaida. L’appoggio in Iraq arriva dalla potente setta wahabita, che ha le sue roccaforti nelle cittadini di Ar Ramadi e Fallujah, epicentro della guerriglia irachena. [...] Ormai si calcola che i mliliziani antiamericani, concentrati soprattutto nel triangolo sunnita a nord di Baghdad, contino su 4-5 mila uomini, un migliaio dei quali di provenienza straniera». [7]

Il 15 maggio Bremer annunciò il completo smembramento dell’esercito iracheno (400mila uomini) e la rimozione dall’incarico di 50mila membri del partito baathista. David Rieff: «Come ha commentato in privato un funzionario Usa: ”In quella settimana ci facemmo 450.000 nemici in territorio iracheno”. La decisione - che a detta di numerose fonti fu presa dalla Casa Bianca - si rivelò disastrosa. In un paese come l’Iraq in cui un nucleo familiare è composto in media da sei individui, licenziare 450.000 persone significa lasciare privi di reddito 2.700.000 individui, in altre parole più del 10 per cento dei 23 milioni che costituiscono la popolazione irachena». [8] Emma Bonino: «C’è stata l’illusione di esaurire lo scontro sul piano militare, non capendo che così si fa la guerra tra due Paesi mentre invece il terrorismo è uno scontro anche politico e di potere: c’è stata una totale sottovalutazione». [9]

I cannoni hanno rovesciato l’equilibrio tradizionale di una società. Khaled Fouad Allam: «Tutt’a un tratto le tradizionali élite sunnite, quelle che per secoli avevano definito culturalmente questo angolo del mondo, si trovano ai margini della storia, e vi rimarranno. La prima conseguenza della guerra sarà infatti l’introduzione del voto maggioritario, poiché è in nome della democrazia che questa guerra si è fatta: essendo gli sciiti maggioranza nel paese, per la prima volta nella storia saranno soprattutto loro ad accedere al potere». [10]

Il risultato è l’alleanza fra radicalismo islamico e nazionalisti arabi per impedire l’ascesa al potere degli sciiti. Allam: «E se è stata attaccata Nassiryah, e con essa l’esercito italiano, è proprio perché questa è una città a maggioranza sciita, e l’esercito italiano aveva iniziato ad avviare rapporti privilegiati con la popolazione sciita». [10]

 in corso una guerra di musulmani contro musulmani. Emma Bonino: «Non facciamo l’errore di pensare che i terroristi vogliano far cadere il presidente americano, per quello fortunatamente ci sono le elezioni. Lo scontro è in tutta la regione del Golfo, in Arabia Saudita e nel mondo arabo». [9]

Stanco dell’inconcludenza dello pseudogoverno provvisorio, Bush sta cercando un Karzai iracheno. Caracciolo: «Se il primo è oggi ridotto a ”sindaco di Kabul”, è probabile che il suo omologo iracheno stenterebbe persino ad affermarsi come ”sindaco di Baghdad”. A questo punto dobbiamo chiederci tutti - noi italiani compresi - se si può ancora vincere. La risposta è sì. Né gli insorti iracheni né i terroristi islamici sono onnipotenti. Le loro risorse, anche finanziarie, non sono illimitate. Prima o poi la gente comune, persino a Baghdad e nel famigerato Triangolo, potrebbe rendersi conto che se l’occupazione è umiliante e spesso miope, la guerriglia permanente non ha sbocco». [11]

 la guerre comme à la guerre. Piero Ostellino: «L’auspicio che nel processo di stabilizzazione dell’Iraq sia coinvolto un numero sempre maggiore di Stati è corretto, ma irrealistico e suona un po’ ipocrita - mal comune, mezza consolazione per ciò che potrebbe ancora malauguratamente accadere - a giustificazione del sostegno dato alla presenza del nostro contingente. Il richiamo all’Onu - come a una sorta di Tribunale di conciliazione etico-politica, che tutti mette d’accordo, compresi i terroristi (i quali ne hanno fatto saltare in aria la sede di Baghdad) - è un’illusione truccata da politica. La sollecitazione a accelerare il trasferimento dei poteri dall’autorità militare agli iracheni, sapendo benissimo che essi non riuscirebbero, da soli, a reggere l’urto del terrorismo, è un modo per non ammettere che, comunque, la coalizione dovrebbe pur sempre restare, e a lungo, nel Paese. La verità, che nessuno (neppure Bush) ha il coraggio di dire, è che la crisi la si risolve solo con il completo controllo del territorio, cioè con la presenza di un numero maggiore di truppe. la guerre comme à la guerre. E ”chi ci sta, ci sta”». [12]

A sottolineare che l’Iraq non è il centro del mondo terrorista, sabato è arrivato puntuale un nuovo attentato anti-ebraico a Istanbul. Intorno alle otto e trenta del mattino, un gruppo di giovani ebrei turchi stava partecipando a una funzione religiosa nella grande sinagoga Neve Shalom (Oasi di pace), in una strada ancora tranquilla vicino alla torre genovese di Galata, quando un camioncino rosso s’è avvicinato all’entrata e è esploso. La scena dopo l’attentato: la facciata dell’edificio è crollata, sangue per terra e sui muri, vetri infranti sparati a centinaia di metri. Quasi contemporaneamente, a due chilometri e mezzo di distanza: nella sinagoga di Beth Israel (nel quartiere di Shishli) circa trecento fedeli celebrano lo shabbat, quando un’altro piccolo camion, forse fermo in un parcheggio, salta in aria. Nei primi bilanci si parlava di almeno venti morti e oltre duecentocinquanta feriti. [13], [14]

Yitzak Haleva, rabbino capo di Beith Israel (suo figlio è stato ferito nell’esplosione della sinagoga Neve Shalom) ha raccontato a Radio Israele che le autorità gli avevano chiesto di non uscire di casa e che tutta la comunità ebraica ha vissuto gli ultimi giorni nel terrore d’un attacco imminente. [15]
Il Fronte islamico dei combattenti del Grande Oriente è il gruppo che ha immediatamente rivendicato l’attacco, ma secondo la polizia è una bufala. Fondato nel 1985 e attivo in particolare a Istanbul dal 1993, ha l’obiettivo di fondare uno stato islamico in Turchia. considerato ”in sonno”, per non dire distrutto, dal 1998, quando fu arrestato e condannato all’ergastolo il suo capo, Salih Mirzabeyoglu. Obiettivi privilegiati del gruppo erano intellettuali, artisti e difensori della laicità dello stato, oltre a persone ritenute contaminate da valori e ”scadenze” dell’occidente (particolarmente odiato il capodanno) [13]

 stata Al Qaida. L’ha fatto capire, senza pronunciare mai il nome dell’organizzazione di Osama bin Laden, il ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul: «Sono attentati kamikaze. Dietro vedo la mano del terrorismo internazionale». Il premier Erdogan ha interrotto il suo viaggio a Cipro per tornare subito in patria: « un crimine contro l’umanità». [13]

La sinagoga di Neve Shalom, la più grande di Istanbul, fu attaccata il settembre 1986 da un commando di palestinesi, che entrarono sparando all’impazzata sui fedeli raccolti in preghiera: venti morti. Le rivendicazioni, quattro o cinque, non furono considerate attentabili e oggi, a 17 anni di distanza, l’unica pista ancora aperta porta al gruppo di Abu Nidal. [13] Il più recente attentato a una sinagoga fuori da Israele fu l’11 aprile 2002: un camion cisterna esplose davanti a quella di Djerba, in Tunisia, provocando 19 morti (14 tedeschi, tre tunisini, due francesi). L’attentato fu rivendicato da Al Qaida. L’8 maggio di quest’anno, invece, tre attentati devastarono Casablanca, in Marocco: i bersagli erano ristoranti e alberghi frequentati dalla comunità ebraica e da turisti. [16]

La Turchia è l’unico alleato di Israele tra i paesi musulmani (dal ’96 esiste un accordo di cooperazione militare) e il suo popolo non è mai stato antisemita. L’attentato del 1986 traumatizzò la comunità ebraica turca, che non aveva mai avuto problemi nei 500 di vita dell’Impero Ottomano (la maggior parte era arrivata dalla Spagna nel XVI secolo per sfuggire all’inquisizione). Durante il nazismo e la seconda guerra mondiale, Ankara diede rifugio a migliaia di profughi ebrei e il padre della patria Ataturk invitò molti professori, perseguitati in Germania, a insegnare nelle università di Istanbul e Ankara. Attualmente gli ebrei di Turchia, i musevi, sono 35mila. [13]

Qualcuno potrebbe pensare a un folle anniversario. Quasi un anno fa, il 28 novembre 2002, un doppio attacco anti-israeliano fu condotto a Mombasa, in Kenya. Quindici persone morirono davanti a un albergo uccise da un’autobomba guidata da un kamikaze; poco dopo un aereo passeggeri della compagnia israeliana Arkya riuscì a schivare un razzo lanciato al momento del decollo dall’aereoporto africano. [13]

Altri mandati linguistici. La prima reazione israeliana è stata del ministro degli Esteri, Silvan Shalom: «Il trend anti-israeliano» che si avverte in Europa «incoraggia il terrorismo verbale, cui segue il terrorismo fisico. Come è successo di Istanbul». Una speranza: «Speriamo che la comunità internazionale non si accontenti di condannare quanto accaduto a Istanbul, ma intervenga con forza contro il terrorismo, che è un fenomeno globale». [17]

Intanto in Europa. Nella notte di venerdì, a Gagny, vicino Parigi, è stato incendiato un liceo ebraico. Un atto di «evidente connotazione razzista e antisemita», secondo il ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozi. [15]