Sette, 06/11/2003, 6 novembre 2003
Così l’Orca lasciò casa D’Arri, Sette, 06/11/2003 Prendiamone atto: la storia della più chiacchierata possessione letteraria del Novecento, la vicenda di quell’Horcynus Orca che rischiò di distruggere il suo autore Stefano D’Arrigo, che ingoiò vent’anni della sua vita, ne minò la salute, che lo costrinse a confinarsi in montagna, che sfinì i correttori di bozze, che richiese certosina pazienza all’editore, va tutta riscritta
Così l’Orca lasciò casa D’Arri, Sette, 06/11/2003 Prendiamone atto: la storia della più chiacchierata possessione letteraria del Novecento, la vicenda di quell’Horcynus Orca che rischiò di distruggere il suo autore Stefano D’Arrigo, che ingoiò vent’anni della sua vita, ne minò la salute, che lo costrinse a confinarsi in montagna, che sfinì i correttori di bozze, che richiese certosina pazienza all’editore, va tutta riscritta. A tre decenni dalla fine di quella lunga gestazione, alla vigilia della nuova edizione rizzoliana [...] Jutta D’Arrigo scioglie il silenzio. La moglie dello scrittore, la testimone ravvicinata e complice di tanto lavoro. la donna cui è dedicato il romanzo («A Jutta, il cui nome meriterebbe di figurare in copertina accanto al suo Stefarro»), prende la parola con il piglio d’una femmina guerriera ma anche con profonda ritrosia: «Perché io sono una creatura discreta. Affezionata alla mia intimità. Però non vorrei che ricominciassero a circolare tutte quelle invenzioni e quelle sciocchezze che hanno accompagnato la prima edizione [...]». Perché tanta malevolenza? «Forse perché Stefano, pur lavorando a un’opera grandissima, non apparteneva alla consorteria degli scrittori. [...]». Mi fa qualche nome? «Certo che no. Può immaginarseli da sola. Hanno persino scritto che Arnoldo Mondadori veniva a portargli dei pacchettini di cibi speciali. Si figura uno come Mondadori che va in giro con della roba da mangiare?! Arnoldo veniva a trovare Stefano. A parlare del suo lavoro d’editore, e delle date di uscita. A lui, e a Vittorio Sereni, Stefano prometteva in assoluta buona fede d’essere pronto dopo sei mesi, o dopo un anno... e poi gli pigliava l’ansia di non riuscire a consegnare. La glicemia gli è impazzita così: per l’ansia». Però voleva solo babà al rum. «Un’altra bugia. Ogni tanto qualche amico portava dei dolci dalla Sicilia, perché quelli di Roma non è che siano un gran che [...]». Non mi sembra un’invenzione così grave. «è tutto l’insieme che è irrispettoso. Hanno scritto che Stefano s’era murato vivo, che dormiva fra i suoi fogli per essere pronto a ricominciare a lavorare, che viveva in tuta da ginnastica, che non tirava su le serrande e non rispondeva al telefono. La verità è che Stefano la mattina s’alzava prima di me: alle sette uscivamo insieme, lui mi accompagnava all’autobus che io prendevo per andare alla Cassa del Mezzogiorno, dove lavoravo. Poi beveva un cappuccino, mangiava un cornetto, comperava i giornali e tornava a casa. Finita la lettura dei quotidiani, cominciava a scrivere. Cercando di non farsi disturbare dal telefono. Come tutti quelli che scrivono. La sera uscivamo con gli amici: Guttuso, Omiccioli, Libero De Libero, Niccolò Gallo... ». E la tuta da ginnastica? «Era una divisa di comodità. [...] I fogli sistemati sui diversi tavolini del soggiorno erano le tracce delle storie. E i mille e mille appunti presi durante le sue capillari ricerche: settimane passate all’istituto Talassografico di Messina, disegni sulla struttura dei delfini [...]». Come scriveva suo marito? «A mano. Inizialmente con il pennino e il calamaio, poi con la biro. Che finì per storpiargli il dito indice, per quanto poco ci era abituato. Poi il manoscritto passava a me, e io lo dettavo a una dattilografa. [...] Così arrivammo alle prime bozze. E alla malattia. Stefano s’era dimagrito oltre misura, perché la dieta imposta dal diabete gli aveva dato il disgusto del cibo. Mangiava qualche scheggia di parmigiano, e prendeva troppi analgesici, nel tentativo di tenere a bada i suoi terribili mal di testa. Nel ’66 il medico consigliò un soggiorno in montagna e Stefano si trasferì ad Arcinazzo. Io andavo a trovarlo il fine settimana. Doveva starci tre mesi, ci stette tre anni. In cui, in pratica, non lavorò. Fece delle giunte, delle correzioni, ma quando io presi in mano i fogli, mi accorsi che Stefano non governava più la vastissima tessitura della storia. Sembrava se la fosse dimenticata». Suo marito pensò mai di rinunciare all’impresa? «No. E neppure io: sapevo che l’Orca doveva uscire da casa nostra. Sennò sarebbe uscita la bara di D’Arrigo. [...]». Vuole dirmi che l’Orca è stata per lei come un figlio? «Direi piuttosto un nemico. Che ho amato, perché mi piaceva. Ma che ha dinamitato alcuni anni della mia, della nostra vita. Tutto cominciò nel ’56, quando andammo a Scilla a trovare Guttuso, che era lì in villeggiatura. Stefano ebbe occasione di fermarsi a parlare con dei pescatori, che gli raccontarono della loro misera vita, e della ”fera” del delfino, così intelligente e nel contempo così malizioso, capace di rompere le reti e di disperdere il pesce. Cominciarono allora le prime vaghe ricerche [...]». Poi ”Il menabò” ne pubblicò uno stralcio. «Vittorini voleva avviare un discorso sul rapporto fra lingua e dialetto. Venne qui a casa, a parlarne con Stefano. [...] Così maturò la decisione di pubblicare un centinaio di pagine di questo romanzo ancora ”in fieri”, con il titolo provvisorio I fatti della fera. Quando, nel ’59, la giuria del premio Cino del Duca - di cui facevano parte Bo, Montale, Zavattini, Sereni, Vittorini e altri - premiò Stefano per quelle pagine, si fecero avanti tutti gli editori. [...] Arnoldo Mondadori [...] gli fu vicino in maniera molto amicale e comprensiva in tutta la lunga gestazione del libro. Fu Mondadori a convincermi che Stefano doveva lasciare la montagna: «è troppo solo, bisogna che rientri». Fu così che nel ’69 ricominciò il lavoro. «Non subito. Quando - e fu dall’oggi al domani - Stefano riacquistò tutta la sua lucidità, arrivarono delle nuove bozze. In due copie. Duemila pagine ogni copia. Nella sala da pranzo c’è un tavolo inglese, di quelli che si allungano. Lo aprimmo, e Stefano, che era tornato a padroneggiare la materia, iniziò la revisione. Lui correggeva a matita, io riportavo quelle correzioni cercando di renderle comprensibili ai redattori. Poiché erano moltissime, per facilitare il loro compito usavo matite di differenti colori. Quelli furono anni di vero isolamento. E di grande fatica. Stefano era fragile, ma continuava a essere un perfezionista: ragionava per ore, per giorni su una virgola. Non so neppure quanto tempo abbia impiegato a scrivere la dedica a me». L’ha ripagata a sufficienza quella dedica? «Non ho mai fatto questi conti. Stefano, che aveva l’abitudine di chiamarmi Bobo, forse una contrazione da bonbon, un giorno mi offrì di firmare con lui. Fu l’offerta di un attimo, che io peraltro rifiutai [...]. Credo però, con altrettanta onestà, che senza di me il libro non sarebbe mai uscito. Che l’Orca non avrebbe lasciato questa casa. E invece io volevo che se ne andasse, e che Stefano restasse con me». [...] Patrizia Carrano