Stefano Cappellini il Riformista, 04/11/2003, 4 novembre 2003
Da plagiate per amore a impiegate del terrorismo, il Riformista, 04/11/2003 Era l’arringa finale, e arrivò il momento della richiesta di pena per Nadia Mantovani
Da plagiate per amore a impiegate del terrorismo, il Riformista, 04/11/2003 Era l’arringa finale, e arrivò il momento della richiesta di pena per Nadia Mantovani. Al processo di Torino contro il nucleo storico delle Brigate rosse il pm Luigi Moschella chiese per lei una pena più lieve dei suoi compagni d’armi: solo tre anni. «è una donna innamorata di Curcio - spiegò - vittima soltanto del suo sentimento». In una frase aveva sintetizzato quello che nell’era del protobrigatismo era l’unico ruolo possibile (per meglio dire, accettabile) delle donne nella lotta armata: quello delle plagiate, ragazze perbene traviate per amore. Trent’anni di brigatismo hanno dimostrato che questa interpretazione era poco più di un esorcismo, per giustificare un fenomeno, quello della partecipazione femminile alla lotta armata, che non trovava legittimazione nemmeno sfogliando l’album più recente della politica al femminile: le terroriste «col mitra nella borsetta», come la pioniera Paola Besuschio, non avevano nulla delle staffette partigiane, non erano più le ausiliarie della guerra di resistenza, e nemmeno le ancelle della guerriglia - cuoche, infermiere, confidenti - cantate dal Che nei suoi diari. Le nuove assaltavano, sparavano, uccidevano. Di più, comandavano. E hanno continuato a farlo, anche dopo il grande sonno degli anni Novanta. Ragion per cui la teoria delle traviate, ribadita in quella Corte d’assise del 1978, era destinata a durare poco (letteralmente, perché dopo la benevola arringa fu proprio Mantovani a leggere dalla gabbia il proclama finale brigatista, vedendosi così aumentare la pena a cinque anni). Se la leggenda aveva resistito era soprattutto perché sostenuta da curricula che si prestavano alla bisogna, come quello di Ulrike Meinhof, archetipo delle guerrigliere metropolitane e, secondo una fiorente letteratura rosa-nero, fondatrice della Raf per la disperazione seguita a delusioni d’amore, o come quello della traviata italiana per eccellenza, Margherita Cagol. Trentina, cattolica praticante, promettente concertista, la co-fondatrice delle Br era per i media soprattutto una ex ragazza di buona famiglia, di cui si recuperavano con rimpianto i trascorsi perbene: le visite ai vecchietti negli ospizi cittadini, quelle in chiesa per ascoltare le prediche private di un gesuita. Per il ”Corriere della Sera” Cagol era «la piccola studentessa, approdata alla facoltà senza allontanarsi troppo dai suoi genitori, ricordata per l’abilità e la grazia con cui suonava la chitarra durante le veglie». La stessa che nel 1975 faceva irruzione nel carcere di Casale Monferrato con un mitra sotto il cappotto per liberare Renato Curcio, sposato con rito cattolico sei anni prima, riuscendoci senza sparare nemmeno un colpo (nel 1982 sarebbe stata Giulia Borrelli a capitanare il commando che assaltò il carcere di Rovigo e liberò quattro terroriste tra cui Susanna Ronconi, la «figlia del colonnello», leader di Prima linea, l’organizzazione in cui militava anche l’ex educanda Barbara Graglia, che in un’azione del gruppo perse i guanti bianchi col suo numero di matricola al Collegio del Sacro Cuore, la scuola della Torino bene, tutto terrorismo da rotocalco). Dopo la sua morte nel 1975 per mano di un carabiniere, alla Cascina Spiotta di Arzello dove era tenuto sotto sequestro l’industriale Gancia, il volantino commemorativo br si preoccupò in primo luogo di demolire la leggenda della «signora Curcio, manichino senza cervello che seguiva per amore (come ci si aspetta da ogni donna) il proprio uomo». E cosi fecero anche i giornali di movimento. ”Rosso”, giornale dell’Autonomia, minacciò: «Nel conto che dovranno pagare i padroni e i loro servi aggiungiamo anche questo modo di trattare la donna». Il modo cioè in cui era stata trattata anche la nappista Anna Maria Mantini, uccisa un mese dopo Cagol da un poliziotto, mentre rientrava nel suo appartamento, già parrocchiana e scout-girl, «ragazza tranquilla all’acqua e sapone», che secondo la vulgata mediatica era entrata nei Nap solo in memoria del fratello Luca, nappista ucciso nel 1972 nel corso di una rapina di autofinanziamento. E come lei Franca Salerno, altra Nap e altra ragazza di buona famiglia rovinata dalle «cattive compagnie». Ben lungi dall’essere plagiate, per il brigatista reggiano della prima ora Loris Paroli le compagne in armi erano pittosto l’alba di una nuova era: «Mara era una dirigente comunista, una delle prime donne emancipate dell’epoca modema. In pochi anni quasi tutte le organizzazioni armate erano dirette da una elevata componente femminile». E in effetti le Br, le vecchie e le nuove, sono forse il movimento a più alta leadership femminile della politica italiana di ogni tempo. Negli anni Ottanta dopo l’arresto di Mario Moretti è Barbara Balzerani il capo delle Br-Pcc, Pasqua Aurora Betti guida gli scissionisti lombardi della colonna Walter Alasia e Natalia Ligas (la «belva Ligas» come la definirono poi i suoi stessi compagni accusandola, a torto, di essere un’infiltrata) riorganizza le Br- Partito guerriglia di Giovanni Senzani. Il dato è eclatante e la galleria delle plagiate lascia definitivamente il posto a quella delle spietate, delle fredde macchine da guerra, un filone che, passando per le ultime latitanti delle Br anni Ottanta Simonetta Giorgeri e Carla Vendetti, arriva fino a Nadia Desdemona Lioce. Sparisce la borsetta e resta solo il mitra, insieme al grigiore di una militanza assolutizzata e spesso schizofrenica che impone la nuova specie delle «impiegate del terrorismo», etichetta che anche oggi non sfigura addosso a una Cinzia Banelli. Alla nuova etnia apparteneva Anna Maria Ludman, uccisa nel 1980 insieme ad altri tre br nel covo genovese di via Fracchia, giovane donna che per biografia poteva ben figurare da traviata, figlia com’era di un comandante marittimo in pensione con tanto di sangue blu nelle vene, e che invece, annotava ”Il Secolo IX”, «dava l’impressione della rigida istitutrice tedesca, non certo della brigatista», ed era approdata alle Br anche perché alle «riunioni delle donne» non c’era verso di portarla. Non a caso, mentre i movimenti erano scossi dal femminismo, e Lotta continua implodeva sotto i colpi delle «streghe» contro la «politica dei maschi», le Br arruolavano donne su donne senza alcun contraccolpo interno. Nel partito armato, quello che secondo Paroli era l’incubatore della emancipazione della donna, il dibattito femminista non ha mai avuto cittadinanza. Contraddizione curiosa, ma solo apparente. Nella sua biografia Compagna luna Balzerani ne spiega le ragioni, raccontando la sua distanza di dirigente del partito armato dal movimento delle donne che «abbandonavano la politica rivoluzionaria per un movimento interclassista, elitario e di vecchia impronta emancipazionista». Per Balzerani le femministe sono donne che per uno strapuntino di diritti civili hanno rinunciato alla rivoluzione e al comunismo: «Il mio legame più forte, la mia riconoscenza - scrive - era per quelle donne comuniste che, prima di me, avevano condiviso la politica rivoluzionaria con gli uomini, più che per queste loro figlie che ne rompevano la tradizione». Ai suoi occhi le «streghe» tradiscono la lezione delle Compagne, le partigiane ritratte in una lettissima monografia di Bianca Guidetti Serra, e il tradimento è tanto più grave adesso che i tempi e gli strumenti permettono alle brigatiste di lottare non al fianco degli uomini ma come uomini tout court, da donne, riconosce Balzerani, «che giocavano la loro femminilità in deformante com-petizione con uno stereotipo maschile in armi». Donne, spiega un’anonima ex nappista in Mara e le altre (Feltrinelli, 1979), pronte a calarsi nel regime cameratesco del brigatismo più e meglio dei maschi: «Tutte le donne della lotta armata dicono ”femministe del cazzo”. La lotta armata può essere gratificante per quelle donne che vogliono essere come l’uomo, competere con lui, usare la pistola come lui e rinunciano a tutte le altre scelte, compresa quelle dei figli, per diventare come un uomo». Maria Cappello, irriducibile delle Br-Pcc, considerata dagli inquirenti l’ideologa dei documenti con cui ad inizio anni Novanta i Nuclei comunisti combattenti hanno tenuto accesa la fiammella brigatista, entrando in clandestinità ha abbandonato il figlio di otto anni, ed è solo l’ultima di una lunga serie di militanti del partito armato che hanno disconosciuto il loro ruolo materno. E se parte del femminismo predicava il separatismo, nel partito armato si è invece praticato l’annullamento delle differenze di genere, in una sorta di cameratismo incestuoso che esaltava i maschi del gruppo (in Mi dichiaro prigioniero politico Giovanni Bianconi racconta come Prospero Gallinari rimbeccava l’indisciplinato Germano Maccari, reo di avere una morosa fuori dalla ”ditta”: «Le nostre compagne - gli spiegava - sono donne meravigliose alle quali possiamo confidare tutto»). Non c’è da stupirsi se nelle coppie endogame brigatiste, in questo regime di omologazione più che di emancipazione, alla fine sono le donne ad apparire il polo forte, quello «maschile». Più d’una informativa sottolinea il tono ultimativo con cui Cappello si rivolge nella corrispondenza al marito Fabio Ravalli, anch’egli irriducibile, tono simile a quello che Lioce usa per dare a ”Gheghe” (l’ex compagno e militante dei Nuclei comunisti combattenti Luigi Fuccini) disposizioni sull’allestimento della tomba di Mario Galesi e che malcela lo scetticismo sulle capacità dell’uomo di soddisfare la richiesta. Rimbomba poi nelle lettere di Lioce il rifiuto per ogni tentativo di «studio antropologico» del militante rivoluzionario, sia esso espresso con l’insistenza sul dato di genere o su altri particolari della biografia privata («non sociale», scrive Lioce). In spregio all’autocoscienza sessantottarda, per i brigatisti il personale non è mai politico. E la rivoluzione non passa mai dal privato. A metà anni Novanta la battaglia di Vincenzo Guagliardo per dividere una parte della carcerazione con la moglie Nadia Ponti, entambi non dissociati, gli costò la sprezzante ironia dei compagni carcerati: «Vincenzo - lamentava la moglie - è considerato uno che si è bevuto il cervello dietro una donna, uno senza palle». Il cameratismo è un conto, il romanticismo un altro, e la militanza nell’organizzazione deve venire prima di tutto: madri e padri, mogli mariti e figli. Per questo appare una logica nemesi che la «compagna So», Banelli secondo gli inquirenti, processata per indisciplina e per il sospetto di voler lasciare la «ditta», fosse incinta al momento dell’arresto. Stefano Cappellini