Emanuela Audisio la Repubblica, 06/11/2003, 6 novembre 2003
Il piccolo Gheddafi voleva solo essere come gli altri, la Repubblica, 06/11/2003 Magnifico Gheddafi jr
Il piccolo Gheddafi voleva solo essere come gli altri, la Repubblica, 06/11/2003 Magnifico Gheddafi jr. ci è riuscito. A fare il calciatore vero. A drogarsi. E senza giocare un secondo di campionato. Norandrosterone, metabolita del nandrolone. Inshallah. Proprio come Blasi, come Kallon, come quelli che giocano in serie A. E come Monaco e Bucchi, che hanno giocato nel Perugia. C’era una volta un principe del deserto che voleva fare gol. Così smetteranno di prenderlo in giro, di dire che è una schiappa, un raccomandatissimo figlio di papà. Ma no, lui è un dopato, roba vera, seria, da sport moderno. Un dopato da panchina. Positivo, senza mai essere entrato in campo. Il calcio italiano ha fatto anche questo miracolo. Povero junior, restato nelle cronache sportive di luglio per aver segnato due gol a Fabio Visentin, di professione falegname, a tempo perso portiere della Virtus Bassano. Partitona dura e difficile s’intende, vinta dal Perugia per 12-0. Con junior, maglia numero 19, che esultava, sguardo al cielo, scarpette argentate. Diavolo, quando mai si è visto un libico che segna in Italia? Lui, Al Saadi, 30 anni, le aveva provate tutte: nel ’99 aveva anche pagato 5 milioni di dollari a Maradona: poteva mica insegnargli qualche trucco? E per allenare la sua forma fisica si era messo nelle mani di Ben Johnson, quello che per andare forte si iniettava ormoni di cavallo. Di tanto in tanto si presentava anche agli allenamenti della Juve: poteva fare due tiri con Del Piero? Junior non era mica uno qualsiasi: presidente della Federcalcio libica, del comitato olimpico, capitano della nazionale, della squadra della capitale, azionista allora con la Lafico del 7,5 per cento della Juve. Era interessato perfino a prendere il 33 per cento della Triestina. Uno che con il Perugia aveva firmato un contratto biennale a 300 mila euro a stagione. Da devolvere in beneficenza. Perché junior, che ha affittato tutto il terzo piano (11 stanze) dell’hotel Brufani per sè e il suo clan di 42 persone, a 300 mila euro al mese, cosa se ne fa di uno stipendiuccio così misero? Gli servirà come paghetta, forse. Si sposta in Ferrari lui, in elicottero, in Lamborghini. Si spostava poco in campo, però. Un lumacone eccezionale. E il nandrolone, si sa, fa filare. Povero junior, dalla salute cagionevole. Stava sempre male: soprattutto dolori alla schiena. Si capisce, stare sempre seduti in panchina rovina la salute. Panchina contro la Reggina, contro il Bologna e anche contro il Cesena in Coppa Italia. Era pronto, per entrare, come no? Ma insomma, a chi piace giocare in dieci? E il Perugia su junior si asteneva, nessuna dichiarazione. Persino Serse Cosmi ammiccava: «Gli ho chiesto se voleva entrare contro il Cesena, mi ha risposto che era a corto di preparazione». Già, a corto anche di voglia. Il mondo è pieno di cattivi, di quelli che raccontavano che junior con la palla non andava ostacolato. Forse non ce n’era bisogno. Franco Scoglio era stato licenziato da ct della nazionale libica per aver preferito fare a meno di junior. Papà Gheddafi: «Non vedo il nome di mio figlio in squadra». Scoglio: «Non sa giocare». Addio, coach. Eppure Al Saadi in Italia era l’attrazione del campionato. Vuoi mettere: dopo i giapponesi, gli iraniani, i turchi, finalmente uno politicamente importante, che chiama il parrucchiere in albergo, che di sabato ordina aragoste, che si sa, sono presenti nella dieta pre-partita di tutte le squadre moderne. Mica un poveraccio qualsiasi. Un ingegnere. Uno che si muove con l’ambasciatore. Uno che va e compra. Uno il cui sonno è scortato da due camionette dei carabinieri. Uno che viaggia con la scorta, con i doberman, con la Digos. Uno che ama il lusso, i piaceri, il fango sarà per un’altra volta. Uno che per rispetto alla sua religione ha chiesto all’ospedale di Perugia dove la moglie stava partorendo solo personale medico femminile. Uno che non poteva giocare prima che si risolvesse il suo conflitto di interesse. Perchè in Italia alle forme ci teniamo. Saadi Al Gheddafi, figlio del colonello, pareva proprio destinato ad un racconto ramingo di Gabriel Marquez intitolato «Sono venuto solo per guardare». Una piccola città, una squadra che non lotta per lo scudetto, un ambiente non troppo metropolitano. Uno che vuole giocare in mezzo e invece fa sempre lo stesso tragitto: spogliatoio-panchina. Ammesso che a lui fregasse veramente qualcosa di fare il calciatore. Perché dedizione all’allenamento, sembra molto poca. E anche alla lotta. Tanto che il 22 luglio ’99 nell’amichevole a Norcia tra la nazionale libica, allenata da Bersellini, e il Perugia di Mazzone, partita sospesa al 17° per una zuffa gigantesca, dovuta ai molti falli e alle urla razziste, junior non è in campo, con i suoi. Anzi, lo fanno allontanare subito. Non si sa, si facesse male. Magari l’attuale permanenza in Italia serviva ad altro, per scopi più diplomatici, come immagine internazionale. La Libia ha fame di scambi commerciali con l’Europa, Tripoli dovrebbe diventare una città dalla quale far decollare i prodotti africani verso il vecchio continente. Junior, facci un gol. Facci dimenticare Lockerbie. Niente notizia della sua positività nel mondo arabo. Certe cose non si dicono. tempo di Ramadan. Per Gaucci, presidente del Perugia, è colpa del mal di schiena che junior si faceva curare in Germania. Povero principe del deserto, rimasto con la favola bucata e inquinata. Quattordicesimo giocatore a risultare positivo al nandrolone. E tutti adesso a dirgli che certe cose non si fanno. Junior voleva essere solo come gli altri. Anche in panchina. Sentirsi pronto, pure se era stanco, lui con quel fisico da ritmi lenti. Tutti quei viaggi in elicottero, tutti quegli affari da combinare. E chissà da lì quanti sogni avrà fatto di correre, correre, verso la porta. Non più da ingegnere, ma da calciatore vero. Invece era solo l’esame dell’antidoping. Un dribbling lento, senza gloria. Dio non sempre vuole. Emanuela Audisio