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 2003  ottobre 26 Domenica calendario

Al Buddha di Rcs manca solo un fallimento per sentirsi completo, Libero, 26/10/2003 Potere - diceva Winston Churchill - è non dover alzare mai la voce

Al Buddha di Rcs manca solo un fallimento per sentirsi completo, Libero, 26/10/2003 Potere - diceva Winston Churchill - è non dover alzare mai la voce. Paolo Mieli, «il Buddha che tutti attira a sé, il crocevia magnetico di potere e sapere» - scrive chi lo conosce bene - ha una voce bassa. Molto bassa. Come quella di un talmudista che, incurante del mondo, recita i versi del Pentateuco, e non si ferma neanche per soffiarsi il naso. Piccolo inciso. Per il cronista in pellegrinaggio alla sede storica della Rizzoli (di cui Mieli è direttore), inserirsi tra un salmo di Mieli e l’altro, è difficoltoso. Il perchè è un’ovvietà. Già i divanetti rococò, i quadri con San Giorgio e il drago, le stampe della Croazia e della Boemia antiche; già questi corridoi, traversati da commessi silenti che offrono caffè e giornali (’Archeo”, ”Capital”, ”Yacht Digest”) in stile golf club; già tutto questo, diciamo, imbarazza. Figuriamoci se Mieli t’accoglie - zero sorrisi, cravatta nera e Davidoff tra le dita - sussurrando: «Guardi, il mio maestro Renzo De Felice mi ha insegnato che il senso dell’onore, il fair play è l’essenza della polemica; l’idea di non riconoscere all’avversario le sue ragioni è la cosa più arrogante. Spesso lo fa la sinistra...». La qual cosa detta da Socrate nutriva le democrazie; detta, d’emblée, da Mieli - permettete - mette un tantino in soggezione. Mieli - si diceva - sussurra. E sussurrando ti spara notizie micidiali. Come questa, ad esempio. «L’avviso di garanzia a Berlusconi quel 22 novembre ’94? Guardi, ero relativamente calmo quando i miei cronisti del ”Corriere” mi diedero la notizia. Perché ne avevo la certezza. Ero sicuro. Certo, chiesi le opportune verifiche, e per questioni di metodo dovevo fare una rappresentazione di fronte alle persone che lavoravano con me per non derogare a un principio fondamentale del giornalismo, dando l’impressione di essere un direttore che ne sa una più del diavolo...». Esagera. Il diavolo, forse, non è onnipotente come Mieli. Mieli, 52 anni, «ebreo di sinistra», milanese di nascita ma oxfordiano d’adozione, storico, ex inviato, ex direttore di ”Stampa” e ”Corriere della Sera”, è una forza centripeta della cultura italiana. ”Forza” è un termine che gli si attaglia. Possente di fisico e d’intelletto, figlio di un dirigente del Pci (Renato, direttore dell’Unità poi epurato), sobillatore d’intelligenze, Mieli è stato l’unico a trattare Togliatti come un irresponsabile, la Rai come covo d’illiberali e Berlusconi come una colf filippina senza permesso di soggiorno. Chiunque altro sarebbe stato triturato, lui ne è sempre uscito come un eroe della libertà d’espressione. Mieli, come Oliver Cromwell, re Salomone o l’alieno Jabba the Hutt di Guerre stellari, dà un senso d’imperturbabile inamovibilità. Per lui, quella di ”inaffondabile” non è una qualifica, semmai una diminutio. Mieli, riguardo le sue origini, lei dichiarò di sentirsi più anglosassone che italiano. Ma scusi, all’Università non era un militante tostissimo della sinistra extraparlamentare? «L’una cosa non esclude l’altra. Mio padre ebreo italiano, scappato per le leggi razziali prima sposò una inglese e col nome di Ralph Merryl, tornò in Italia con gli alleati. Sarà cromosomico, ma da sempre io - coi compagni di ”Potere operaio” - parteggiavo per l’’altra ” America, quella né terzomondista né stracciona. Mi sento più a casa a Londra, a New York o in California che a Roma. Non è snobismo. Lì il rispetto dell’interlocutore è la regola». A proposito del libro di Pansa sulle stragi partigiane lei disse: «Quando qualcuno di sinistra s’inoltra in quei territori, becca solo legnate». «Ormai io, Sergio Romano, Galli della Loggia, abbiamo imparato a schivarle. La prima volta che fui attaccato da sinistra fu quando recensii un libro di Roberto Vivarelli, storico di sinistra, ex ragazzo di Salò, che in fondo giustificava quella generazione. ”Repubblica” scrisse che volevo spianare la strada a Fini». Il suo comportamento è liberale. Merito del revisionista De Felice? In fondo lei ne fu l’assistente... «Per otto anni. Tesi su Bottai e il fascismo di sinistra anni ’30. Prima d’incontrarlo stavo solo con gente che la pensava come me, che guardava i miei stessi film e leggeva i miei libri. De Felice aveva tra i suoi allievi cattolici, moderati, comunisti: e mi riconciliò anche con mio padre. Il gusto di stare con chi non ti fa tornare i conti». A lei, però, sono sempre tornati. Alcuni l’accusano di cerrchiobottismo. «Lo so, ma non è vero. Vero è che calcolo molto. Ma detesto i leccapiedi». Non dubito. Ma, vede, un giorno lei dice che Berlusconi è la «scarlattina passeggera» del bipolarismo... «Bè, Berlusconi ormai è una malattia prolungata, dal suo debutto mi aspettavo un secondo tempo. In dieci anni non è mai arrivato...». ...Mi scusi, continuo la domanda; un altro giorno vedendo che un sottosegretario di An fa a botte dice che il «partito di Fini è ricco di pulsioni», e il ”Secolo” titola: «Mieli, il grande storico del nosto tempo»... «Ero alla festa del ”Secolo d’Italia”, loro erano imbarazzati, ma io dalla vivacità dell’onorevole Mantica ero divertito, mi ricordava le mie battaglie giovanili». ... eppoi, al ”Corriere” chiede al suo nemico, il sindacalista Raffale Fiengo - non scrive da 30 anni - di fare il corrispondente da Pechino. Inspiegabile... «Sono ancora convinto che ai nostri lettori Fiengo sarebbe piaciuto. Sarebbe stato interessante osservare il suo punto di vista...». ... infine attacca Fassino, al quale poco prima, però fa vincere pure il premio Capalbio per un libro non ancora pubblicato. Non è una strategia accorta? «Affatto. A Piero Fassino, che ritengo il migliore dei suoi, ho sempre rimproverato che siamo l’unico paese dove il candidato premier non è espresso dal partito di maggioranza relativa (ndr: ”l’opzione Mieli” che angoscia il Ds). Il libro di Fassino l’avevo letto io, era pubblicato e siccome ero presidente di giuria mi sono espresso a favore. D’altronde i premi sono quel che sono; io stesso lì, ne ho vinti due su tre, non meritati...». Mieli, lei s’è mai trovato in imbarazzo? «Mmmhh... (Pausa. Aria interrogativa. Sigaro masticatissimo in bocca)». La aiuto, 1992. Titolo di prima del ”Corriere” su Primo Greganti: «Arrestato il cassiere dei Ds». «Vero, dovetti scusarmi in tv. Ero imbarazzato per una sfumatura semantica. Greganti fu cassiere del vecchio Pci; ma dire ”Ds” non era corretto. Ma mi trovi uno che si scusa per questo». Al liceo il ”Circolo Tasso”, oggi il ”Circolo Mieli”. Dicono di Mieli che regga una lobby potentissima, e che conviene «tenerselo buono». è vero? «No. (Pausa). Però ammetto che io, Sabbatucci, Della Loggia, Rossella siamo percepiti come una lobby. Sicché lo siamo. In realtà, coi miei amici storici sono duro, senza patti omertosi. E non è vero che controllavo la stampa italiana ai tempi del ”Corriere” con le telefonate ai direttori di quotidiani miei amici. Non sono Orwell, anche se così pareva... Ho visto troppi uomini di potere invecchiare male e soli». Si sente uomo di potere? «Sì. E non mi ridicolizzi ma le dico che avrei bisogno di un fallimento per rendere la mia vita completa, senza calcoli, finalmente. Sento che arriverà, e sarà il giorno della verità». Mieli, non s’arrabbia se lei dico una cattiveria? «S’immagini... dopo aver fatto tutta ’sta recita del fair play, mi pare il minimo». Perché Lei, allievo di Scalfari che superò in vendite e prestigio, non è mai riuscito a diventare il maître-à-penser della sinistra che conta, come il maestro? «Perché la mia sinistra ideale è quella inglese. In Italia ci sono solo Salvati, De Benedetti, Petruccioli, Napolitano che hanno il gusto di fare i conti con se stessi. Scalfari dava certezze, io dubbi». Caso Rai. è vero che non ha accettato di fare il presidente «sennò mi tocca rispondere al telefono a Gasparri»? E oggi rifarebbe il presidente? «Aveva detto ”una cattiveria”». Non l’ha detto lei?... «No. Mi piace rispondere al telefono a Gasparri, non è quello. è che io rifarei subito, oggi, il presidente dopo l’Annunziata. A patto che mi facciano fare davvero il manager e non il vassallo. Il mio rifiuto è servito a spiazzare tutti quelli che insinuavano ”Mieli lavora per entrare in Rai”. Non sa la soddisfazione». Mieli, lei ateo, ha detto «Credo nel miracolo» e ha digiunato per il Papa. «è che io mi fido di questo Papa, col quale ho un rapporto personale. Mi ha toccato le corde intime e come uomo di comunicazione ho detto, da laico: seguitelo, forse sarà inutile, ma lo merita. Il rispetto, si ricordi...». Francesco Specchia